Nel primo trimestre Pil -5,9%

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Il sito dell’Istat oggi fornisce le stime preliminari sulll’andamento del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano. E sono dati allarmanti che confermano e danno una quantificazione numerica alla portata dell’attuale crisi economica e della recessione globale che sta investendo l’economia planetaria. Il Pil ha fatto registrare un -2.9% rispetto al quarto trimestre 2008, mentre la variazione su base annua è pari a -5.9%, una delle più pesanti flessioni da decenni. Il resto del mondo, comunque, non è che se la passi poi tanto meglio.nel quarto trimestre il Pil è diminuito in termini congiunturali del 3.3% in Giappone, del 2.1% Germania, dell’1.6% negli Stati Uniti, dell’1.5% nel Regno Unito e dell’1.2% in Francia. In termini tendenziali, il Pil è diminuito del 4.6% in Giappone, dell’1.9% nel Regno Unito, dell’1.6% in Germania, dell’1.0% in Francia e dello 0.8% negli Stati Uniti. Nel complesso, il Pil dei paesi dell’area Euro è diminuito dell’1.5% in termini congiunturali e dell’1.7% in termini tendenziali. I settori che stanno subendo maggiormente la crisi sono quello dell’edilizia e dell’industria, con flessioni in Italia pari, rispettivamente, a -4% e -8.4%. Recupera invece il settore agricolo, dimostrando forse che bisogna tornare alla terra per puntare veramente ad un’economia e ad uno sviluppo sostenibile.

L’unica speranza che posso avere, oltre al fatto che questa crisi possa durare il meno possibile, è quella che questa grave e profonda crisi possa ripulire il mondo economico da quella gentaglia che, con comportamenti truffaldini e disonesti, ha contribuito fortemente ad accrescere ed amplificare la magnitudo di questo baratro in cui l’economia mondiale è precipitata. Questa è la speranza di un giovane 25enne laureato che sogna un mondo migliore.

I soldi non piovono dal cielo

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La ricetta contro la crisi, a detta dei nostri politici, è quella di spendere. La gente deve spendere, le famiglie devono spendere, non bisogna risparmiare perché risparmiare fa male, risparmiare è un peccato e presto sarà reato. Ma come si può spendere ciò che non si ha? La famiglie italiane continuano ad impoverirsi. L’Istat ha diffuso oggi un allarme sulla povertà degli italiani. Secondo questa statistica, il 5,3% delle famiglie non avrebbe i soldi per acquistare il cibo, mentre circa il 15,4% non arriverebbe a fine mese. Questo è un dato in contrasto con quanto verificato sui consumi natalizi che, nonostante la crisi e la recessione globale, rimangono stabili rispetto ai dati degli anni passati, oltre al fatto che il turismo ha mantenuto un certo appeal.

Non si può, quindi, a mio avviso, rovesciare le redini della crisi sulle famiglie italiane. Gli Italiani si indebitano, da popolo di grandi risparmiatori siamo arrivati ad un livello di indebitamento quasi insostenibile. Non è possibile tirare ulteriormente la corda, la cinghia è tesa, tesissima e non si può chiedere che gli Italiani facciano ripartire l’economia. Lo Stato deve rimboccarsi le mani, la politica deve ridurre i propri costi e adottare, in comune accordo, provvedimenti atti a superare questa situazione. Dalla crisi non si esce in poco tempo, ci vorranno mesi, oppure anni per lasciarci alle spalle questa fase. E non è nemmeno detto che la crisi non sia ancora in una fase di sviluppo, perché le truffe e i crack finanziari sono assai frequenti e tutta la merda sepolta sta venendo a galla. In un contesto simile, bisogna ridurre le tasse e portare più soldi nelle tasche dei cittadini. Con più soldi si può spendere di più, con più soldi in tasca i cittadini posso spendere ed investire con più tranquillità e serenità. Ad oggi, buona parte delle famiglie deve fare le spese col bilancino e la parola “investimento” è uscita dal loro vocabolario. Non si può andare avanti così, perché se l’economia non gira, ai cittadini girano sicuramente…

