Moody’s e la spazzatura del Portogallo

Doppia mossa di Moody’s che fa calare la scure sul rating del Portogallo, declassandolo a “junk”, ossia spazzatura, e mette in guardia sui rischi del piano francese per il nuovo salvataggio della Grecia che prevede il rinnovo del debito greco attraverso la partecipazione dei creditori privati. Le agenzie di rating non danno tregua, tanto da spingere la cancelliera tedesca Angela Merkel a non fare «troppo affidamento» sulle loro valutazioni e a fare appello all’indipendenza di giudizio delle istituzioni internazionali, Ue, Bce e Fmi, impegnate da oltre un anno nel salvataggio dell’euro.

Se ieri Standard & Poor’s aveva bocciato l’ipotesi di un rollover del debito greco, seppure volontario da parte di banche e assicurazioni, perché farebbe scattare un ’default’, oggi Moody’s ha rincarato la dose colpendo sia Atene che Lisbona. Il rating del Paese lusitano è stato tagliato a ’Ba2’ da ’Baa1’ – al di sotto del livello di ’investment grade’ – con outlook negativo, alla luce del «crescente rischio che il Portogallo possa chiedere un secondo round di finanziamenti internazionali prima che possa tornare sul mercato privato e dell’aumento delle possibilità che venga chiesta come pre-condizione la partecipazione del settore privato».

Moody’s mette anche in evidenza «il timore che il Portogallo non riuscirà a centrare pienamente gli obiettivi di riduzione del deficit e di stabilizzazione del debito fissati nel quadro dell’accordo con Unione europea e Fondo monetario internazionale», ma il nodo cruciale resta la pretesa di far partecipare i privati a un secondo salvataggio come nel caso della Grecia. Una tale prospettiva – spiega Moody’s – potrebbe «scoraggiare nuovi finanziamenti da parte di istituzioni private e ridurre le probabilità del Portogallo di tornare presto a finanziarsi sul mercato».

La Stampa

Sinceramente non si riesce a capire se sia possibile uscire da una situazione in bilico come quella attuale. Ogni tentativo di salvataggio si schianta addosso agli scogli delle agenzie di rating, prudenzialmente diffidenti di fronte a interventi una tantum che fungono da pezza. Sembra sempre di chiudere il recinto dopo che i bui sono scappati. E la domanda sorge spontanea: sono troppo pessimiste le Agenzie di rating, oppure c’hanno visto giusto e ci stanno nascondendo la reale entità del problema? Chi ha soldi, comunque, se li tenga ben stretti!

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Fukushima, l’allarme continua

Nonostante i media nazionali continuino ad evitare di parlarne, l’allarme a Fukushima, nella centrale nucleare di Fukushima, continua ad essere elevato. La notizia di oggi è che il reattore della centrale perde acqua, acqua radioattiva che continua ad aggravare la situazione ambientale delle aree circostanti la centrale nucleare gestita dalla Tepco.

Il nocciolo sta sprofondando verso il basso, ma la stessa Tepco sostiene che l’attività di raffreddamento dell’uranio è efficace e continuerà nel futuro. Quasi 10.400 tonnellate di acqua sono state pompate nel reattore finora, ma non è chiaro dove fuoriesca l’acqua. Gli elevati livelli di radiazioni rendono difficili le verifiche al sito degli addetti, ha detto Junichi Matsumoto, general manager della Tepco. Sorprende, sinceramente, la calma apparente di fronte ad un lento disastro nucleare che potrebbe avere seri effetti negativi sulla popolazione nipponica, addirittura potrebbe essere più devastante delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Tracce di cesio radioattivo sono stati rilevati nei centri di trattamento delle acque reflue a Ibaraki e nella prefettura di Kanagawa, a sud di Fukushima.

