Da peculato a perculato (l’intero Paese)

Non so se sia una peculiarità solo italiana, ma non saprei indicare un altro Paese in cui un parlamentare condannato (per peculato) in via definitiva, mantiene tranquillamente il proprio ruolo all’interno del Parlamento, lo stipendio, la diaria e tutto il resto. Oggi, dopo 16 mesi di rinvii continui, con 137 voti a favore, 94 contrari e 20 astenuti il Senato ha annullato il parere della Giunta di sette mesi fa sulla revoca del mandato al senatore Augusto Minzolini ai sensi della legge Severino. Risultato ottenuto anche grazie ai voti favorevoli alla mozione FI e alle assenze strategiche nel PD, che quando si tratta di fare la guerra a Forza Italia diventa magicamente non belligerante (e viceversa). La finta opposizione di Forza Italia al governo è ormai fin troppo evidente: io salvo Lotti, tu mi salvi Minzolini. E il gioco (scorretto) è fatto.

Quasi commoventi le parole di Minzolini che ha annunciato le dimissioni, ma per dimettersi servirà un voto dell’Aula che, tra l’altro, potrebbe pure respingerle. Ora l’obiettivo di Minzolini è raggiungere la pensione/vitalizio che dovrebbe scattare dal 2023. Il punto vero, che mi lascia interdetto è: come si fa a condannare il populismo dilagante e poi comportarsi così? Ditemi, come si possono votare partiti del genere? Come si fa a consegnare il Paese a chi considera “adeguato” al ruolo di parlamentare uno che è stato condannato in via definitiva? Questo garantismo senza se e senza ma io non riesco proprio a digerirlo.

Il ripudio della legge Severino porta con sé la litania forzista che vorrebbe la risurrezione politica di Silvio Berlusconi, a detta dei suoi adepti vittima dell’infame legge. E sono queste notizie che, tutto sommato, ti fanno capire che Minzolini è stato usato anche come grimaldello per riaprire il Parlamento. D’altronde, un pregiudicato in più che male vuoi che faccia al Parlamento italiano?

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Democratica…mente

Renzi perplessoLa diretta streaming tra Matteo Renzi e Beppe Grillo è stata, francamente, un disastro. Risulta squallido quando va in scena un non dialogo, quando non c’è contraddittorio, quando non si esprimo idee, proposte e  soluzioni.

Ciò nonostante, però, questo tassello si inserisce alla perfezione nel clima attuale della politica italiana. Stiamo vivendo, infatti, una fase assurda, quasi inspiegabile: un esecutivo (non democraticamente eletto, come il suo predecessore) viene sfiduciato da un’assemblea di partito (anziché dal Parlamento sovrano) e viene sostituito da un altro esecutivo, l’ennesimo non eletto dal popolo.
L’artefice di tutto questo pastrocchio è Matteo Renzi (nella foto in una sua celeberrima espressione), il volto nuovo della politica italiana, il segretario-sindaco-rottamatore del PD, il quale, nelle scorse settimane aveva dichiarato:

  • Mai più governo delle larghe intese
  • Mai al governo senza passare dal voto
  • #Enricostaisereno, con cui aveva espresso il suo appoggio al governo Letta.

Ed infatti, il governo Letta è stato fatto fuori proprio dal segretario-sindaco-rottamatore; nulla di male, nel senso che ogni tanto Renzi aveva lasciato intendere che il governo Letta doveva innanzitutto “fare” per andare avanti. Ma la pugnalata alle spalle è arrivata proprio a tradimento, proprio quando meno ce lo si poteva aspettare. L’obiettivo è stato chiaro ed evidente fino al primo minuto: la regola della politica è “togliti tu che mi ci metto io”, ed infatti Renzi a scalzato Letta per sostituirlo, senza passare dalle elezioni. Ma non esiste maggioranza senza centro-destra, senza larghe intese insomma. Ecco che, in un colpo solo, il giovane Matteo ha disatteso le sue promesse, insomma ha mentito.