Serve sempre una politica economica anticiclica

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fonte immagine: Wikipedia

Leggo che oggi, il leader dell’Uil Luigi Angeletti ha dichiarato che  attende la convocazione del governo per discutere di una politica economica anticiclica. E su questo punto non possono non essere d’accordo. Le politiche economiche devono essere anticicliche per ridurre le turbolenze del ciclo economico.
Purtroppo, però, vi sono almeno due punti critici:

  1. le politiche economiche anticicliche sono più facili a dirsi che a farsi; infatti, ha senso parlare di politiche anticicliche quando si parte dal presupposto che tali politiche vadano prese in considerazione anche in fasi positive dell’economia. Difatti, le politiche anticicliche mirano a creare avanzo primario nelle fasi di crescita economica, avanzo da utilizzare (insieme allo strumento del deficit) nelle fasi recessive. Non si può però chiedere politiche economiche anticicliche solo quando l’economia va male, altrimenti il gioco non funziona.
  2. non risulta facile azzeccare il giusto timing di queste politiche, nonché la loro magnitudo. In sostanza, si può partire dall’idea di voler adottare politiche economiche anticicliche, ottenendo però l’effetto contrario, ingigantendo l’ampiezza del ciclo economico, soprattutto nelle fasi recessive. Sono, quindi, politiche molto nobili ma che hanno un forte rischio sottostante.

Dopo questa premessa è ovvio dire che per attuare questo tipo di politiche economiche si necessita di possibilità di deficit dello Stato e di grande competenza per non commettere stupidi errori. Non volendo entrare nel merito della competenza di chi ci governa, credo che i conti del nostro Bel Paese non ci permettano di mirare poi tanto a politiche economiche anticicliche. La mannaia dell’ammonimento europeo pende sulle nostre teste; già non rispettiamo e non rispetteremo mai il rapporto fra Debito pubblico e Pil, quantomeno dobbiamo cercare di rispettare il rapporto fra Deficit e Pil. E se il Pil italiano è in recessione, ecco che diventa difficile ricorrere ulteriormente allo strumento del deficit senza che da Bruxelles ci mandino anatemi.

Salva la banca e il governo campa

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Il salvataggio delle banche

Facciamo il punto della situazione. L’attuale crisi finanziaria nasce dalle banche. Principalmente dalle banche d’affari americane, ma non solo. Le banche, nel complesso, sono le artefici della creazioni di questa attuale crisi finanziaria, crisi che sta abbattendo le fondamenta della finanza mondiale e che sta dando il largo ad una più pericolosa recessione economica, potenzialmente la più spaventosa e devastante che l’uomo abbia mai conosciuto.
Questa doverosa premessa serve per chiedersi come mai buona parte dei governi mondiali si sia mossa per salvare gli istituti bancari più coinvolti nella crisi. In Italia si parla solo di aiuti alle banche (pronto un piano da 20 miliardi) e, forse, alle imprese. I cittadini consumatori, invece, devono restare a guardare. Le vere vittime della crisi sono loro, siamo noi. Chi ha avuto le maggiori responsabilità è ancora al proprio posto, sicuro, e riceve pure gli aiuti da parte dello Stato. Chi invece non centra nulla ha la percezione (reale) di essere via via sempre più povero, è preoccupato per il proprio futuro a causa dell’incertezza del lavoro e si trova a dover pagare maggiormente per la crisi scatenatasi.

