Le proteste contro Donald Trump

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Ieri Donald Trump è diventato ufficialmente il presidente degli Stati Uniti d’America. Non cennano a placarsi le polemiche e le proteste per la sua elezione, per il modo in cui il tycoon si è comportato durante la lunga campagna elettorale, in cui ha denigrato tutto e tutti, è stato misogino e xenofobo/razzista.

Sinceramente, però, non capisco perché la gente protesti contro Trump. Le proteste, al massimo, andrebbero indirizzate verso chi ha permesso a Donald Trump di finire alla Casa Bianca. Escludendo le questioni legate agli hackeraggi russi, Trump ha regolarmente vinto le elezioni contro Hillary Clinton; ha preso meno voti popolari della contendente, ma grazie alla legge elettorale americana è riuscito comunque a prevalere, quindi c’è poco da protestare. Tra l’altro, prima di alimentare il fuoco delle proteste attenderei di vederlo all’opera. Su Barack Obama, infatti, le attese erano diametralmente opposte rispetto a Trump, ma a conti fatti il doppio mandato di Obama è stato un sostanziale flop. Donald Trump, sotto questo aspetto, può essere una sorpresa positiva, basterebbe che non facesse parte delle idiozie che ha proclamato in campagna elettorale. Intanto ha cominciato col il percorso verso la cancellazione dell’Obamacare… #AmericaFirst

Donald Marchionne

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Sergio Marchionne è un vecchio lupo di mare (degli affari) e al salone dell’auto di Detroit il CEO di FCA ha superato se stesso, con un triplo salto mortale carpiato da fare invidia a Greg Louganis. Marchionne, da amico di Obama e suo fidato condottiero nella campagna ambientale molto cara all’ormai ex presidente degli States, è riuscito a passare immediatamente nelle grazie nel quasi insediato presidente USA Donald Trump. Come? Semplicemente dicendo quello che Trump voleva sentirsi dire, ovvero:

  1. investimenti pari a 1 miliardo di dollari per potenziare le fabbriche Jeep in Michigan e Ohio
  2. scetticismo sulle auto elettriche, per ragioni economiche.
  3. le fabbriche FCA in Messico potrebbero chiudere, qualora Trump imponesse pesanti dazi

C’è da dire che FCA aveva bisogno di questo cambio di rotta, perché la paura che il protezionismo di Trump potesse rappresentare un pericolo per l’ex azienda italiana era decisamente forte, troppo forte per non meritare qualche tentativo di riappacificazione col presidente neo eletto. Bisogna ammettere, comunque, che FCA in Borsa stava dimostrando di non temere troppo The Donald Effect, per così dire. Negli ultimi tre mesi il titolo è decollato a Piazza Affari con una crescita quasi spaventosa, dopo che il titolo, nonostante buoni, ottimi risultati nei conti economici e nei dati di vendita, sembrava non attrarre particolarmente gli investitori.

La reazione di Marchionne ai ringraziamenti di Donald Trump sono tutto un programma:

Che devo dire? Ringrazio Trump. Ma quell’investimento nelle due fabbriche Jeep è un atto dovuto per il paese. L’annuncio di ieri dell’investimento faceva parte di programmi stabiliti nel 2014. Specialmente la Wrangler, delle tante Jeep, si farà sempre in America e non altrove perché è un’auto dalle caratteristiche tipicamente americane. Non si può spostarla. Solo che la capacità produttiva delle nostre fabbriche era limitata: pensate che nel 2009 ne facevamo 60mila, e lo scorso anno siamo arrivati a costruirne 260mila. E le fabbriche che avevamo non bastavano più. Bisognava potenziare ed è quello che abbiamo fatto decidendo quell’investimento”

Perso il duo Renzi-Obama, suggellato il nuovo patto con Donald Trump, ora mi aspetto il cambio di nome in Sergej Marchionne diventando amico di Vladimir Putin. In nome delle stock option, questo e altro!

Obama, figlio di Putin

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Barack Obama chiude il mandato presidenziale col botto, espellendo 35 diplomatici russi dagli USA per interferenze della Russia, tramite hacker, alle elezioni presidenziali del novembre scorso. Gli attacchi hanno avuto come bersaglio il Partito Democratico, uscito con le ossa rotte dalla tornata elettorale (Hillary Clinton sconfitta pur avendo vinto nel voto popolare).

Può darsi che l’amministrazione Obama abbia avuto ragione, può darsi che effettivamente degli hacker russi abbiamo attaccato database del Partito Democratico acquisendo informazioni, mail, contatti che possono aver arrecato un danno allo stesso alle elezioni. Ok, ma dove sono le prove? E dove sono le prove che collegano gli hacker russi al governo russo? Lungi da me voler apparire filo-russo o filo-Putin, ma la vicenda ha un nonsoché di ridicolo, sembra la reazione di un bambino che si vede sfilare dalle mani il giochino preferito. Inoltre, voglio ricordare, che a Barack Obama hanno assegnato il premio Nobel per la Pace; il premio Nobel più guerrafondaio che la Storia ricordi. E anche oggi, al tramonto del suo mandato politico, a una manciata di giorni dalla sua destituzione politica, ecco che non perde l’occasione per provare ad incrinare i rapporti con la Russia di Putin, dopo che negli ultimi anni ha utilizzato tutto il suo peso diplomatico per assegnare sanzioni alla Russia.