Tutto scorre, lentamente, come l’acqua contaminata dai reattori di Fukushima. Tutto scorre, lentamente, verso una possibile catastrofe ambientale, con ripercussioni sulla salute mondiale. Altro che influenza suina, qui si rischiano danni permamenti su larga scala, ma il tutto sembra passare via liscio, senza preoccupare. Il nucleare deve rimanere una risorsa, non deve mai assomigliare ad un rischio. Vale così tanto l’affare nucleare?

Alta volatilità sui metalli preziosi

Il lavoro mi impone di guardare i mercati finanziari e il focus centrale che mi è stato richiesto dai vertici riguarda il controllo e monitoraggio costante della volatilità dei mercati, suddivisi per asset. Si tratta di entrare in simbiosi con Bloomberg, perché senza il suo prezioso aiuto tutto il lavoro sarebbe molto più difficile ed articolato.

Comunque sia, voglio focalizzare l’attenzione sull’andamento dei metalli preziosi, commodities che tende spesso ad avere un comportamento antitetico rispetto alle altre materie prime, probabilmente la commodity maggiormente decorrelata rispetto al mercato. E in un mondo dominato dall’incertezza sui bancari e sui debiti sovrani dei Paesi periferici dell’area Euro, ecco che i metalli preziosi hanno il loro naturale risalto, diventano il naturale bene rifugio che rappresenta un approdo sicuro ai poveri investitori colpiti dagli tsunami dei mercati azionari.

Il punto è che la volatilità su queste materie prime è salita enormemente in un periodo di tempo molto breve, tra l’altro in controtendenza ad un mercato che, invece, mostra in realtà una volatilità calante, specialmente sugli asset più ad alto rischio. Ovviamente, chi mastica finanza sa bene che con la volatilità non si misura il rischio, quindi non è il rischio ad aumentare, bensì il grado di incertezza e di imprevedibilità dei prezzi dei metalli preziosi. Oro e Argento stanno facendo performance incredibili, risultati che attraggono capitali facili ma che possono dare cocenti delusioni agli investitori.

Il mio consiglio spensierato e senza volontà di consulenza è di rimanere lontani da attività che mostrano andamenti così rapidi e violenti nel breve termine, è un rischio inutile e difficile da gestire. Molto meglio guardare al medio termine, e considerare seriamente l’investimento in dollari in attività a più basso rischio, poiché il super-Euro offre questa valida alternativa di scommessa. Quindi, mi giocherei la scommessa valutaria su un fixed-income, ad esempio. Il rischio c’è, poiché è insito nel cambio, ma almeno rischio consapevolmente ponendomi in una zona saggia del mercato.

Intesa Sanpaolo: matrimonio infelice?

Andamento del titolo Intesa Sanpaolo dal 02/01/2007 al 30/12/2010 (Yahoo)

 

Oggi sono trascorsi esattamente quattro anni dalla fusione tra la Banca Intesa e la banca Sanpaolo IMI, matrimonio che ha dato vita alla Banca Intesa Sanpaolo, ora la seconda banca italiana per livello di capitalizzazione (dietro solo ad Unicredit), il settimo gruppo bancario in Europa per capitalizzazione. Sembrava l’affare del secolo, la nascita di un colosso bancario nazionale in grado di guidare il sistema-banca Italia negli anni a venire.

Qualcosa, però, nel progetto iniziale è andato storto. L’arrivo della crisi finanziaria finanziaria del 2008, partito dagli Stati Uniti (bolla speculativa + mutui subprime) ha reso Intesa Sanpaolo un pesante pachiderma poco agile nel districarsi dalle maglie della crisi, un gigante che si è visto crollare la terra sotto i piedi. Il crollo è sotto gli occhi di tutti, basta guardare il grafico qui sopra. Dal 2 gennaio 2007 (data delle nozze) al 30/12/2010 il titolo Intesa Sanpaolo ha perso il 65,24% del valore, quasi i 2/3 della capitalizzazione di Borsa. Un gran bell’investimento, non trovate? E va detto che oggi il titolo non si trova ai minimi, minimo registrato attorno al marzo 2009 ad un valore di circa 1,40 euro.

