Il debito pubblico italiano continua a crescere

Il popolo italiano è chiamato a grandi sacrifici, ma i risultati stentano a farsi vedere. Se dal lato spread siamo tutti contenti, con il differenziale di rendimento fra decennale tedesco e BTP a 10 anni si attesta ormai stabilmente in area 290 punti base, dal lato del debito pubblico le notizie non sono ancora positive, tutt’altro. Secondo i dati contenuti nel Supplemento al Bollettino Statistico “Finanza Pubblica, fabbisogno e debito” della Banca d’Italia, a gennaio il debito pubblicoè aumentato di 37,9 miliardi rispetto al mese precedente, portandosi a 1935,8 miliardi di euro. Quindi, le stangate fiscali che tutti noi, chi più chi meno, debbono sopportare per far fronte all’attuale momento di crisi si rivelano assai poco utili (almeno direttamente) per abbattere il fardello che grava pesantemente sulla nostra economia, anche quella reale.

Sicuramente questo dipende anche dal fatto che gli effetti diretti si potranno vedere nel medio/lungo termine, ma la cosa veramente preoccupante è che per il momento stiamo pagando gli aiuti alla Grecia (tramite il fondo salva Stati, tramite lo swap del debito greco), in attesa degli shock provenienti dalla penisola iberica (il Portogallo già sta tremando e la Spagna non se la passa bene). Dunque, si incrementa la pressione fiscale per aumentare i finanziamenti all’Efsf, forse nella speranza che, quando ne avremo bisogno, il fondo sarà ancora in grado di aiutarci. Personalmente credo che il fondo Salva-Stati sia un fondo Salva-cadaveri, ma mi auguro di sbagliarmi, ovviamente.

Non mi stancherò mai di dire che un punto fondamentale per portare fuori il Paese dalla speculazione finanziaria è abbattere il debito pubblico. Bisogna dare l’impressione che siamo in grado di abbassare lo stock del debito e che vogliamo procedere alla sua riduzione nei prossimi anni. Se il debito continua a crescere, quale senso possono avere questi sacrifici? Qualcuno mi sa rispondere?

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Ora tocca allo spread della Francia

Da mesi non si fa altro che parlare dell’arcinoto spread fra i tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani e i titoli di Stato tedeschi. Il famoso spread Btp-Bund ha toccato picchi impressionanti nella giornata di ieri ed oggi sembra essersi attestato in area 500 punti base, un’area preoccupante ma non terrificante, per dirla rapidamente.

Il punto è che le ultime vicende della politica italiana, con le dimissioni post-datate di Silvio Berlusconi e la probabilissima nomina di Mario Monti a premier di un governo di unità nazionale, potrebbero affievolire la speculazione e la tensione sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, consentendo quindi agli spread di tornare verso valori più tranquilli (300bp potrebbe essere un target importante da raggiungere). Il fatto è che i problemi dell’Italia hanno in qualche modo nascosto i problemi finanziari di un altro Paese, uno che fa sovente la voce grossa e vuole comandare insieme alla Germania: la Francia, appunto.

Forse non tutti sanno che ad inizio anno lo spread (decennale) Francia-Germania era attorno ai 30-40 punti base. Oggi, invece, supera i 160 punti. E’ un incremento elevato, oltre 4 volte maggiore ed è il segnale che la prossima vittima delle tensioni sul debito e sui conti pubblici potrebbe essere proprio la Francia di Nicolas Sarkozy, il presidente che ha fatto più volte la morale all’Italia. Perché nessuno si preoccupa della crescente tensione sul debito francese? Direi che in questi mesi la situazione critica dell’Italia ha fatto quasi comodo al duo Sarkozy-Merkel, ma ora le notizie potrebbero venire a galla e se si cominciasse a parlarne un po’ questo accrescerebbe ulteriormente la tensione e, quindi, gli spread con l’amica Germania.

Certo, non è che a noi faccia comodo una Francia sotto attacco speculativo, questo è chiaro. O meglio, magari ci fa comodo sul fronte debito pubblico, ma su tutto il resto (Euro compreso) ho forti dubbi. Però più guardo la matrice degli spread di Bloomberg e più mi chiedo come la Francia possa continuare a fingere di essere un Paese solido e forte e sfruttare questa forza per finanziarsi sul mercato a tassi agevolati e competitivi. La speculazione è una ruota che gira e può darsi che ora tocchi a loro…

I mercati hanno sempre ragione

Sento da più parti levarsi critiche nei confronti dei mercati finanziari. Quando le cose vanno male si fa presto a cercare un capro espiatorio e, in questo caso, si è finito col dire che sono i mercati ad essere drogati. Non si tratta, quindi, di un problema dell’economia reale, ma il tutto dipende da perfidi speculatori che si divertono ad attaccare (in questo caso l’Italia) perché gli stiamo antipatici o, forse, perché sono invidiosi di noi.