E allora vi domando: quanto è credibile uno così? Lasciamo perdere che è sponsorizzato dai cosiddetti “poteri forti”, ma quanto ci si può fidare di lui? Finora ha fatto l’opposto di quanto aveva dichiarato, non è la migliore delle premesse. Non è che ci si può fidare ciecamente di Grillo, chiaramente, ma voglio ricordare che, finora, la spinta riformista e rottamatrice generata dalla politica stessa non ha prodotto nulla, ha creato solo fumo e poco, pochissimo arrosto. Eppure è più facile di un buon imbonitore, piuttosto che ascoltare lo stregone del blog. Ed è strano che sia più facile affidarsi al perdente di successo, piuttosto che dare una chance agli outsiders. Questo Paese è fermo su un bipartitismo di fatto, che si sostanzia in un ‘nulla di fatto’ da ambo i lati. Non si punta su chi potrebbe avere idee nuove, abbiamo il voto conformista. Il concetto di “voto utile” ci ha fatto il lavaggio del cervello, fossilizzando le preferenze politiche e fossilizzando il Paese. E tra menzogne, inciuci e interessi personali, siamo e saremo sempre qui, a provare sulla pelle come troppo va male, discutendo di come si potrebbero sistemare le cose.

Exit Strategy

Exit Strategy Berlusconi

Alla vigilia della sua decadenza, Silvio Berlusconi completa la sua personalissima “exit strategy”. Alla luce della presumibile esclusione dal Senato, ecco che Berlusconi anticipa tutti uscendo anche dalla maggioranza, togliendo l’appoggio al governo. La “spaccatura” col Nuovo Centrodestra guidato dall’ex delfino Alfano serviva proprio a questo: a rimanere al governo passando all’opposizione. Perché Silvietto aveva (e ha ancora) paura di consumare uno strappo definitivo con gli alleati del PD, temendo un salvataggio dell’Esecutivo in extremis da parte dei deputati e, soprattutto, dei senatori del Movimento 5 Stelle. Così lui continua, molto indirettamente, a guidare l’operato del governo, mettendosi in competizione con Grillo in materia di populismo e demagogia. Con un punto molto a suo favore: lui sarà il martire della politica, la vittima sacrificale di un disegno politico-giudiziario ai suoi danni. Ovviamente quest’ultimo punto dipende dal “tasso di boccalaggine” degli Italiani che, per dirla tutta, negli ultimi anni ha raggiunto valori molto, troppo elevati.

Si tratta del “colpo di coda” del Caimano, o Cainano. Le sta provando tutte per salvarsi: dalla manifestazione di piazza, alla delegittimazione della Magistratura che l’ha condannato (facilmente individuabile dalle appariscenti “toghe rosse”), dalla comparsa di nuovi testimoni a sua difesa (7 o 12, non s’è capito bene, si sa solo che è un numero biblico) all’odierna minaccia di togliere l’appoggio al governo Letta. Ovviamente non lo fa per il voto sulla decadenza, ma perché nella cosiddetta “legge di Stabilità” ci sarebbero troppe tasse. Perché Silvio ci ama tutti, ci vuole bene e non vuole che paghiamo troppe tasse. Ah se solo potesse pagarcele lui…. No, aspetta! Ma chi era quel tale che aveva promesso di pagare di tasca propria l’Imu qualora avesse vinto le elezioni? Probabilmente si trattò dell’ennesimo refuso giornalistico, perché quale coglione offrirebbe una cifra simile? Sarebbe una cosa INCREDIBILE…

 

Rimborsate i rimborsi elettorali

La politica forse si è accorta che l’aria che tira non è delle migliori. Il tesoriere della Margherita Lusi prima, gli scandali della Lega Nord poi, hanno divelto il vaso di Pandora della politica e ne hanno mostrato la faccia peggiore (su quella migliore ancora non si è certi dell’esistenza, gli esperti dicono che potrebbe esistere comunque). I soldi hanno palesemente rovinato la politica, e la politica stessa ora non vive senza soldi. Ricordo che Rosy Bindi, in un programma televisivo di La7 (In Onda?), quasi piangeva al solo pensiero che fossero cancellate le ultime “tranche” di rimborsi. Come poteva sopravvivere il suo partito? Come si potevano pagare tutti i dipendenti dell’apparato politico? Per la leader del PD era un discorso inammissibile.

Ma per dimostrare un’altra volta che all’interno del PD uno dice una cosa e un altro pensa esattamente l’opposto, oggi il segretario Bersani propone di dimezzare i rimborsi (da 180 a 90 milioni) e di legare i futuri rimborsi al numero di voti ottenuti alle elezioni politiche. A parte il fatto che mi sembra di ricordare che già attualmente i rimborsi sono legati al numero di voti, la domanda sorge spontanea: che senso ha chiamare “rimborso” ciò che non rimborsa di fatto una spesa? Messo in questi termini sembra più un premio elettorale, ma a sto punto se il mio voto costa, allora preferisco starmene a casa. Dovrebbero pagarmi loro per votare, eccheccazz…