Perché, allora, si aiutano le banche e non i cittadini? Beh, la nostra classe politica dice che, data la situazione di crisi, non c’è modo di aiutare tutti; insomma, siamo semplicemente arrivati in ritardo e dobbiamo fare la fila nell’attesa del nostro turno. Davanti a noi c’è pure Alitalia che, con la decisione dell’UE, ci costerà altri 300 milioni di euro per il prestito ponte. Qualcuno, più di uno, sostiene che sia necessario aiutare le banche per permettere loro di fare nuovi prestiti. Cioè, non vogliono renderci più ricchi, vogliono consentirci di indebitarci. La loro preoccupazione è che imprese e famiglie non riescano ad indebitarsi sufficientemente per le proprie spese, oppure per i propri investimenti. Indebitarsi non è sbagliato, in special modo in situazioni di crisi, ma non è giusto semplicemente affidarsi allo strumento del finanziamento bancario. Indebitarsi con una banca ha senso quando si pensa di anticipare dei flussi monetari futuri, per esempio per una spesa imminente di grossa importanza. Ma se le prospettive future rimangono quelle attuali, che senso ha chiedere prestiti alle banche? Non riusciamo più a risparmiare, cavolo! Da agenti in surplus le famiglie stanno diventando agenti in deficit, come le imprese. E questo non va bene, è una situazione che va corretta, va corretta aumentando il reddito delle famiglie e subito!
Un piccolo suggerimento ce l’ho: dato che lo Stato ha a cuore banche ed imprese e meno le famiglie, perché non taglia le tasse ai cittadini, aumentandole per le banche? Se lo Stato non aiuta durante le crisi, che diritto ha di chiedere un salasso economico come quello richiesto alla famiglia media italiana?

The American’s Rising: Obama president of the United States of America

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Bruce Springsteen – The Rising

Obama ce l’ha fatta. L’America, gli Stati Uniti d’America hanno voltato pagina segliendo il candidato democratico come prossimo inquilino della Casa Bianca. La vittoria è stata netta, quasi schiacciante. I Democratici avranno un grosso dominio anche per quanto concerne la Camera dei rappresentanti con oltre 250 seggi. Dopo 8 anni di governo Bush, l’America ed il mondo tutto si aspettano molto dal candidato democratico, nuovo presidente degli USA.
Barack Obama ha il difficile compito di traghettare il proprio Paese fuori dalle impetuose acque della crisi finanziaria e dalla recessione economica che l’ha colpito negli ultimi mesi, trainandosi dietro buona parte delle economie mondiali. Obama ha detto tante cose in campagna elettorale e non sarà facile per lui tramutarle tutte in fatti; se ci riuscirà, dimostrerà di essere un valido presidente e di meritarsi persino la ricandidatura, su questo non v’è dubbio.

Il premio Nobel per l’Economia, Paul Samuelson, sul Il Sole 24 Ore, parla dell’elezione di Barack Obama e della recente crisi finanziaria. Alla veneranda età di 93 anni, uno dei più grandi economisti di tutti i tempi è certamente favorevole al cambio di rotta della politica americana, anche se è preoccupato che la vittoria schiacciante impedisca quel minimo di ostruzionismo che è sinonimo di democrazia in quasiasi Paese. Sul fronte della crisi, segnala come il fallimento di Bear Stears era prevedibile, dato che quest’ultimo era l’intermediario principale dell’hedge fund LTCM, Long Term Capital Management, fondo hedge fallito una decina d’anni fa. Sul rilancio dell’economia auspica che le banche centrali, soprattutto la BCE, mettano da parte gli obiettivi sull’inflazione per concentrarsi maggiormente sulla cura della recessione, perché il male maggiore; sul disavanzo che si genererà per superare la crisi Samuelson non è troppo preoccupato e sostiene che i rischi di iperinflazione saranno assai ridotti.

Comunque vada, la missione di Martin Luther King ha trovato, finalmente, il suo lieto epilogo. Il sogno di uguaglianza del pastore statunitense ha trovato il pieno compimento nell’elezione di Barack Obama, primo presidente di colore degli USA. Questo è un forte segnale di integrazione, un segnale che dimostra come l’integrazione sia possibile quando è voluta da entrambe le parti, che dimostra che il colore non deve essere un discriminante in nessuna circostanza.

La situazione dell’economia italiana ed europea


Intervista all’economista Jim Rogers

Propongo ora un estratto da un articolo del Sole 24 Ore online, per dare un’idea della situazione dell’economia europea e, in special modo, della situazione italiana.