A posteriori si è trattato di un matrimonio infelice? Io credo di sì, credo che siano stati sbagliati i tempi tecnici dell’operazione e credo questo sia stato scontato nella grave caduta libera del titolo in Borsa, una picchiata globale del settore bancario che ha colpito maggiormente i grandi gruppi. Speriamo che il settore si riprenda e che sia trainante per l’economia italiana. Io ancora ne dubito, penso che il 2011 sarà un anno transitorio per le banche, magari di lieve ripresa, ma non sarà un anno da ricordare come anno felice. Le banche devono soffrire ancora un po’, l’hanno fatto troppo grossa…
Per quanto riguarda le decisioni di investimento, direi che si tratta di un titolo che, specialmente nel medio-lungo termine, merita un’attenzione speciale e potrebbe essere un ottimo investimento ad elevato rendimento a rischio contenuto. Insomma, il titolo ante crisi aveva una quotazione intorno a 6 euro ad azione, oggi ne vale all’incirca 2: se i mercati finanziari hanno senso, direi che la probabilità di una risalita dei prezzi è decisamente elevata, a meno di ulteriori peggioramenti delle economie mondiali. Auguro un felice 2011 anche ad Intesa Sanpaolo, nonostante i numerosi curricula che, nei mesi scorsi, ho inviato senza ricevere alcun tipo di risposta.

Analisi media-varianza: lungo periodo a tempo discreto

Dopo aver considerato semplicemente un investitore miope, passo ora col prendere in considerazione investitori che sono interessati alla distribuzione della ricchezza K periodi in avanti e non considerare semplicemente il periodo successivo. Si continua ad assumere che la ricchezza sia reinvestita, così il vincolo di bilancio assume la forma:

W_{t+k}=\left( 1+R_{pK,t+K}\right) =\left( 1+R_{p,t+1}\right) \left(1+R_{p,t+2}\right) \text{...}\left( 1+R_{p,t+K}\right)W_{t}.

Prendendone i logaritmi, il log-rendimento cumulativo su K periodi non è altro che la somma di K rendimenti periodali:

r_{pK,t+k}=r_{p,t+1}+r_{p,t+2}+...+r_{p,t+K}.

Il portafoglio ottimo di lungo periodo per l’investitore non dipende solamente dall’obiettivo dello stesso investitore, ma anche da quello che è disponibile a fare in ogni periodo. Molto dipende dal fatto se l’investitore è disposto a ribilanciare il proprio portafoglio al termine di ogni periodo, oppure se sceglie l’investimento al tempo t e lo mantiene fino alla scadenza t+K.
In quest’ultimo caso, i risultati ottenuti non si discostano dal caso di breve periodo. L’unico punto debole dell’analisi di lungo periodo riguarda l’approssimazione del vincolo di bilancio sul lungo periodo. La qualità di tale approssimazione decade fortemente passando da un contesto di breve periodo ad uno di lungo periodo. Per questa ragione una soluzione per le scelte di portafoglio di lungo periodo senza ribilanciamento del portafoglio comporta la presenza di effetti legati all’orizzonte temporale, persino se i rendimenti delle attività rischiose sono indipendenti e identicamente distribuiti (IID), come mostrato, ad esempio, da Barberis in «Investing for the Long Run When Returns Are Predictable».

L’ipotesi di assenza di ribilanciamento del portafoglio è un’ipotesi decisamente irrealistica. Gli investitori con un orizzonte temporale lungo sono liberi di acquistare e vendere attività in qualsiasi momento e gli intermediari finanziari esistono e permettono di ridurre notevolmente i costi di transazione che, in caso d’assenza di intermediari, potrebbero scoraggiare le transazioni. Il problema è che l’assunzione di ribilanciamento del portafoglio comporta delle maggiori difficoltà tecniche, perché impedisce l’utilizzo di un vincolo di bilancio loglineare.