E non poteva comunque mancare l’aggiunta di Pierferdy Casini, il quale ha dichiarato: «Dimezzare i finanziamenti ai partiti ed andare verso un progressivo azzeramento degli stessi è possibile anche con la nostra proposta». Le parole sono sempre belle, ma sai com’è, non è che mi fidi più di tanto. Stonano soprattutto le parole “progressivo” e “possibile“. Infatti, quanto progressivo? 20 anni? Oppure il tempo per costruire qualcosa di alternativo, come fatto per il passaggio da finanziamenti a rimborsi? E la parola ‘possibile’ si commenta da sola, è la tipica frase da politichese spinto che vuol dir tutto e non vuol dire nulla.

Proposta mia: cominciamo a restituire le eccedenze dei rimborsi elettorali passati. Tanto sono soldi pubblici, sono nostri e dovremmo disporne. Che se ne fa un partito di tutti quei soldi? Li tiene per farli amministrare da persone come Lusi e Belsito? Qua si parla tanto di ridurre quelli futuri, ma li vogliamo aggredire i tesoretti che col tempo si sono costruiti?

Camel, barcheta e te turnet a ca’

L’ex assessore regionale al turismo e allo sport Piergianni Prosperini è finito nuovamente agli arresti domiciliari con le accuse di corruzione e false fatturazioni in relazione a tangenti ricevute per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina. L’ennesimo politico che finisce fra le spire della Magistratura e, purtroppo, non si tratta di lotta di casta, qui sono reati e reati che vengono a galla, perché la merda non può essere tenuta a fondo troppo a lungo. Ed è pure in buona compagnia, perché il centro-destra piange, il centro-sinistra certamente non ride. Filippo Penati, uno che incarna i fondamentali del PD (nelle sconfitte), è coinvolto in un giro di tangenti attorno all’area Falck di Sesto San Giovanni e per questo si è autosospeso da vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia.

Un po’ mi dispiace per il buon Piergianni. Al di là delle sue idee politiche tutt’altro che moderate, era comunque un personaggio unico nel suo genere, uno che rendeva più bonacciona l’immagine della politica e dispiace che uno così sia tra i pochi a dover pagare. Credo, infatti, che trovare un politico non coinvolto con vicende di corruzione e tangenti sia alquanto difficile, poiché il potere finisce con l’evidenziare i peggiori vizi e i lati peggiori dell’uomo.

Piergianni Prosperini era il classico facilotto ed è per questo che ora si ritrova accusato. I pesci piccoli rimangono nella rete, quelli grossi riescono a scappare. E’ una strana regola, non trovate? Io credo comunque che l’attuale politica sia agli sgoccioli. Il clima sta diventando sempre più simile al post-tangentopoli, la rabbia popolare cresce e sarà sempre più difficile controllare il malcontento della popolazione, delle fasce meno abbienti. E sinceramente, non aspetto altro che questa tempesta faccia pulizia, perché ce n’è tanto, tanto bisogno…
E comunque, a Prosperini vorrei dire una semplice cosa: “Camel, barcheta e te turnet a ca’”.

Letizia Moratti alla frutta

Letizia Moratti deve essere proprio alla frutta, o alla canna del gas, per dirla con più enfasi ed impatto. La calunnia nel dibattito elettorale a Sky, una falsità spudorata che non ha permesso, nemmeno, il diritto di replica all’avversario Pisapia è un colpo basso degno del peggior pugile che, stretto alle corde, lega l’avversario e ricorre ad ogni sorta di scorrettezza per ribaltare le sorti dell’incontro. La ricca Moratti, la donna che già avuto la fortuna di sposare un Moratti e che ora vuole sfidare ancora la sorte raggiungendo il secondo mandato come sindaco di Milano si sente in difficoltà e, per dirla a mo’ di Giornale, ha tirato fuori le unghie, ma probabilmente s’è pure ficcata un dito in un occhio.

Non è detto che questa boutade morattiana non permetta alla Letizia di vincere le elezioni, perché ha investito un sacco di soldi per la campagna elettorale, perché psicologicamente può aver minato leggermente l’immagine del buon Pisapia, spostando verso di sè una parte degli indecisi che, notoriamente, hanno un’importanza strategica fondamentale in elezioni così combattute. Il punto è che lei, con quel comportamento, vincendo eventualmente le elezioni comunali, sarebbe comunque la vincitrice immorale. Per me è come se avesse già perso, ha violato il patto di lealtà con l’avversario politico, è scesa nei bassifondi della politica più bieca e becera per raggranellare qualche consenso in più. A questo punto spero quasi che vinca Pisapia, se lo meriterebbe Pisapia, ma anche il PD che negli ultimi anni ha preso un sacco di scarpate in faccia nelle elezioni. A mio avviso non si può vincere seminando falsità sugli avversari, è una cosa indecente. Troppi soldi fanno male alla politica e l’uscita di melone della Moratti ne è la riprova più evidente.

