Crescita economica: Italia ultima nel G7

Ripresa economica in rallentamento nei paesi avanzati dell’Ocse, anche in Italia dove nel quarto trimestre l’espansione del Pil si è limitata al più 0,1 per cento dai tre mesi precedenti contro il più 0,3 per cento del terzo trimestre – dato che la colloca all’ultimo posto tra i Paesi del G7 – mentre due paesi, Giappone e Gran Bretagna, sono tornati ad accusare cali, rispettivamente dello 0,3 e dello 0,5 per cento. Oggi l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha pubblicato le tabelle riassuntive delle performance economiche dei suoi maggiori Stati membri negli ultimi tre mesi del 2010, assieme all’aggregato generale. Nell’area Ocse la crescita del Pil ha segnato un più 0,4 per cento nel periodo in esame, rispetto al trimestre precedente, un rallentamento dal più 0,6 per cento del terzo trimestre, che a sua volta aveva segnato una attenuazione dal più 0,9 per cento del secondo trimestre.

Il dato generale nasconde tuttavia andamenti diversificati: gli Stati Uniti hanno segnato una accelerazione, con un Pil al più 0,8 per cento dal più 0,6 per cento dei tre mesi precedenti. L’area euro ha mantenuto lo slancio, con un più 0,3 per cento, dato analogo ai tre mesi precedenti; stessi valori in Francia mentre la Germania ha segnato una moderazione della crescita al più 0,4 per cento, dal precedente più 0,7 per cento. Nel confronto su base annua sempre nel quarto trimestre la crescita del Pil dell’intera area Ocse si è attestata al 2,7 per cento, dal più 3,2 per cento dei tre mesi precedenti, in Italia ha invece segnato una leggera accelerazione, più 1,3 per cento dal più 1,2 per cento del terzo trimestre.

Aziende italiane, le più tassate d’Europa

L’indagine comparata Paying Taxes 2011. The global picture, realizzata come ogni anno da Banca Mondiale e PriceWaterhouse Coopers sui diversi sistemi di tassazione nazionale di 183 paesi. Le aziende italiane sono le più vessate d’Europa e tra le più oberate al mondo, tra tributi nazionali e locali, contributi previdenziali e sociali e oneri fiscali che fanno schizzare l’indice italiano di carico fiscale complessivo per le aziende (total tax rate) al 68,6% contro una media eropea del 44,2% e mondiale del 47,8%. (Pmi.it)

Cos’altro aggiungere alla dura realtà dei numeri? Non ci sono parole per esprimere il disastro della situazione fiscale italiana, una realtà che ci vede fanalino di coda in Europa e che dà una motivazione evidente alle difficoltà di crescita economica del Paese nel suo complesso. Questo alimenta pure l’evasione fiscale, pessimo fenomeno in generale, ma che trae una grande giustificazione dalla pressione fiscale italiana, troppo pesante per ammettere la possibilità di evasione nulla. Un altro dato oggi avvalora tale tesi: sale la pressione del fisco in Italia: nel 2009 è cresciuta al 43,5% del prodotto interno lordo dal 43,3% del 2008. È quanto riferisce l’Ocse nelle stime preliminari relative all’anno scorso contenute in «Revenue Statistics». Prima dell’Italia nel 2009 si collocano solo la Danimarca (48,2%) e la Svezia (46,4%). Oltre a Danimarca, Svezia e Italia, i paesi Ocse che nel 2009 hanno registrato una pressione fiscale sopra il 40%, rispetto al prodotto interno lordo, sono: Australia, Belgio, Finlandia, Francia e Norvegia.

Insomma, non c’è da stare allegri. Qui bisogna evadere, ma evadere sul serio, verso l’estero. Lavorare per mantenere uno Stato burocrata e costosissimo non è tra i miei principali sogni e, mi immagino, non sia nemmeno quello di molti. Pensare ad una vera riforma fiscale eh? No? Meglio scannarsi in Parlamento per una stupida fiducia? La pressione la sento forte, ma non posso dire dove…

Italia solida, affonda come un sasso nello stagno

Giulio Tremonti è un ministro le cui dichiarazioni vanno prese sempre con le molle: bisogna preoccuparsi molto di più quando fa l’ottimista, quando vede l’Italia lontana dai pericoli della crisi economica.