Fortunatamente Vladimir Putin si è dimostrato superiore e ha risposto di fioretto alla sciabolata di Obama. Non solo annuncia che non saranno espulsi diplomatici americani, ma aggiunge gli auguri per il neo eletto Donald Trump, augurandosi che «i nostri due Paesi, agendo in chiave costruttiva e pragmatica, sappiano ripristinare i meccanismi di cooperazione bilaterali in vari campi e portare a un livello qualitativamente nuovo l’interazione nell’arena internazionale». Insomma, l’ha fatto nero. La sconfitta della Clinton può darsi, seriamente, che sia una manna per il pianeta. Può darsi che il guerrafondaio Trump si dimostri più pacifista del suo predecessore. Preferisco un agnello vestito da lupo che un lupo vestito da agnello, sempre.

AAA cercasi

Gli Stati Uniti d’America hanno perso la tripla A, il rating dell’eccellenza e del miglior merito creditizio. A declassare gli USA verso la AA+ è stata l’agenzia di rating Standard & Poor’s, la quale afferma che: «Il downgrade riflette la nostra opinione sul piano di risanamento che non è adeguato a quanto sarebbe necessario per stabilizzare nel medio-termine il debito». Il presidente del comitato di valutazione di S&P, John Chambers, sottolinea che «Il tetto del debito doveva essere alzato prima per evitare il downgrade.»

La più grande economia mondiale, dunque, conosce l’effetto di un downgrade, anche se va detto che, almeno per il momento, si tratta di una sola grande agenzia di rating ad aver declassato gli Stati Uniti. Moody’s e Fitch ancora mantengono valida la AAA, anche se la prima ha rivisto l’outlook sugli USA a negativo.

E quali sono i superstiti della AAA? Secondo S&P sono i seguenti (Paese rating outlook) :

  • Svizzera AAA Stabile
  • Hong Kong AAA Stabile
  • Svezia AAA Stabile
  • Germania AAA Stabile
  • Canada AAA Stabile
  • Danimarca AAA Stabile
  • Gran Bretagna AAA Stabile
  • Olanda AAA Stabile
  • Finlandia AAA Stabile
  • Norvegia AAA Stabile
  • Austria AAA Stabile
  • Francia AAA Stabile
  • Australia AAA Stabile

Quali potranno essere le conseguenze sulle borse alla riapertura di lunedì? Ovviamente è sempre difficile fare previsioni, ma credo che gli effetti saranno tutto sommato limitati. La decisione di Standard & Poor’s era nell’aria da giorni e i mercati hanno già scontato i timori di un downgrade del rating statunitense. Più che altro potrebbero subire conseguenze le società americane, le quali potrebbero subire loro stesse downgrade sulla scia del rating Paese.

Per il resto sono sempre preoccupato per i dati macro che segnalano un rallentamento della crescita e per l’ottovolante delle borse che stanno diffondendo panico fra gli operatori e gli investitori, panico che si aggiunge alla paura dei mesi precedenti e che certamente non aiuta, proprio no.

immagine tratta da The Patriot Update.

USA, evitato il default

WASHINGTON -Abbiamo un accordo. Eviteremo il default. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato nella notte la fine dei negoziati tra democratici e repubblicani sull’aumento del tetto del debito e tagli alle spese, in quanto un testo comune è stato finalmente concordato. Il piano taglierà almeno 2.200 miliardi nella spesa federale in dieci anni, prevede l’aumento del tetto in tre fasi e un emendamento per un budget bilanciato.

Il default “avrebbe avuto un effetto devastante sulla nostra economia”, ha commentato Obama parlando dalla Casa Bianca. Ha quindi ringraziato i leader di entrambi gli schieramenti politici, già al lavoro per raccogliere voti. Al Congresso infatti il piano arriverà oggi, per dare tempo ai legislatori di valutare. Il piano è il frutto del compromesso tra le due parti. I repubblicani hanno accettato di assicurare al Tesoro la capacità di contrarre prestiti fino a dopo le elezioni del 2012, obiettivo chiave per Obama, che voleva evitare di riaprire l’argomento durante la campagna.

I democratici hanno ceduto invece sull’aumento delle tasse a carico dei cittadini più ricchi per ridurre il deficit. Più alti di quanto si auguravano saranno i tagli alle spese, troppo pochi per il Gop. La palla passa così al Congresso ma mancano i voti di Camera e Senato a una soluzione che sembra portare l’inconfondibile stampo dei Tea-Party che, ironicamente, potrebbero non appoggiarlo. L’accordo sarà votato in giornata in Congresso: il bilancio è a favore dei repubblicani, che sembrano aver ottenuto più di quanto volevano. Il voto è un test per lo speaker della Camera, John Boehner, che ha lottato per tenere sotto controllo la maggioranza repubblicana.