Purtroppo, però, le cose sono ben diverse. La realtà è che siamo sotto attacco perché ce lo meritiamo. Avevamo l’occasione di evitare questo attacco semplicemente attuando quelle riforme strutturali necessarie sia a correggere i conti pubblici sia a migliorare l’economia reale (in primis l’occupazione). La politica cerca di abbindolarci con l’idea che il male venga dall’esterno, ma il tumore è dentro di noi, sono le persone che guidano il Paese e che hanno miseramente fallito negli ultimi anni.

Siamo diventati la nuova Grecia o la nuova Irlanda. Solo che ancora non ce ne rendiamo conto e fingiamo di essere diversi, ma è una mera illusione. Facciamo parte dei PIGS, l’economia italiana è in lento ma inesorabile declino. Solo la struttura di medio-piccole imprese permette alla nostra economia di andare ancora avanti e di sopravvivere, ma senza l’intervento dello Stato e della politica sarà sempre più difficile garantire loro un futuro prospero.

I mercati finanziari non mentono mai, hanno sempre ragione. Guai a sfidarli e minacciarli, come ha fatto il premier nel suo intervento alla Camera. Di fronte alla forza dei mercati bisogna chinare il capo e riconoscere i propri errori, qualità che evidentemente è del tutto assente nell’attuale esecutivo. L’ennesima lacuna da aggiungere alla lista…

Milano a picco, banche italiane sotto attacco speculativo

Seconda peggior seduta dell’anno per Piazza Affari che, dopo lo scivolone dello scorso 21 febbraio (-3,59% a 22.230 punti) in piena crisi libica, ha ceduto oggi il 3,47%, portando l’indice di riferimento Ftse Mib a quota 19.049 punti a ridosso della soglia dei 19.000 punti. Dietro al ciclone di vendite, hanno indicato le sale operative, l’indebolimento della figura di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e persona chiave, secondo i mercati, per la tenuta dei conti dell’Italia, i cui titoli di stato hanno battuto un nuovo record negativo in quanto a divario con il Bund tedesco, salito oltre i 245 punti, con un tasso di rendimento al 5,25% per i titoli decennali, contro il 2,82% di quelli tedeschi. Tra scambi vivaci per 3,39 miliardi di euro di controvalore, hanno prevalso le vendite a partire dalle banche, ma alla fine il tracollo è stato totale. Un solo titolo non ha ceduto: Bulgari, mantenendosi poco sopra la parità

Le performance della Borsa di Milano sono totalmente decorrelate con il resto del mercato, palesando un attacco speculativo internazionale nei nostri confronti. I principali istituti bancari hanno vissuto l’ennesima giornata nera, con il titolo Unicredit a guidare la fila dei peggiori, segnando a fine giornata -7,85%. Ma è in buona compagnia: Banco Popolare (-6,46%), Bpm (-6,46%), Ubi (-5,84%) e Intesa Sanpaolo (-5,46%).
Le debolezze del nostro Paese si stanno palesando al mercato internazionale e stiamo offrendo il fianco a chi vuole approfittare delle difficoltà altrui per arricchirsi. Lo spread contro il Bund tedesco è salito vertiginosamente, ma lo spread è peggiorato persino contro la Spagna, un Paese che fino a qualche mese fa sembrava quasi morto. Lunedì c’è il rischio che riprendano ad affossarci, almeno fintantoché non usciranno i risultati degli stress test sulle banche europee, risultati che Mario Draghi ha già anticipato essere positivi per gli istituti di credito italiani, ma che non ci ha liberati dalla caduta libera dei listini nostrani.