Il buon Giulio non si è smentito nemmeno all’Ecofin di oggi, ribadendo che «L’Italia ha una posizione solida e non e’ un problema, ma parte della soluzione.» Mi verrebbe da dire, “Quale soluzione?”. L’Italia si consola nel vedere Paesi come Grecia e Irlanda in pesanti difficoltà, per non parlare del Portogallo, ma non è che la sua situazione possa definirsi tranquillizzante. L’Italia è un Paese con un debito pubblico gigantesco, con una crescita economica piatta e con un mercato del lavoro sostanzialmente fermo, con un tasso di occupazione disastroso. Cosa c’è di positivo in tutto ciò? Senza un cambio di rotta, i prossimi a vivere una situazione di crisi saremo noi, sarà il nostro Belpaese.

La verità non viene certamente da una riunione di ministri dell’Economia. La realtà, dura e spietata, è fuori, è nel Paese, nelle nostre città, tra i cittadini. La crisi politica che stiamo vivendo non fa altro che accentuare una situazione già precaria e difficile. A pensar male, tra l’altro, si potrebbe pensare che questo incaglio politico sia stato creato ad arte proprio per da un lato distrarre gli Italiani dalla crisi economica, dall’altro lato per crearsi un facile alibi per evitare l’onta di una responsabilità politica che è sotto gli occhi di tutti. E non è una responsabilità solo dell’attuale maggioranza, ma di tutta la classe politica italiana: è tutto il sistema che si sta perdendo in chiacchere da bar, piuttosto che affrontare la realtà e, possibilmente, migliorarla. Economia e Politica vanno a braccetto e se affonda la prima, affonda anche la seconda e tutti noi con esse.

Il problema di crescita dell’economia italiana – Mario Draghi

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, la quota dell’area dell’euro nel PIL mondiale, pari nel 2000 al 18 per cento, a parità di potere d’acquisto, scenderà al 13 nel 2015. Nello stesso periodo la quota dei paesi emergenti asiatici raddoppierà, dal 15 al 29 per cento: non tanto a causa della crescita della popolazione, quanto per l’aumento del PIL per abitante, che passerà nel 2015 al 20 per cento di quello dell’area dell’euro, dall’8 del 2000. È sufficiente questo dato per descrivere il mutamento radicale negli equilibri economici mondiali. La nostra economia ne risente più di altre. Essa manifesta da anni una incapacità a crescere a tassi sostenuti; l’ultima recessione ha fatto diminuire il PIL italiano di quasi 7 punti.

Abbiamo subito una evidente perdita di competitività rispetto ai nostri principali partner europei. Tra il 1998 e il 2008, nei primi dieci anni dell’Unione monetaria, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24 per cento in Italia, del 15 in Francia; è addirittura diminuito in Germania. Questi divari riflettono soprattutto i diversi andamenti della produttività del lavoro: in quel decennio, secondo i dati disponibili, la produttività è aumentata del 22 per cento in Germania, del 18 in Francia, solo del 3 in Italia.

Nello stesso periodo il costo nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia del 29 per cento: più che in Germania (20 per cento), molto meno che in Francia (37 per cento). La maggiore inflazione italiana ha contenuto i salari reali, allineandone la dinamica a quella tedesca (3 per cento nel decennio); ma in Germania le retribuzioni orarie medie, all’inizio del periodo, erano di oltre il 50 per cento maggiori delle nostre. In Francia le retribuzioni reali orarie sono aumentate del 16 per cento.

Per comprendere le difficoltà di crescita dell’Italia, dobbiamo innanzitutto interrogarci sulle cause del deludente andamento della produttività. I fattori sono molteplici. Alcuni sono simili a quelli che distinguevano il “modello di sviluppo tardivo” dell’Italia, come lo definì Fuà: marcati e persistenti dualismi nella dimensione delle imprese, nel mercato del lavoro. La loro origine stava per Fuà nella difficoltà di introdurre in modo generalizzato le tecniche organizzative e produttive sviluppate nei paesi leader. Ne derivava una segmentazione della struttura produttiva tra imprese “moderne” e “pre-moderne”, con ampie differenze di produttività, che si riflettevano nelle retribuzioni.

La dimensione media delle imprese italiane rimane ridotta nel confronto internazionale. In passato, quando l’innovazione era prevalentemente di processo, la piccola dimensione d’impresa poteva dare flessibilità al sistema produttivo, meglio se attraverso un’aggregazione in distretti. Oggi l’innovazione riguarda principalmente i prodotti e la loro diversificazione: per le imprese più piccole si rivela sempre più difficile sfruttare le economie di scala e competere con successo nel mercato globale.