La letterina di Berlusconi al Corriere della Sera

L’ho ricevuta direttamente via mail da Berlusconi, come potrei non riproporla nel blog? Silenzio, parla Silvio:

Gentile direttore,
il suo giornale ha meritoriamente rilanciato la discussione sul debito pubblico mostruoso che ci ritroviamo sulle spalle da molti anni, sul suo costo oneroso in termini di interessi annuali a carico dello Stato e sull’ostacolo che questo gravame pone sulla via della crescita economica del Paese. Sono d’accordo con le conclusioni di Dario Di Vico, esposte domenica in un testo analitico molto apprezzabile che parte dalle due proposte di imposta patrimoniale, diversamente articolate, firmate il 22 dicembre e il 26 gennaio da Giuliano Amato e da Pellegrino Capaldo. Vorrei brevemente spiegare perché il no del governo e mio va al di là di una semplice preferenza negativa, «preferirei di no», ed esprime invece una irriducibile avversione strategica a quello strumento fiscale, in senso tecnico-finanziario e in senso politico.

Prima di tutto, se l’alternativa fosse tra un prelievo doloroso e una tantum sulla ricchezza privata e una poco credibile azione antidebito da «formichine», un gradualismo pigro e minimalista nei tagli alla spesa pubblica improduttiva e altri pannicelli caldi, staremmo veramente messi male. Ma non è così. L’alternativa è tra una «botta secca», ingiusta e inefficace sul lungo termine, e perciò deprimente per ogni prospettiva di investimento e di intrapresa privata, e la più grande «frustata» al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi. Il debito è una percentuale sul prodotto interno lordo, sulla nostra capacità di produrre ricchezza. Se questa capacità è asfittica o comunque insufficiente, quella percentuale di debito diventa ingombrante a dismisura. Ma se riusciamo a portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni, e i mercati capiscono che quella è la strada imboccata dall’Italia, Paese ancora assai forte, Paese esportatore, Paese che ha una grande riserva di energia, di capitali, di intelligenza e di lavoro a partire dal suo Mezzogiorno e non solo nel suo Nord europeo e altamente competitivo, l’aggressione vincente al debito e al suo costo annuale diventa, da subito, l’innesco di un lungo ciclo virtuoso.

Per fare questo occorre un’economia decisamente più libera, poiché questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del proprio futuro. La «botta secca» è, nonostante i ragionamenti interessanti e le buone intenzioni del professor Amato e del professor Capaldo, una rinuncia statalista, culturalmente reazionaria, ad andare avanti sulla strada liberale. La Germania lo ha fatto questo balzo liberalizzatore e riformatore, lo ha innescato paradossalmente con le riforme del socialdemocratico Gerhard Schröder, poi con il governo di unità nazionale, infine con la guida sicura e illuminata di Angela Merkel. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la locomotiva è ripartita. Noi, specialmente dopo il varo dello storico accordo sulle relazioni sociali di Pomigliano e Mirafiori, possiamo fare altrettanto.

Non mi nascondo il problema della particolare aggressività che, per ragioni come sempre esterne alla dialettica sociale e parlamentare, affligge il sistema politico. Ne sono preoccupato come e più del presidente Napolitano. E per questo, dal momento che il segretario del Pd è stato in passato sensibile al tema delle liberalizzazioni e, nonostante qualche sua inappropriata associazione al coro strillato dei moralisti un tanto al chilo, ha la cultura pragmatica di un emiliano, propongo a Bersani di agire insieme in Parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani.

Lo scopo indiretto ma importantissimo di un piano per la crescita fondato su una frustata al cavallo di un’economia finalmente libera è di portare all’emersione della ricchezza privata nascosta, che è parte di un patrimonio di risparmio e di operosità alla luce del quale, anche secondo le stime di Bruxelles, la nostra situazione debitoria è malignamente rappresentata da quella vistosa percentuale del 118 per cento sul Pil. Prima di mettere sui ceti medi un’imposta patrimoniale che impaurisce e paralizza, un’imposta che peraltro sotto il mio governo non si farà mai, pensiamo a uno scambio virtuoso, maggiore libertà e incentivo fiscale all’investimento contro aumento della base impositiva oggi nascosta. Se a questo aggiungiamo gli effetti positivi, di autonomia e libertà, della grande riforma federalista, si può dire che gli atteggiamenti faziosi, ma anche quelli soltanto malmostosi e scettici, possono essere sconfitti, e l’Italia può dare una scossa ai fattori negativi che gravano sul suo presente, costruendosi un pezzo di futuro.