I mercati asiatici volano dopo l’annuncio dell’accordo raggiunto negli Stati Uniti per innalzare il tetto del debito ed evitare il default. Il Nikkei 225 di Tokyo guadagna l’1,84% arrivando a 10.013,90 punti; l’Hang Seng è a 22.783,33, in crescita dell’1,53%; il Kospi a 2.171,34 (+1,79%). Positivi anche gli indici di Australia, Nuova Zelanda e Cina, con lo Shanghai composite che guadagna lo 0,15% a 2.705,70. Attesa per l’apertura dei mercati europei, specialmente per la borsa di Milano che ha vissuto un luglio nerissimo, in parte dovuto alle tensioni sul debito americano.

Rai Giornale Radio

La scoperta del Bosone di Higgs?

Un’altra notizia sconvolge, in positivo, il mondo scientifico internazionale. Il Fermilab americano avrebbe scoperto una nuova particella, mai osservata prima, un fenomeno scientifico su cui i dubbi e le incertezze sono ancora molto forti ma che potenzialmente potrebbe aprire nuovi scenari di sviluppo, magari la nascita di una nuova forma di energia, magari in grado di farci soppiantare l’insana idea di correre verso l’energia nucleare come fonte alternativa.

Le voci attorno all’esperimento sono poche e confuse. C’è chi sostiene, però, che si potrebbe essere di fronte alla scoperta del fantomatico “bosone di Higgs“, la particella di Dio che sarebbe all’origine della materie così come noi la conosciamo. Il punto è che già in passato il Cern di Ginevra aveva lasciato intendere di essere sulla buona strada per questa importantissima scoperta scientifica, puntando sulla creazione di un nuovo Big Bang in miniatura, nell’accelleratore di particelle Large Hadron Collider.

Questa scoperta riapre (anche se non si è mai chiuso definitivamente) la diatriba fra Scienza e Fede sulla nascita della vita. Qualora venisse scoperta la cosiddetta particella di Dio sarebbe un duro colpo per il mondo ecclesiastico, trincerato da secoli attornoall’idea che la scintilla primordiale che diede origine alla vita avvenne per qualcosa di ultraterreno e al di fuori della sfera umana e razionale. Per ora meglio non azzardarsi a facili conclusioni, comunque, meglio restare in ascolto di aggiornamenti dal Fermilab, sperando che arrivino notizie positive ed utili per l’umanità e non ulteriori motivi di divisione e discordia, perché di quelli ne abbiamo da vendere in ogni campo e settore.

Siamo in guerra

L’Italia entra in guerra contro Gheddafi, a fianco di USA-Francia e compagnia bella. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha confermato che siamo pronti ad intervenire direttamente con 8 aerei, 4 caccia bombardieri e 4 Tornado. Non c’abbiamo messo molto tempo a prendere una decisione sul da farsi, siamo stati praticamente costretti a scendere in battaglia per colpa della rapidità dell’intervento francese, iper-reattivi nel rispondere alle offensive dei lealisti al vecchio regime. Siamo costretti perché la posizione ce lo impone, perché Gheddafi l’abbiamo costruito noi e abbiamo sempre cercato di addolcire la sua posizione, sia in termini di politica interna sia in termini di quella estera. Inoltre, non bisogna trascurare gli aspetti economici, perché restando a terra rischiamo seriamente di essere tagliati fuori dalla spartizione delle ricchezze energetiche del territorio libico.

Nell’evidenza dell’intervento militare italiano, spiccano e stupiscono le parole del presidente Napolitano che, dall’alto della sua carica istituzionale, sostiene ancora che l’Italia non sia in guerra:

«Non siamo entrati in guerra. Siamo impegnati in un operazione autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu», ha detto il presidente Napolitano parlando delle operazioni in Libia. Il capo dello Stato ha ricordato che la Carta delle Nazioni Unite prevede anche azioni delle forze armate ‘volte anche a reprimere le violazioni della pace’. «In Libia abbiamo avuto una repressione forsennata e violenta rivolta contro la stessa popolazione libica da parte del governo e del suo leader Gheddafi»

Dunque, manca da parte di tutti una dichiarazione di guerra ufficiale, ed anzi, in molti si affrettano a smentire e negare tutto quanto, persino l’evidenza. La verità è che dobbiamo attaccare, ma vorremmo non dover pagare le conseguenze dell’attacco. Essere oppositori ed amici del regime di Gheddafi, è questo a cui noi miriamo. La centralità dell’Italia nelle vicende geopolitiche è un vero elemento distintivo del Belpaese. Fa parte del nostro dna voler rimanere sempre neutralmente belligeranti.

Voglio solo sperare che tutto ciò non si traduca in un nuovo Afghanistan. Aprire un altro fronte di guerra non è il massimo oggi, finanziare l’ennesimo intervento militare può risultare difficoltoso per un Paese alle prese con tagli alla scuola, alla cultura, alle opere pubbliche. Speriamo che il tutto termini nel minor tempo possibile e col minor numero di vittime innocenti.