Nel mercato del lavoro il dualismo si è accentuato. Rimane diffusa l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale delle unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità.
Si aggiunge un problema di concorrenza nei servizi. Studi condotti in Banca d’Italia mostrano da tempo come la mancanza di concorrenza nel settore terziario ne ostacoli lo sviluppo e crei inflazione; essa incide anche sulla produttività e competitività del settore manifatturiero. Nel 1998 si presero misure di liberalizzazione del commercio al dettaglio; documentammo come esse favorissero in quel comparto l’occupazione, la produttività e l’adozione di nuove tecnologie. Ma l’impegno a liberalizzare il settore dei servizi si è da tempo interrotto.
Abbiamo ripetutamente richiamato l’attenzione sul più generale difetto, nel nostro paese, di social capability, il termine usato da Fuà per indicare la mancanza “di un quadro politico e giuridico, di un sistema di valori, di una mobilità sociale, di un genere d’istruzione, di una disponibilità di infrastrutture tali da favorire lo sviluppo economico moderno”

La crescita del prodotto per abitante in Italia si va riducendo da tre decenni: siamo passati da un aumento annuo del 3,4 per cento negli anni Settanta, a uno del 2,5 negli anni Ottanta, dell’1,4 negli anni Novanta, alla stasi dell’ultimo decennio. Talvolta, viene notato come questi andamenti siano medie di un Nord allineato al resto d’Europa e di un Centro-Sud in ritardo. Ma così non è. Anche se le carenze di social capability sono più marcate nel Mezzogiorno, e contribuiscono a spiegare i divari nei livelli di sviluppo civile ed economico, la stagnazione della produttività nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio. È un problema del Paese.

OCSE: Italia fanalino di coda tra i Paesi del G7

L’economia italiana è il fanalino di coda tra i paesi del G7 e nel terzo trimestre entra in territorio negativo, registrando un -0,3% su base annua. E’ quanto rivela l’Ocse nel suo ultimo rapporto previsionale, secondo il quale il Pil del nostro paese tornerà a crescere, seppure di poco, nel quarto trimestre 2010 attestandosi a +0,1%, contro il +1,5% del secondo trimestre e il +1,6% dei primi tre mesi dell’anno.

Il risultato dell’Italia e’ il peggiore tra i paesi del G7 e in Europa. Nel terzo trimestre di quest’anno i paesi del G7 si attestano a +1,4%, e nel quarto a +1%. Si tratta, spiega l’Ocse, di un “rallentamento dell’andamento della ripresa più pronunciato di quanto precedentemente stimato” e “non è ancora chiaro” se la frenata della ripresa “sia temporanea”, oppure se “segnali un piu’ forte indebolimento dei consumi privati, in una fase in sui i sostegni all’economia iniziano ad essere rimossi”.

L’Ocse stima per la Germania una crescita dello 0,7% del Pil nel terzo trimestre e un +1,1% nel quarto, dopo un inatteso +9% nel secondo trimestre. Per la Francia la previsione è di una crescita dello 0,7% nel terzo trimestre e dello 0,3% nel quarto, mentre per la Gran Bretagna la stima è di un +2,7% nel terzo e +1,5% nel quarto trimestre. Più moderate le previsione per gli Usa che si atetsteranno a +2% nel primo trimestre e +1,2% nel quarto trimestre.

Per il Giappone, la previsione dell’Ocse è di una crescita dello 0,6% del pil nel terzo trimestre e dello 0,7% nel quarto, dopo il +0,4% del secondo trimestre.

fonte: Rainews24.it

Le notizie economiche sull’Italia non sono ancora confortanti. Non siamo ancora usciti dalla crisi economica e chissà per quanto tempo dovremo restarci immersi. Si fanno le previsioni più disparate, positive e poi negative e viceversa in un melting pot di informazioni contrastanti, ma la dura realtà resta stabile ed immutabile ad di fuori degli studi di ricerca e previsione. La domanda di lavoro è ancora scarsa, la disoccupazione aumenta e aumenta anche, soprattutto, la sfiducia verso il futuro. Da 26enne quale sono non vedo grandi spiragli di uscita da questa situazione di empasse, vedo “il nulla” che sta avvolgendo tutto, specialmente il nulla della nostra politica.