L’Italia si distingue per tre punti:
1. Con una crescita nulla nel 2008 e nel 2009, seguita da una ripresa di 0,6 punti percentuali nel 2010, è tra i Paesi con le prospettive peggiori per l’economia reale. Nella media dell’Area Euro, i tassi di crescita previsti sono, rispettivamente, 1.2, 0.1 e 0.9.

2. Contemporaneamente, le previsioni sull’inflazione vedono l’Italia tra i Paesi in cui il rallentamento della dinamica dei prezzi sarà più accentuato. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è atteso passare dal +3,6 per cento del 2008, al 2% del 2009, al 2,1 del 2010. Nella media dell’Area Euro, i tassi di inflazione previsti sono, rispettivamente, 3,5, 2,2 e 2,1.

3. A spiegare il rallentamento del PIL e dei prezzi concorre soprattutto la dinamica della domanda aggregata, tra le più flebili dell’Area Euro e dell’UE-27: dal -0,3% del 2008 è prevista passare allo 0 del 2009, e poi al +0,9 del 2010. Nella media dell’Area Euro, la domanda aggregata continuerà a crescere nei prossimi anni di, rispettivamente, 1.7, 0.3 e 1,5%.

Dopo un anno (dalla fine del 2007 ad oggi) in cui l’economia ha mostrato segni di stagflazione, con prezzi montanti e PIL in rallentamento, adesso per l’Italia sembra configurarsi una situazione di recessione “classica-keynesiana”: PIL fermo e prezzi che rallentano, che si innestano su un quadro in cui la disoccupazione è strutturalmente elevata e la capacità di spesa delle famiglie ridotta al minimo.

Anche se non sono da trascurare – e questa è forse la parte più debole delle previsioni della Commissione – rischi di una ripresa inflazionistica connessa sia alle incertezze che ancora rimangono sul prezzo del greggio (la riduzione del prezzo del barile si stabilizzerà?), sia soprattutto agli effetti, che ancora non si sono del tutto dispiegati, della svolta espansiva di politica monetaria/creditizia a livello mondiale resa necessaria per mantenere liquide le economie.

Quanto l’espansione monetaria/creditizia sfocerà in inflazione e quanto riuscirà a funzionare da leva per il rilancio delle economie reali, questo dipende dalle caratteristiche strutturali delle singole economie e dalle scelte che nell’immediato saranno compiute sul fronte della politica economica reale.
Comunque vada, che la recessione si manifesti congiunta a dinamica deflattiva o inflattiva, lo scenario si prospetta molto difficile. Anche qualora i prezzi cominciassero a ridursi, non è detto che questo riuscirebbe a ravvivare il circuito di domanda e produzione. L’incertezza potrebbe pesare a lungo sulle scelte di investimento e produzione; mentre l’effetto dei saldi liquidi reali (il cosiddetto “effetto Pigou“), che in fase di recessione con caduta dei prezzi tende a riattivare la domanda tramite la rivalutazione del potere di acquisto delle scorte liquide, potrebbe essere debole o addirittura avere impatti negativi in una economia in cui molte famiglie hanno il problema dell'”ultima settimana del mese” o sono indebitate.

Un paese come l’Italia, in cui al problema dei conti pubblici si è affiancato negli ultimi anni, sempre più forte, quello della insufficienza dei redditi e dell’impoverimento (il recente rapporto dell’OCSE, “Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries“, ne porta chiara testimonianza), non può aspettare.

di Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno

Living Planet Report: la Terra non ci basta

La nostra Terra ha un volume di 1,0832073 × 1021 m³ e una superficie di 5,100656 × 1014 m². Nonostante questi numeri impressionanti, non ci basta più. Oggi, infatti, come mostra la figura qui sopra, la domanda di risorse per la vita dell’intera umanità  è all’incirca di un 30% superiore a quanto il nostro pianeta è in grado di fornirci. Sostanzialmente, la Terra è in grado di sostenerci solo per circa 2/3 dell’anno, poi ci dobbiamo “indebitare”. L’allarme è lanciato dal Living Planet Report 2008 del Wwf, in collaborazione con la Società Zoologica di Londra e il Global Footprint Network. Se le cose non dovessero cambiare, entro l’anno 2035 potremmo aver bisogno di un altro pianeta per non dover modificare i nostri stili e tenori di vita. Dal 1961 al 2005 la “domanda di natura” è più che raddoppiata, a causa della crescita della popolazione mondiale e a causa del consumismo eccessivo che ha portato a tanti sprechi.