Samuelson e Merton forniscono le due condizioni sotto cui l’investitore di lungo periodo si comporta in maniera miope, scegliendo appunto il medesimo portafoglio dell’investitore di breve periodo. Innanzitutto, le scelte di portafoglio sono miopi se la forma funzionale dell’utilità dell’investitore è del tipo power utility e i rendimenti sono IID. Questo dipende dal fatto che, se i rendimenti sono indipendenti e identicamente distribuiti, non vi sono nuove informazioni tra un periodo e il successivo e ciò non dà motivazioni per modificare il proprio portafoglio. Si concentra, quindi, l’attenzione sulla regola deterministica di portafoglio per cui la quota rischiosa \alpha _{t} può dipendere dal tempo.

Il rendimento logaritmico su K-periodi non è altro che la somma dei rendimenti logaritmici sui singoli periodi. Si consideri, ad esempio, il caso in cui K=2; si ottiene:

r_{p2,t+2}-2r_{f} =\left( r_{p,t+1}-r_{f}\right) +\left(r_{p,t+2}-r_{f}\right)
=\alpha _{t}\left( r_{t+1}-r_{f}\right) +\frac{1}{2}\alpha _{t}\left(1-\alpha _{t}\right) \sigma ^{2}+\alpha _{t+1}\left(r_{t+2}-r_{f}\right) +\frac{1}{2}\alpha _{t+1}\left(1-\alpha _{t+1}\right) \sigma ^{2},

in cui \alpha _{t} e \alpha _{t+1} possono essere differenti, perché è ammessa la possibilità di ribilanciamento del portafoglio. La varianza condizionale del rendimento logaritmico su 2 periodi è:

\mathbb{V}_{t}\left( r_{p,t,t+2}\right) =\left( \alpha _{t}^{2}+\alpha_{t+1}^{2}\right) \sigma ^{2}.

Entrambi i parametri delle quote rischiose di portafoglio sono deterministici e, perciò, sono note al tempo t. La media dei
rendimenti logaritmici su 2 periodi, aggiustata aggiungendo la metà della varianza condizionale dei rendimenti è:

\mathbb{E}_{t}\left( r_{p,t,t+2}\right) +\frac{1}{2}\mathbb{V}_{t}\left(r_{p,t,t+2}\right) =2r_{f}+\left( \alpha_{t}+\alpha _{t+1}\right) \left(\mathbb{E}r-r_{f}+\frac{1}{2}\sigma ^{2}\right) .

La funzione obiettivo su 2 periodi per un investitore è:

\max \mathbb{E}_{t}\left( r_{p,t,t+2}\right) +\frac{1}{2}\mathbb{V}_{t}\left( r_{p,t,t+2}\right) -\frac{\gamma}{2}\mathbb{V}_{t}\left(r_{p,t,t+2}\right) ,

da cui si evince che un investitore con \gamma >0 preferisce sempre un minor livello di varianza dei rendimenti logaritmici per un dato livello delle media aggiustata per la varianza. Dall’equazione dei rendimenti logaritmici su 2 periodi la media aggiustata per la varianza dipende dalla somma di \left( \alpha _{t}+\alpha_{t+1}\right) . Dal momento che la varianza dipende dalla somma dei quadrati \left( \alpha _{t}^{2}+\alpha _{t+1}^{2}\right) , la minimizzazione della varianza si ottiene ponendo \alpha _{t}=\alpha_{t+1}, ossia una regola di portafoglio costante, ovvero un risultato del tutto simile a quello ottenuto dall’investitore di breve periodo.

La seconda condizione proposta da Samuelson e Merton per le scelte di portafoglio miopi è che l’investitore abbia una funzione di utilità logaritmica. In questo caso le scelte di portafoglio saranno miopi anche qualora i rendimenti delle attività non fossero IID.