Silvio Berlusconi

Povero Bersani

Pur essendo io piacentino di nascita, non ho mai trovato simpatico l’attuale segretario del PD. Lo trovo una persona abbastanza arrogante, ma soprattutto vuota, che parla per luce riflessa e che, soprattutto, non sa trasmettere nulla quando parla, nemmeno la più piccola emozione. Al massimo può suscitare qualche sbadiglio, come buona parte del Partito Democratico. Oggi il buon Pierluigi (un nome berlusconiano, tra l’altro) incalza il governo con dichiarazioni ferme e decise:

“Vogliamo che vengano in Parlamento, che dicano che non sono in grado di andare avanti e che si rimettano al presidente della Repubblica e alle Camere”.

Perché? Se un governo non è in grado di reggersi in piedi è destinato ad implodere alle prime votazioni. Chiedere al governo di dichiarare la resa è assurdo, nonché inutile. Berlusconi non si arrenderà mai, soprattutto con un’opposizione così.

“Questo paese ha un problema che si chiama lavoro, lavoro, lavoro. Sono mesi e anni che noi siamo in mezzo ai problemi di Berlusconi ed alle case di Fini: è ora di finirla. Il partito del predellino si è ribaltato, questo è il senso della vicenda”. “Questa maggioranza di centrodestra non è in grado di offrire un profilo credibile di governo a questo paese. Io mi aspetto che la prossima settimana in Parlamento si svolga questo tema che riguarda gli italiani. E mi aspetto che la Lega decida finalmente se vuole essere lei il predellino”.

Questo Paese ha un problema che sia chiama politica, politica, politica. Sono anni che aspettiamo una classe politica adatta e capace a governare l’Italia. Bersani, D’Alema, Berlusconi, Fini, Casini, ecc. hanno fatto solo danni e disastri. Per creare lavoro bisogna prima mandare via tutti quei nullafacenti che guadagnano lauti stipendi sulle spalle dei cittadini. Bersani si riduca lo stipendio e quello dei suoi colleghi, poi sarà più credibile quando vorrà parlare di lavoro, perché lui nella vita non ha mai lavorato; da questo punto di vista, almeno Berlusconi s’è sempre dato da fare.

“Non siamo affatto divisi, abbiamo una linea, abbiamo un pacchetto di riforme da proporre”.

La perla finale è da ricordare negli annali di storia. Perché il PD è fortemente diviso, o meglio, non è mai stato unito. E le riforme da proporre sono un miraggio, sono fumo da gettare negli occhi degli italiani. La realtà è ben lontana dall’essere propositiva, non sanno nemmeno sconfiggere un partito trafitto dall’interno e agonizzante, come possono guidare il Paese? Povero, povero Bersani…

Il Nuovo Ulivo e la sagacia del PD

In un mondo politico normale, quando il tuo avversario è in difficoltà tu te ne avvantaggi, ne trai profitto e vorresti sfruttarlo immediatamente, possibilmente andando alle urne per rovesciare l’attuale assetto politico che ti vede all’opposizione. Il PD, però, non è un partito politico normale, non hanno saputo sfruttare il momento critico del centro-destra avviato dallo scisma finiano che ha portato il Paese sull’orlo dello spettro di elezioni anticipate. Elezioni che, stranamente, il Partito Democratico non voleva e non vuole nemmeno ora. Certo, potrebbe darsi che si tratti semplicemente di non voler lasciare l’Italia allo sbando proprio durante la peggiore crisi economica che il mondo abbia mai sperimentato, può anche darsi che i limiti e i difetti della legge elettorale porcata abbiano spinto i vertici del partito a preferire la linea del dialogo e della continuità, proprio in vista di una modifica condivisa dell’attuale legge elettorale, però io credo che tutto ciò sia solamente un muro dietro cui il PD si vuole riparare, nascondendosi dall’opinione pubblica che vede sempre più un partito debole, insicuro e fragile.

