Da peculato a perculato (l’intero Paese)

Non so se sia una peculiarità solo italiana, ma non saprei indicare un altro Paese in cui un parlamentare condannato (per peculato) in via definitiva, mantiene tranquillamente il proprio ruolo all’interno del Parlamento, lo stipendio, la diaria e tutto il resto. Oggi, dopo 16 mesi di rinvii continui, con 137 voti a favore, 94 contrari e 20 astenuti il Senato ha annullato il parere della Giunta di sette mesi fa sulla revoca del mandato al senatore Augusto Minzolini ai sensi della legge Severino. Risultato ottenuto anche grazie ai voti favorevoli alla mozione FI e alle assenze strategiche nel PD, che quando si tratta di fare la guerra a Forza Italia diventa magicamente non belligerante (e viceversa). La finta opposizione di Forza Italia al governo è ormai fin troppo evidente: io salvo Lotti, tu mi salvi Minzolini. E il gioco (scorretto) è fatto.

Quasi commoventi le parole di Minzolini che ha annunciato le dimissioni, ma per dimettersi servirà un voto dell’Aula che, tra l’altro, potrebbe pure respingerle. Ora l’obiettivo di Minzolini è raggiungere la pensione/vitalizio che dovrebbe scattare dal 2023. Il punto vero, che mi lascia interdetto è: come si fa a condannare il populismo dilagante e poi comportarsi così? Ditemi, come si possono votare partiti del genere? Come si fa a consegnare il Paese a chi considera “adeguato” al ruolo di parlamentare uno che è stato condannato in via definitiva? Questo garantismo senza se e senza ma io non riesco proprio a digerirlo.

Il ripudio della legge Severino porta con sé la litania forzista che vorrebbe la risurrezione politica di Silvio Berlusconi, a detta dei suoi adepti vittima dell’infame legge. E sono queste notizie che, tutto sommato, ti fanno capire che Minzolini è stato usato anche come grimaldello per riaprire il Parlamento. D’altronde, un pregiudicato in più che male vuoi che faccia al Parlamento italiano?

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Speedy Senato

Speedy_Senato
Domani sera, salvo impedimenti (chiamati emendamenti), il Senato voterà la fiducia alla legge di bilancio, aprendo di fatto la strada alla vera e propria crisi di governo di Renzi e della sua squadra. Uno sprint che, sinceramente, fa un po’ a pugni con i toni critici pre-refendario, in cui i sostenitori del Sì denunciavano la lentezza del Paese causata dalla trappola del bicameralismo perfetto. Nei minuti che hanno seguito la sconfitta del Sì e del governo Renzi si vociferava di tempi tecnici ben più lunghi per arrivare al voto definitivo delle legge di bilancio; e invece è bastato semplicemente “darsi una mossa” e il problema dei tempi è diventato un ricordo.

Ma allora, chi aveva ragione? Il processo legislativo in Italia è lento e farraginoso, oppure lo diventa in occasione di leggi che il Parlamento non vuole votare o che non è incentivato a votare? Io che ho votato no al referendum, ho sempre pensato che la rapidità legislativa del Parlamento dipendesse dalla volontà o meno dei parlamentari ad essere veloci. Ricordo perfettamente la rapidità del Parlamento per approvare il lodo Alfano, perché serviva al Capo. E non siamo nemmeno un Paese che necessita di leggi, perché a detta di molti ne abbiamo fin troppe, talvolta fatte male, ma in quantità industriale.

Dunque, al prossimo a cui verrà in mente di riformare la Costituzione, mi auguro venga in mente di prendere in considerazione questi aspetti, perché altrimenti farà presumibilmente la stessa fine di Matteo Renzi.

Exit Strategy

Exit Strategy Berlusconi

Alla vigilia della sua decadenza, Silvio Berlusconi completa la sua personalissima “exit strategy”. Alla luce della presumibile esclusione dal Senato, ecco che Berlusconi anticipa tutti uscendo anche dalla maggioranza, togliendo l’appoggio al governo. La “spaccatura” col Nuovo Centrodestra guidato dall’ex delfino Alfano serviva proprio a questo: a rimanere al governo passando all’opposizione. Perché Silvietto aveva (e ha ancora) paura di consumare uno strappo definitivo con gli alleati del PD, temendo un salvataggio dell’Esecutivo in extremis da parte dei deputati e, soprattutto, dei senatori del Movimento 5 Stelle. Così lui continua, molto indirettamente, a guidare l’operato del governo, mettendosi in competizione con Grillo in materia di populismo e demagogia. Con un punto molto a suo favore: lui sarà il martire della politica, la vittima sacrificale di un disegno politico-giudiziario ai suoi danni. Ovviamente quest’ultimo punto dipende dal “tasso di boccalaggine” degli Italiani che, per dirla tutta, negli ultimi anni ha raggiunto valori molto, troppo elevati.