Introduzione al rischio salute

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Dopo aver ampiamente sviscerato il problema dell’allocazione di portafoglio degli individui e delle famiglie lungo il life cycle, considerando i fattori prevalenti della teoria economica, ossia la ricchezza, il reddito lavorativo, il fattore casa, l’avversione al rischio, la motivazione ereditaria, ecc., voglio ora ampliare la trattazione ponendo l’ipotesi che vi sia almeno un’altra variabile che possa dare una motivazione alle variazioni nella composizione del portafoglio investito degli individui lungo il ciclo di vita, ovvero il rischio salute.
Il collegamento fra queste due variabili, ossia rischio salute e composizione del portafoglio investito, non è certamente dei più palesi ed evidenti. Questo aspetto è attuale e di recente analisi da parte del mondo accademico, quindi non vi è ancora una teoria corposa in merito, ma vi sono già lavori ed evidenze empiriche su diversi dataset.
Una possibile giustificazione al fatto che le condizioni di salute possano incidere sull’allocazione di portafoglio può essere ottenuta considerando il legame tra salute e partecipazione al mercato del lavoro. Questo è il sentiero percorso da Barnay e Debrand (2006), i quali analizzano gli effetti della salute sulla partecipazione alla forza lavoro da parte dei lavoratori più anziani in Europa. Lavori simili sono stati svolti da Campolieti (2002) che, invece, analizza il mercato del lavoro del Canada, limitando la ricerca alla sola partecipazione maschile, e da Jiménez-Martín e altri (2005) che circoscrivono l’analisi alla sola Spagna.
Ponendo, invece, l’attenzione sull’allocazione di portafoglio, Christelis, Jappelli e Padula (2007) si chiedono se le abilità cognitive di un individuo, ad esempio l’abilità matematica, la fluidità verbale e la capacità mnemonica, abbiano un effetto sulle decisioni di investimento. Gli autori trovano che la propensione nell’investire in azioni è fortemente correlata con le capacità cognitive dell’individuo. Tuttavia, tale relazione non si verifica sulle attività finanziarie a minor rischio e più trasparenti dal punto di vista informativo, come obbligazioni e titoli di Stato, concludendo che il legame tra abilità cognitive e detenzione di azioni è guidato da vincoli informativi, piuttosto che dalle caratteristiche delle preferenze individuali o da tratti psicologici. A suffragare questo lavoro, si aggiunge anche la ricerca di Jürges (2007) che mostra come il fattore salute non incida sostanzialmente sulle decisioni di risparmio degli individui.

References:

Barnay T., Debrand T., 2006, Effects of Health on the Labour Force Participation of Older Persons in Europe, Questions d’éeconomie de la santé, n° 109, IRDES.
Campolieti M., 2002, Disability and the Labour Participation of Older man in Canada, «Labour Economics», pp. 405-432.
Christelis D., Jappelli T., Padula M., 2007, Cognitive Abilities and Portfolio Choice, CEPR discussion paper 5735.
Jimenez-Martin S., Labeaga J.M., Prieto C.V., 2005, A Sequential Model for Older Workers’ Labour Transitions after a Health Shock, Working Paper.
Jürges H., 2007, Does Ill Health Affect Savings Intentions?, Mannheim: MEA.

Crollano i rendimenti dei BOT a 3 e 12 mesi

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Un’asta da dimenticare quella odierna per i titoli del Tesoro che hanno subito un forte decremento del loro rendimento. I Buoni Ordinari del Tesoro con scadenza a tre mesi sono stati collocati con un rendimento medio ponderato pari allo 0,492%, in caduta verticale rispetto allo 0,991% del collocamento precedente. Non è andata tanto meglio ai BOT con scadenza ad un anno, con un rendimento medio dello 0,859%, anche in questo caso in forte calo rispetto all’1,272% di un mese fa.
Per la scadenza trimestrale è stato richiesto un quantitativo più che doppio rispetto a quello offerto, visto che a fronte di una disponibilità di 4,5 miliardi di euro, sono pervenute domande di sottoscrizione per oltre 10,5 miliardi. Il BOT a un anno invece è stato offerto per 8 miliardi di euro e richiesto per quasi 12,7 miliardi.