“Chaos Economy” nuova rubrica di Eugenio Benetazzo sul blog di Beppe Grillo

Un cordiale saluto a tutti i lettori del blog, sono Eugenio Benetazzo, operatore di Borsa indipendente e saggista economico, tenteremo di fare un quadro il più possibile esaustivo sullo scenario economico e macroeconomico che attende il nostro Paese. Conosciamo tutti quello che è accaduto negli ultimi 18 mesi con fenomenali interventi da parte degli Stati occidentali per supportare le loro economie, ormai a distanza di tempo possiamo renderci conto di come niente è cambiato, semplicemente sono stati spostati in avanti i problemi che sussistevano 12/18 mesi fa, nella fattispecie i debiti non si sono polverizzati, i debiti non sono stati coperti, sono stati semplicemente trasferiti dal sistema bancario o dai debiti che avevano determinati gruppi di aziende, al debito che ora sono stati caricati sulla testa delle relative comunità, quindi gli Stati.
Se facciamo una disamina per il nostro Paese, ci rendiamo conto che il debito pubblico italiano ormai ha raggiunto l’ammontare particolarmente gravoso di oltre 1.800 miliardi di euro che rapportati al Pil, a fronte anche della caduta che è avvenuta nel 2009, portano il debito in percentuale sul Pil oltre il 120%, questa comincia a diventare una variabile macroeconomica particolarmente preoccupante, perché se prendiamo in considerazione quello che è accaduto sempre in Europa, neanche un mese fa con il capo della Grecia che ha subito un downgrade del proprio debito pubblico cominciamo a paventare scenari tutt’altro che confortanti. La Grecia in sé ha una dimensione in Europa modesta, non può preoccupare il fatto che un Paese di quella dimensione possa andare in default, questo cambia però se cominciamo a affiancare i cosiddetti PIGS, i Paesi che hanno uno scenario macroeconomico simile alla Grecia, PIGS è un acronimo che sta per Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, che hanno subito un aumento consistente del proprio indebitamento, proprio per supportare la loro economia nell’ultimo anno.

Molto spesso sentiamo parlare di raffronti con il passato, specie con il caso Argentina che dista 10 anni dall’attuale presente, però comincia a avere analogie con il nostro scenario e possibili conseguenze negative per il nostro Paese, che per l’Europa stessa. Il debito argentino quando andò in default aveva un rapporto con il Pil del 138%, noi ormai siamo oltre il 120%, quindi cominciamo ad avvicinarci… Oltre alla problematica legata al debito argentino, non dimentichiamo le preoccupazioni legate allo scenario argentino, non del debito, ma della sudamericanizzazione di un determinato Stato, la sudamericanizzazione è un termine che concepisce un sostanziale diffuso, progressivo impoverimento della maggior parte della popolazione, con un arricchimento spaventoso di una piccolissima parte, ed è quello che lentamente a cui stiamo andando anche noi italiani, nel tempo, un sistematico aumento del ricorso all’indebitamento e dall’altra parte di un crollo vertiginoso della capacità di risparmio.
La domanda più importante che ci dobbiamo fare è, per certi versi ci emerge da un’analisi delle cronache finanziarie italiane come nei prossimi tre mesi verrà tamponato il deficit di circa 37 miliardi di Euro che manca all’appello, 37 miliardi di euro, una cifra abbastanza plausibile a fronte della diminuzione di fatturati industriali che si sono venuti a creare nei precedenti trimestri, fatturati industriali che a cascata hanno generato un crollo del gettito fiscale. Il gettito fiscale è incapace di coprire, in maniera consistente le spese per la gestione corrente del Paese, vi è di più, ci sono svariati analisti indipendenti che cominciano a paventare una possibilità di prelievo coatto stile 1991 con il Governo Amato in cui, se qualcuno si ricorda, venne prelevato il 6 per mille sulle giacenze bancarie a vista. Se contabilizziamo a quanto ammonta la massa di risparmio in mano agli italiani, sottoforma di attività finanziaria, arriviamo abbondantemente a un valore superiore a 2.500 miliardi di euro, andiamo a calcolare un 1%, un 2% e potremmo raggiungere i 40, 50 miliardi di euro che mancano all’appello, non sono parole mie, sono recenti esternazioni dell’attuale governo.