Se si può essere d’accordo sull’idea che oggi le elezioni siano un danno grave per il Paese, non si può credere altrettanto che un governo tecnico in cui fosse presente anche il Pdl potrebbe mettere mano alla legge elettorale, correggendola e rendendola più semplice e lineare, evitando che il voto popolare rappresenti due maggioranze diverse all’interno delle due Camere. Ergo, non si può percorrere questa strada, bisogna correre qualche rischio e provare a vincere le elezioni con la legge così com’è per poi modificarla. Chi scrive, ci tengo a precisarlo, non è un elettore del Pd, ma è preoccupato per la mancanza di contrappesi che la nostra attuale politica sembra avere oggi.
Leggo stamattina che la Bindi ipotizza un alleanza con Fli, “un’alleanza per la democrazia” come l’ha definita la Rosy. Bersani ha ovviamente tirato le orecchie alla Bindi, perché lui sta cercando di raccattare i voti da sinistra, difficile accettare che un ex fascista come Gianfranco Fini possa coesistere con i comunisti più estremi. Sorprende, comunque, che si possa pensare di battere un avversario politico semplicemente sommando più partiti assieme, senza una logica di programma, senza idee condivise, solo con lo scopo di battere Berlusconi e di salire al potere. Il PD sta perdendo l’occasione di rafforzare la propria immagine e la propria leadership a sinistra, andando a raccogliere voti ‘porta a porta’, cercando di unire il sacro col profano, il diavolo e l’acqua santa. Secondo me stanno facendo il gioco di Berlusconi, si stanno indebolendo e nel loro indebolirsi stanno trascinando nel baratro anche gli scissionisti di Fini. Chi vince, qua, sono soltanto il partito degli astensionisti e i movimenti, come quelli di Beppe Grillo, che con la loro voci fuori dal coro raccolgono via via più consensi di cittadini stufi della politica attuale.

Patrizia D’Addario segretario del PD, perché no?

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PD sono esattamente le iniziali di Patrizia D’Addario, la escort che con le sue intercettazioni pubblicate da l’Espresso, sta incrinando ulteriormente il fragile equilibrio che sostiene la credibilità del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ora, io sono tra quelli che sostiene che la sfera privata sia sacra ed inviolabile e non dovrebbe condizionare il giudizio pubblico di una persona, salvo rare eccezioni. Il punto, però, è che quando sei un politico, leader del maggior partito nazionale ed attuale capo di governo, devi necessariamente mantenere un rigore ed una trasparenza tale da non mettere a repentaglio l’onore e la reputazione dell’intero Paese, dipinto oramai all’estero come un paese di puttanieri in cui il popolo non è in grado di rovesciare il capo del proprio governo nemmeno di fronte a certi scandali. Se pensiamo che Bill Clinton, allora presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo più potente del mondo (sotto più punti di vista), rischio di essere cacciato a pedate per aver mentito sui rapporti sessuali con Monica Lewinsky; si trattava della sfera privata, certamente, ma tradire la propria moglie nella stanza ovale per un pompino di una stagista aveva certamente un impatto negativo su tutti gli Stati Uniti d’America, danno d’immagine che al caro Bill hanno fatto sudare costringendolo a scuse pubbliche in televisione.

Ora siamo sullo stesso piano, abbiamo a che fare con un capo di governo che tradisce la propria moglie nel privato, ma nel pubblico si mostra cattolico fervente, nonostante il divorzio alle spalle. L’elettorato di Berlusconi è composto anche da una cospicua fetta di democristiani, quindi non può fare buon viso a cattivo gioco senza pensare di pagarne le conseguenze. Vero è che in questo momento non sarebbe possibile sciogliere le camere ed andare verso nuove elezioni, perché la situazione congiunturale del Paese necessita della presenza e del lavoro di un governo, che sia abile e capace nel proporre provvedimenti in grado di ravvivare l’economia interna e ridurre i disagi delle popolazioni colpite dal sisma in Abruzzo. Però non ci può nascondere dietro un dito, caro Silvio…

In tutto questo, con il PD che non la finisce di aizzare i propri leader l’uno contro l’altro e collegandomi con l’inizio del post, proporrei la figura di Patrizia D’Addario come segretario del partito. E’ certamente in grado di tener testa al premier, credo sia anche in grado di tenerlo per le palle e soprattutto è stata l’unica a metterlo seriamente in difficoltà, cosa che Franceschini, Bersani & Co. non riescono assolutamente a fare. Chissà, avere una escort premier non sarebbe male… o forse non cambierebbe nulla dalla situazione attuale?