(Trend Online)

Da questi dati è evidente che gli investitori siano ancora spaventati dalla crisi e si buttino su strumenti finanziari risk free, come appunto i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT) a 3 e 12 mesi. Nonostante da qualche mese i mercati abbiano tendenzialmente corretto la deriva ribassista e recuperato una parte delle perdite, gli investitori continuano ad essere diffidenti e preferiscono affidarsi ancora pesantemente a titoli di Stato, specialmente a breve scadenza (3 mesi). Chissà che questi rendimenti miseri possano scoraggiare almeno una parte degli investitori, invitandoli a correre qualche rischio in più e ritornare ad investire in maniera più normale ed equilibrata.

Bentornato nucleare!

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Il disegno di legge sullo sviluppo è legge, dopo il voto favorevole del Senato (voto favorevole di PdL, Lega ed UDC, astensione di PD e IdV). Tra i vari punti, c’è anche la riapertura verso il nucleare, come già anticipato il 13 maggio scorso. Nella fattispecie, il ddl prevede che:

Il governo potrà pilotare l’Italia nel ritorno al nucleare. Avrà sei mesi di tempo per localizzare i siti degli impianti, potrà definire i criteri per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, dovrà individuare le misure compensative per le popolazioni che saranno interessate dalle nuove strutture. Per la costruzione di centrali, è noto, saranno necessari anni, ma l’iter sarà velocizzato. Viene poi creata una agenzia per la sicurezza del nucleare.

Innanzitutto voglio vedere come si farà a trovare dei siti adatti per gli impianti nucleari, nonché le zone per lo stoccaggio delle scorie radioattive. L’Italia è un Paese ad elevato rischio sismico, ma in molte zone è rilevante anche il rischio idro-geologico. In Italia, una zona poco sismica è solamente la pianura padana, ma non tutta. E comunque il rischio di terremoti non è mai nullo. Voglio vedere come si farà a trovare siti adatti nell’Italia centro-meridionale. Quale balle si inventeranno pur di ammettere zone ad elevato rischio? E già mi immagino quanti comitati cittadini saranno disposti a nascere per contrastare questa politica impopolare del governo. Impopolare perché il nucleare non è stato richiesto dai cittadini ed inoltre c’è sempre un referendum abrogativo che medita vendetta.

Infatti, vorrei chiedere ai passanti se siete d’accordo col ritorno al nucleare in Italia, proponendovi un semplice sondaggio.

Votate votate votate, non costa nulla… finché non trovo il modo di farmi pagare! 😛

Polizza 100eLode, a cosa serve?

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Recentemente, durante la trasmissione “Chi vuol essere milionario” passa la pubblicità di una nuova polizza assicurativa, prodotta dal gruppo assicurativo Arfin e chiamata polizza 100eLode. In sostanza, a fronte di una premio unico di 550 euro, l’assicurazione è disponibile a coprire le spese universitarie dello studente (fino ad un massimo di 120000 euro), a patto che:

  1. la polizza deve essere sottoscritta entro e non oltre il nono anno di età dell’Assicurato;
  2. lo studente assicurato abbia conseguito la Maturità con un punteggio pari a 100 e lode;
  3. lo studente assicurato superi il SAT (Scholastic Aptitude Test) o un altro esame equipollente indicato dalla Compagnia asssicurativa.

Dunque, pagando una cifra abbastanza abbordabile è possibile coprire le eventuali spese future del figlio, ovviamente a condizione che sia stato molto bravo (100 e lode) e che passi un test SAT. Ma che cos’è il SAT? Si tratta di un test in lingua inglese, volto a comprendere le competenze cognitive dell’individuo, sia a misurare le sue conoscenze su diverse materie. È comunque un test in lingua inglese, della durata di svariate ore (4-5 ore all’incirca) e il costo per sostenere questo test è a carico vostro, non della compagnia assicurativa. Dovrebbe costare all’incirca 60 – 70 dollari, ma su questo punto non posso essere completamente certo. Fatto sta che solamente quelli che supereranno il test nei primi due quartili (il primo 50%) avrà accesso al “finanziamento” della Arfin, altrimenti nisba.