L’Italia, ovviamente, eccelle nelle classifiche di impronta ecologica. L’Italia si piazza al 24° posto della classifica globale, ma raggiunge addirittura il 4° posto per quanto concerne l’impronta idrica. L’impronta idrica misura i consumi d’acqua di un Paese per la produzione di beni e servizi. Ogni anno un italiano consuma 2.332 metri cubi d’acqua, contro una media mondiale di 1.240 metri cubi.
Sull’impronta ecologica, comunque, i peggiori sono i soliti Stati Uniti d’America. Infatti, la biocapacità globale si attesta intorno a 2,1 ettari pro capite, mentre quella americana è pari a 9,4 ettari globali: sostanzialmente, essi le risorse di circa 4,5 Terre. La media complessiva è pari a 2,7 ettari con i Paesi industrializzati che la fanno da padrone. Per essere ancora più chiari, meno di un miliardo di individui (su un totale di quasi 6 miliardi e mezzo) consuma mediamente 3 volte di più di quanto il pianeta può sostenere. In una situazione così forzata, ovvio che questo eccesso di domanda sia scontato dal resto della popolazione mondiale (all’incirca 5,5 miliardi di individui) che devono vivere a credito, un credito che, però, non frutta loro nulla, tutt’altro. Non ottengono nulla, se non i danni dell’inquinamento globale che, purtroppo, colpisce pure i Paesi meno sviluppati.
Anche il mondo animale ci sta lanciando forti segnali su questa “recessione ecologica“. Dal 1970 al 2005 circa il 30% delle specie animali vertebrati si sia estinto con una conseguente riduzione della biodiversità, un patrimonio della nostra Terra. Questo fenomeno è particolarmente sviluppato nelle aree tropicali dove il crollo ha raggiunto, addirittura, il 50%.

Vendesi Negozio – Cedesi Attività

Girovagando per il centro di Brescia non ho potuto fare a meno di notare come molti negozi o locali siano chiusi e siano in vendita. È un aspetto a cui non avevo fatto decisamente caso negli ultimi tempi, ma forse questo dipende dal fatto che solo ultimamente ha preso corpo questa tendenza. Si tratta di un pessimo segnale, un segnale economico ben più importante dei tonfi di Wall Street. L’economia è in crisi, la recessione è vicina, anche se nessuno può dire se e quando lo spettro della recessione economica si abbatterà con tutta la sua forza sulla nostra fragile economia. Nessuno può nemmeno sapere quale sarà la magnitudo di questa crisi. La procedura di fallimento di Lehman Brothers e le difficoltà di altri gruppi finanziari come Morgan Stanley e Goldman Sachs sono segnali importanti di una crisi finanziaria di proporzioni bibliche, un Big Bang finanziario che può portare ad uno stravolgimento degli assetti finanziari attuali, cambiamento che è già in atto e la cui fine non sembra vicina.

Preoccupa, però, soprattutto, la crisi dell’economia reale. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una frenata dell’economia mondiale. La crescita economica in Italia è vista pressoché nulla per il biennio 2008-2009, mentre i prezzi non accennano a frenare la loro corsa. L’ipotesi di stagflazione non è utopia, ma è una solida realtà attualmente. Il vero problema potrebbe diventare il fattore lavoro. Lavorare in Italia è sempre più difficile, la domanda di lavoro è flebile, mentre l’offerta cresce, cresce con i bisogni delle famiglie. Mi auguro proprio che questa crisi duri poco, anche se non sono particolarmente convinto. I presupposti per un lungo periodo di difficoltà ci sono tutti. Stiamo scontando gli errori del passato, l’euforia degli anni ’90, nonché la paura per l’11 settembre. La cartolarizzazione dei mutui subprime ha fatto il resto, accendendo la miccia di questa bomba finanziaria.