Il Paese dal punto di vista finanziario è oppresso da 82 miliardi di euro di interessi (annui, ndr), di oneri sul debito, un debito pregresso costituito di due parti: 2/3 a medio – lungo termine, 1/3 a breve termine, se andiamo a vedere chi detiene il debito,
ci rendiamo conto che il 50% del debito è in mano agli italiani, banche, fondi pensioni, fondi comuni di investimento etc., e il restante 50% agli investitori esteri. Questo fa presumere come difficilmente potrebbero verificarsi per il caso italiano, fenomeni di default finanziario perché se qualcuno volesse ricalcare l’Argentina, quest’ultima aveva una dinamica tutta sua, legata a una particolare detenzione in percentuale del debito pubblico, nella fattispecie il 90% del debito argentino era in mano a investitori esteri e questo consentì quella dichiarazione di default, proprio per evitare ripercussioni all’interno del Paese.

Quello che stiamo pagando adesso, in termini di diminuzione della produttività industriale, non è altro che l’effetto collaterale di scelte industriali assolutamente scellerate, in Italia quanto la destra, quanto la sinistra, passando per il centro, hanno abbracciato la scelta della progressiva deindustrializzazione, aiutando imprenditori e grandi industriali a chiudere gli stabilimenti d’Italia e aprirli altrove, fuori frontiera, o addirittura fuori Comunità Europea, consentendo il famoso “ponte commerciale” che conosciamo tutti che crea sperequazioni economiche, arricchendo i soggetti che riescono ad attuare questo tipo di trasformazioni, cosiddette industriali e chi invece le subisce. Non abbiamo avuto una forza politica per non chiamarla farsa politica, che si sia fatta portavoce della difesa di quelli che sono i reali punti di forza del nostro Paese, il Made in Italy, il turismo e i distretti industriali che rappresentano il vanto del nostro Paese ovunque in tutto il mondo. Vi è recentemente un fenomeno economico che rappresenta la capacità di altri Paesi di clonare, copiare sfruttando la consonanza vocale determinati prodotti tipici italiani, andandoli a ricreare dove non sono oggetto Doc o Dop, per esempio il formaggio Asiago fatto nello Stato del Wisconsin, oppure il Limonciello (con la i) realizzato in Cina. Se qualcuno pensa che nei prossimi anni potremo essere in grado di riprendere la competitività che caratterizzava 10 anni fa la maggior parte delle aziende italiane, sfruttando i benefici della svalutazione sul tasso di cambio, ahimè temo che siamo veramente molto distanti.
Nello specifico abbiamo un crollo della produttività industriale che ci porta oltre 20 anni indietro, sono posti di lavoro che non saranno mai più recuperabili, chi pensa di clonare il modello inglese puntando sui servizi o sul terziario avanzato, purtroppo non ha capito bene quello che è accaduto in Inghilterra, un Paese che ha ancora, più di 20 anni fa, scelto il modello cosiddetto tatcheriano volto alla svendita dei gangli vitali dello Stato, privatizzando all’inverosimile tutto e adesso a distanza di tempo l’Inghilterra piange quelle scelte politiche scellerate, continuano a parlarci che l’anno prossimo ci sarà una ripresa, se nel 2009 abbiamo perduto 6 punti percentuali di Pil e per il 2010 si ostenta una ripresa con un + 0,10, + 0,20% di Pil, più che una ripresa secondo me, questa è una grande presa per il culo!

Eugenio Benetazzo, dal blog di Beppe Grillo

Il rapporto deficit/Pil vola al 9,3%: la crisi è solo psicologica

Schizza a livelli record il rapporto tra deficit e Pil. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat nel primo trimestre del 2009 l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche rispetto al Pil è stato del 9,3%, ossia il valore più alto dal 1999, praticamente dall’inizio della serie storica. Nei primi tre mesi del 2008, invece, il disavanzo pubblico è stato del 5,7%, mentre nel quarto trimestre del 2008 si è attestato al 2,6%.

C’è da dire però che tradizionalmente il primo trimestre dell’anno è quello in cui si registra il rapporto più alto tra deficit e Pil, poi nel corso dell’anno viene corretto con le decisioni di politica economica.

In valore assoluto l’indebitamento netto registrato nel primo trimestre è pari a 34,082 miliardi di euro, contro i 21,8 miliardi di euro dello stesso periodo dello scorso anno.

Entrate in calo, uscite in aumento
Andamento negativo per le entrate dello Stato mentre la spesa pubblica è in aumento. In particolare, comunica l’Istat, nei primi tre mesi dell’anno le entrate totali sono diminuite del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con un’incidenza sul Pil del 39,9% (era 39,8% nello stesso trimestre del 2008). Le uscite totali, invece, sono aumentate del 4,6% su base annua e il loro valore in rapporto al Pil è salito al 49,2% (era 45,6% nei primi tre mesi dell’anno scorso).