Ma perché un genitore dovrebbe assicurare la carriera universitaria del proprio figlio? Da quale rischio ci si copre? In un Paese (e devo ammettere che ogni tanto l’Italia non lo è) gli studenti meritevoli hanno già accesso a borse di studio, a maggior ragione se sussistono anche gravi condizioni economiche che potrebbero pregiudicare il proseguimento degli studi dello studente. Perché, quindi, assicurarsi contro questo “rischio”? Se uno è “figlio di papà” non ha problemi e non si pone il problema. Dunque, questa polizza assicurativa è destinata solamente alle famiglie di ceto medio-basso, dotate di ricchezza e reddito futuro che non garantisce la possibilità di pagare le rette universitarie. Si tratta di una scommessa, praticamente. Si puntano 500 euro per vincere un jackpot per l’università del figlio: a mio parere, meglio tenersi in tasca i soldi ed investirli oculatamente per garantire al proprio figlio una buona dote finanziaria per l’accesso all’università. Queste polizze puzzano sempre di truffa, meglio starne alla larga.

Misure di rischio coerenti

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Nel mondo finanziario, per poter misurare il rischio è prima opportuno soffermarsi su cosa sia, letteralmente, il rischio. Con “rischio” si intende la possibilità prevedibile di subire un danno, un evento negativo, una perdita, come conseguenza del proprio comportamento o di difficoltà oggettive. Trattando il mondo finanziario, si tratta del rischio prevedibile di incorrere in perdite, dovute a propri errori oppure ad elementi esterni oggettivi.

Per poter misurare il rischio, comunque, è basilare definire quali siano le condizioni sotto cui una generica misura può essere definita valida o, per meglio dire, coerente. A tal proposito, giunge utile far riferimento al lavoro di Artzner, Delbaen, Eber e Heath (1999) «Coherent Measure of Risk», in cui gli autori individuano i 4 assiomi (in realtà sarebbero 5, ma uno è quasi irrilevante) per definire una buona misura di rischio. Si tratta di:

  1. Assioma di Invarianza transizionale: questo assioma garantisce che, aggiungendo una componente certa (titolo privo di rischio) ad una componente aleatoria, l’indice di rischiosità si riduce esattamente della proporzione di ricchezza investita nel titolo risk free.
  2. Assioma di Subadditività: tale assioma richiede che l’indice di rischiosità riferito ad un portafoglio non sia mai più elevato della somma degli indici calcolati sui singoli titoli che compongono il portafoglio stesso. In pratica, tale assioma appoggia l’idea per cui la diversificazione di portafoglio debba ridurre il rischio del portafoglio.
  3. Assioma di Omogeneità positiva: aumentando l’investimento in un titolo, anche l’indice di rischiosità deve aumentare; difatti, essendo maggiore la ricchezza investita deve essere necessariamente superiore anche il rischio connesso all’investimento. In particolare, si richiede che il rischio aumenti tanto quanto è aumentato l’investimento.
  4. Assioma di Monotonicità: se il titolo A ha rendimenti sempre maggiori rispetto al titolo B, allora questo assioma richiede che investire nel titolo A sia migliore che investire nel titolo B. Questo assiome si traduce banalmente nel fatto che, qualora esistessero opportunità di arbitraggio sui mercati finanziari, ecco che la misura di rischio deve aiutarmi a sfruttarle.

Dunque, una misura di rischio che rispetti tutte questi assiomi si definisce misura di rischio coerente. Purtroppo, mentre nel mondo accademico si parla già da un decennio di misure di rischio coerenti, i protagonisti degli ambienti finanziari sono ancora abbastanza sordi di fronte a questi elementi e, come potrò discuterne più in là nel tempo, continuano ad utilizzare misure di rischio non coerenti, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.