Annozero – Rischi Fatali

La puntata di Annozero di ieri sera (10 marzo 2011) è stata incentrata specialmente sulle vicende del nord-Africa, in particolare riguardo alle vicende libiche e dei profughi che dalla Libia vogliono scappare. Ospite d’onore il ministro dell’economia Giulio Tremonti che ha praticamente aperto la trasmissione con una lezione sugli sviluppi della globalizzazione mondiale dell’economia e sulle vicende storiche che hanno portato all’attuale crisi economica e alle rivolte africane. L’accento principale è stato posto, come sempre accade, la speculazione finanziaria, il vero male per l’economia attuale secondo Tremonti. Dico “come sempre” perché la via facile ed agevole porta sempre a puntare il dito verso la speculazione, la speculazione viene dipinta come “cattiva”, come un comportamento anomalo del mercato e dei trader dei mercati finanziari, quando invece è tutt’altro che vero. Ma non voglio concentrare l’attenzione sulla speculazione finanziaria.

Il vero dramma umano sono le immagini di dolore e di disperazione provenienti dalle frontiere libiche, una situazione umanitaria e umana che sta per collassare, poiché le fragili frontiere con la Tunisia non possono arginare e contenere la paura e la speranza dei cittadini libici e di chi lavorava in Libia prima dello scoppio della rivolta civile. Si tratta di masse di gente che aspetta di superare il mare Mediterraneo ed approdare nell’Europa che, per loro, rappresenta l’approdo verso nuove speranze, verso una rinascita umana alla ricerca di un lavoro e di un salario di sussistenza.
Quello che mi sorprende di più, comunque, è l’impotente attesa delle Nazioni Unite nei confronti di una situazione civile ed umanitaria già ampiamente compromessa. I civili muoiono nelle strade, nelle proprie abitazioni, muoiono per difendere i propri diritti più basilari. Migliaia di disperati affollano le spiagge nordafricane e sono disposti a tutto pur di sopravvivere, ma nonostante tutto questo non si cerca di rendere impotente il regime di Gheddafi; probabilmente continuano sottovoce e sottobanco le trattative per far sì che il Rais mantenga il suo potere assoluto o che, magari, gli venga concessa una fuga sicura e invisibile, cosicché si possa godere in pace i cospicui patrimoni generati in 40 anni di dittatura. Un consiglio ai rivoltosi: attaccate i pozzi di petrolio, è l’unico modo per far muovere seriamente i Grandi della Terra, perché hanno orecchie solo nel portafoglio.

Fiat Industrial, la good company Fiat

In Borsa il titolo Fiat si è sdoppiato: da una parte la divisione auto, dall’altra parte tutto il resto, praticamente. Da una parte il mercato dell’auto che crolla a picco, dall’altra parte mezzi agricoli e commerciali che, al contrario, rappresentano la vera forza economica del colosso industriale del Lingotto. Fiat SpA rappresenta la division automobilistica, mentre Fiat Industrial raccoglie tutti gli altri settori di Fiat.

Piazza Affari ha accolto bene la suddivisione delle due Fiat. Dapprima, lunedì mattina, gli indici sono andati in tilt e tutte le operazioni su Fib sono state annullate proprio per il disallineamento tra il valore dell’indice reale e quello che veniva effettivamente riportato come dato. Risolti gli inconvenienti tecnici di inizio anno, ecco che i due titoli hanno avuto un sostanziale incremento borsistico, anche se per ragioni molto differenti. Fiat Industrial ha ottenuto la fiducia degli investitori, fiducia riposta nella consistenza del gruppo e nelle prospettiva di crescita futura. Fiat Industrial, infatti, ha chiuso la settimana di Borsa con un incremento di quasi il 9%, incremento concentrato nella seconda parte della settimana. Fiat SpA, invece, ha avuto un aumento del valore della quota del 6,57%, concentrato specialmente nella prima parte della settimana, mentre negli ultimi giorni è rimasta sostanzialmente stabile, forse anche per i pessimi dati sulle immatricolazioni di auto in Italia. La verità, comunque, è che Fiat SpA è in tutto e per tutto un titolo speculativo, un titolo che è pronto per avere un picco ribassista. Molti investitori stanno già ribilanciando il “portafoglio Fiat” verso l’Industrial, quindi è un piccolo consiglio che sento di dover dare a tutti coloro che sono possessori di azioni Fiat.

La storia è semplice da spiegare e ricorda tanto la vicenda Alitalia. Quando le cose si mettono male si creano due società: una sana e vitale, la good company, è una malata e piena di debiti, la bad company. In questo caso sono stati quotati due titoli e la speculazione su Fiat SpA serve proprio a mascherare il fatto che quest’ultima non ha futuro; il mercato va anestetizzato, almeno per un po’. Bisogna dare il tempo a “tusaichi” di modificare la propria esposizione su Fiat. È una ruota che gira, ma sempre a favore degli stessi.