Si tratta del “colpo di coda” del Caimano, o Cainano. Le sta provando tutte per salvarsi: dalla manifestazione di piazza, alla delegittimazione della Magistratura che l’ha condannato (facilmente individuabile dalle appariscenti “toghe rosse”), dalla comparsa di nuovi testimoni a sua difesa (7 o 12, non s’è capito bene, si sa solo che è un numero biblico) all’odierna minaccia di togliere l’appoggio al governo Letta. Ovviamente non lo fa per il voto sulla decadenza, ma perché nella cosiddetta “legge di Stabilità” ci sarebbero troppe tasse. Perché Silvio ci ama tutti, ci vuole bene e non vuole che paghiamo troppe tasse. Ah se solo potesse pagarcele lui…. No, aspetta! Ma chi era quel tale che aveva promesso di pagare di tasca propria l’Imu qualora avesse vinto le elezioni? Probabilmente si trattò dell’ennesimo refuso giornalistico, perché quale coglione offrirebbe una cifra simile? Sarebbe una cosa INCREDIBILE…

 

«Il processo breve è una nostra priorità»

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L’intervento del capogruppo del Pdl al Senato esprime chiaramente le linee guida dell’attuale politica italiana, in cui è ben chiaro il significato della frase “nostra priorità“. Vabbè, non aggiungo altro, tanto mi sembra inutile discutere con uno come Gasparri, o no?

Se non lasci non vale

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Riccardo Villari non molla

Personalmente, non avevo mai sentito nominare Riccardo Villari. E, sinceramente, avrei preferito non doverlo conoscere nel modo in cui il suo nome è stato sviscerato e stampato su giornali e telegiornali d’Italia. Tutto nasce dall’empasse della nomina del presidente della Commissione parlamentare per la Vigilanza Rai, nomina su cui maggioranza ed opposizione non riuscivano a convergere su un nome. Per la verità, l’opposizione proponeva un solo nome, quello di Leoluca Orlando, deputato dell’Italia dei Valori che aveva l’appoggio del suo stesso partito, ovviamente, del Partito Democrativo e dell’Unione dei Democratici di Centro. Purtroppo per lui, il suo nome era inviso alla maggioranza di centro-destra + Lega Nord e questa situazione a portato allo stallo dei mesi antecedenti. Infine, con un colpo a sorpresa, la maggioranza ha autonomamente eletto un deputato dell’opposizione, appunto Riccardo Villari, che ora si trova nella situazione di essere stato eletto, ma di avere come primi nemici coloro che, fino a pochi giorni fa, erano suoi colleghi e amici. Per la verità, il buon Villari aveva detto che si sarebbe fatto da parte appena le due controparti, maggioranza ed opposizione, fossero giunte ad un accordo su un nome da eleggere; ora che si è trovato il nome (Sergio Zavoli), però, ecco che Villari fa retro marcia e rifiuta ogni invito alle dimissioni. D’altronde perché dovrebbe dimettersi? E’ un deputato dell’opposizione (o meglio, lo era finché non è stato espulso dal PD) ed è stato eletto in maniera regolare. Ovviamente, in questo modo l’opposizione è stata tagliata fuori dai giochi, ma questa situazione l’opposizione se l’è un po’ cercata, a dir la verità.

Riccardo Villari ha, probabilmente, l’occasione di una vita, per essere presidente di una Commissione parlamentare e per diventare veramente notabile. E’ comprensibile che non voglia mollare lo scranno, lo fanno tutti i politici, è una malattia che colpisce trasversalmente deputati e senatori. Inoltre, la candidatura di Zavoli, pur rappresentando una candidatura seria ed autorevole, va nella solita direzione de “Largo ai Vecchi“, leit motive della politica italiana e non solo della politica. E in tutto questo parapiglia generale, arriva pure la sparata politica di Antonio Di Pietro che attribuisce la colpa per la situazione creatasi al premier Silvio Berlusconi, lanciando una pesante accusa di corruzione verso il Pres-del-Cons. Credo che alla base di tutto ci sia un astio reciproco tra PdL e IDV: il Popolo della Libertà non voleva assolutamente Leoluca Orlando probabilmente perché deputato dell’IDV, non per altro; e questo non può lasciare indifferente il presidente dell’Italia dei Valori che, già di suo, ha l’orticaria ogniqualvolta ha a che fare col premier Berlusconi.