Nel primo trimestre dell’anno, spiega l’Istat, le entrate correnti hanno segnato una flessione tendenziale del 2,9%, “dovuto all’effetto combinato di una diminuzione delle imposte dirette (-4,6%), delle imposte indirette (-4,9%) e dei contributi sociali (-0,1%), e della crescita delle altre entrate correnti (+0,9%)”. Le entrate in conto capitale, invece, sono aumentate del 24,8% rispetto ai primi tre mesi dell’anno scorso.

Per quanto riguarda le uscite, quelle correnti hanno registrato un aumento tendenziale del 3,9%.
“Tale aumento è l’effetto combinato – spiega l’istituto di statistica – di un incremento del 7% dei redditi da lavoro dipendente, sui quali hanno influito i rinnovi contrattuali dei dipendenti dei ministeri, della scuola, degli enti pubblici non economici, dell’università e degli enti di ricerca, del 7,4% dei consumi intermedi, del 5,6% delle prestazioni sociali in denaro, dello 0,3% delle altre uscite correnti e di una diminuzione del 7,8% degli interessi passivi che risentono della discesa dei tassi d’interesse iniziata negli ultimi mesi del 2008″.

Le uscite in conto capitale invece sono aumentate in termini tendenziali del 15,3%. In particolare gli investimenti fissi lordi sono aumentati del 17,4%, “influenzati dal trasferimento – spiega l’istituto di statistica – agli enti di previdenza, degli immobili non ancora venduti nell’ambito delle operazioni Scip classificati come investimenti”, e le altre uscite in conto capitale del 12%.

Netto calo del saldo primario
Il saldo primario (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato negativo e pari a 16.865 milioni di euro (meno 3.133 milioni di euro nel corrispondente trimestre del 2008), con una incidenza negativa sul Pil del 4,6% (meno 0,8% nel corrispondente trimestre del 2008).
Il saldo corrente (risparmio) è risultato negativo e pari a 21.977 milioni di euro, contro il valore negativo di 11.257 milioni di euro nel corrispondente trimestre dell’anno precedente, con una incidenza negativa sul Pil pari al 6% (-3% nel corrispondente trimestre del 2008).

fonte: TgCom

Eh sì, è proprio vero, la crisi è solo psicologica…

Nel primo trimestre Pil -5,9%

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Il sito dell’Istat oggi fornisce le stime preliminari sulll’andamento del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano. E sono dati allarmanti che confermano e danno una quantificazione numerica alla portata dell’attuale crisi economica e della recessione globale che sta investendo l’economia planetaria. Il Pil ha fatto registrare un -2.9% rispetto al quarto trimestre 2008, mentre la variazione su base annua è pari a -5.9%, una delle più pesanti flessioni da decenni. Il resto del mondo, comunque, non è che se la passi poi tanto meglio.nel quarto trimestre il Pil è diminuito in termini congiunturali del 3.3% in Giappone, del 2.1% Germania, dell’1.6% negli Stati Uniti, dell’1.5% nel Regno Unito e dell’1.2% in Francia. In termini tendenziali, il Pil è diminuito del 4.6% in Giappone, dell’1.9% nel Regno Unito, dell’1.6% in Germania, dell’1.0% in Francia e dello 0.8% negli Stati Uniti. Nel complesso, il Pil dei paesi dell’area Euro è diminuito dell’1.5% in termini congiunturali e dell’1.7% in termini tendenziali. I settori che stanno subendo maggiormente la crisi sono quello dell’edilizia e dell’industria, con flessioni in Italia pari, rispettivamente, a -4% e -8.4%. Recupera invece il settore agricolo, dimostrando forse che bisogna tornare alla terra per puntare veramente ad un’economia e ad uno sviluppo sostenibile.

L’unica speranza che posso avere, oltre al fatto che questa crisi possa durare il meno possibile, è quella che questa grave e profonda crisi possa ripulire il mondo economico da quella gentaglia che, con comportamenti truffaldini e disonesti, ha contribuito fortemente ad accrescere ed amplificare la magnitudo di questo baratro in cui l’economia mondiale è precipitata. Questa è la speranza di un giovane 25enne laureato che sogna un mondo migliore.