Giornata mondiale dell’Acqua

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Oggi, 22 marzo, si celebra la Giornata mondiale dell’Acqua (World Water Day), una giornata votata alla sensibilizzazione sui temi legati all’acqua e sui problemi legati alla salute dell’acqua stessa, perché dalla salute dell’acqua dipende anche la nostra salute. Ovviamente la situazione è preoccupante, estremamente preoccupante. Secondo i dati pubblicati dal World Water Council, 923 milioni di persone attualmente non hanno accesso a fonti di acqua potabile sicura; ergo, quasi un settimo della popolazione mondiale non riesce ad approvvigionarsi a fonti di acqua sicura e potabile, dovendo necessariamente rischiare di utilizzare fonti non sicure. L’area mondiale complessivamente più rischiosa risulta essere l’Asia: infatti, del miliardo di persone precedentemente menzionato, 554 milioni sono asiatici, 319 milioni di abitanti dell’Africa Sub-Sahariana e 50 milioni di sudamericani. Considerando i singoli Stati, il risultato peggiore è quello della Papua Nuova Guinea, in cui solo il 40% della popolazione ha accesso ad acqua pulita. Seguono la Guinea Equatoriale (48%), l’Angola (49%), il Ciad e il Mozambico (51%), la Repubblica Democratica del Congo e il Madagascar (52%) e l’Afghanistan (55%).

Tutti i Paesi membri dell’Assemblea Generale dell’Onu sono chiamati a promuovere iniziative sul territorio che abbiano lo scopo di sensibilizzare la popolazione mondiale sull’importanza dell’acqua; il tema scelto quest’anno dall’Onu per il WWD riguarda le acque reflue e di scarico, intese come risorse e non emblema di spreco. Il recupero dell’acqua è fondamentale, perché con gli attuali stili di vita e con la popolazione mondiale attuale (in prospettiva, crescente) non possiamo permetterci di continuare a sprecare acqua in questo modo. A tal proposito, l’Unicef ha lanciato un grido di allarme: circa 600 milioni di bambini (1 su 4), entro il 2040 vivranno in aree con risorse idriche estremamente limitate. Stando al rapporto “Thirsting for a Future: Water and Children in a Changing Climate“, al momento 36 nazioni stanno affrontando un livello elevato di stress idrico. Fattori quali l’aumento delle temperature medie, l’innalzamento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento della frequenza di inondazioni e siccità, influenzano la qualità e la disponibilità di acqua, sia nel presente ma anche in ottica futura.

L’Italia, tramite il ministero dell’Ambiente, ha lanciato il progetto Acquamadre, ovvero un nuovo brand riconosciuto a livello mondiale nel quale canalizzare le iniziative mirate a diffondere una nuova cultura dell’acqua. Al centro del progetto ci saranno i fiumi come sorgente di vita e di identità culturale, ma anche veicolo di pace, dialogo e sviluppo delle comunità.

«I fiumi sono al centro della sfida climatica, ambientale e di sviluppo economico globale. C’è dunque un filo conduttore che lega il Po e il Mississippi, il Reno e il Fiume Azzurro con i più piccoli corsi d’acqua italiani» ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti.

Giornata mondiale per l’ambiente 2009, uniti per combattere il cambiamento climatico

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Come ogni anno dal 1972, si celebra la Giornata Mondiale dell’Ambiente, giornata istituita dall’Onu per ricordare la Conferenza di Stoccolma (1972) sull’ambiente umano che diede vita al Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP). Il tema scelto per il 2009 è “Il vostro pianeta ha bisogno di voi, uniti per combattere il cambiamento climatico”, riflettendo l’urgenza per le nazioni di accordarsi sul nuovo patto alla cruciale Convention di Copenhagen sui cambiamenti climatici e di collaborare per il superamento della povertà e per la gestione delle risorse ambientali. Ogni anno la Giornata è celebrata in una città diversa con un’esposizione internazionale, quest’anno tocca al Messico ospitare l’evento.

Sono favorevolissimo a questi eventi, ovviamente, ma credo che per l’ambiente non sia sufficiente una sola giornata, ci voglia molto di più. La nostra salute passa attraverso la salute del nostro pianeta. Se maltrattiamo il nostro pianeta maltrattiamo noi stessi, gli altri, e le future generazioni. È un debito ambientale che dobbiamo iniziare seriamente a combattere, prima che diventi qualcosa di insormontabile. L’attuale crisi economica dimostra che il mero sviluppo economico non può fungere da alibi per scavalcare il problema ambientale. Inutile avere crescita economica, occupazione, benessere sociale, se finiamo col distruggere la Terra.
Tutti sono chiamati a fare qualcosa per l’ambiente, basta poco per cambiare le cose: bisogna puntare all’efficienza energetica, alla riduzione degli sprechi, alla diminuzione dei rifiuti prodotti. Dobbiamo entrare nell’ottica del fatto che le risorse naturali non sono illimitate, tutt’altro. Esse sono sempre più limitate e questo deve riflettere un comportamento globale più efficiente e parsimonioso. Non serve la politica per risolvere questi problemi, basta la nostra buona volontà!

La catastrofe umana nel Congo


La tragedia del Congo

La notizia non è fresca di giornata, anzi, è un processo che dura da anni, che non ha mai fine nonostante le brevi interruzioni. Nella Repubblica Democratica del Congo stanno avvenendo fatti abominevoli. Oggi, a Ginevra, l’Onu ha confermato e denunciato la violazione dei diritti umani contro i civili a Goma, capitale del Nord Kivu (regione del Congo). E’ in atto una guerra civile tra i ribelli guidati da Laurent Nkunda e l’esercito governativo, quest’ultimo costretto alla ritirata dagli attacchi dei ribelli. Il punto è che ad attaccare i civili non sono i ribelli, sono maggiormente le forze governative! Riporto uno stralcio dell’articolo:

I violentissimi combattimenti che hanno sconvolto negli ultimi mesi, con punte drammatiche nelle ultime settimane, il nord est del Congo hanno provocato una «catastrofe umanitaria», secondo una denuncia della Croce Rossa, di cui riferisce oggi la Bbc on line. Decine e decine di migliaia i profughi sono in fuga dal capoluogo regionale Goma, dove numerose case e negozi sono stati saccheggiati. Violenze tremende (si parla di stupri diffusi) anche sulla popolazione civile, di cui -stando a testimonianze concordi- si sarebbero resi responsabili soprattutto i soldati dell’esercito regolare. Intanto la situazione sul campo resta molto tesa. Le truppe del generale ribelle Laurent Nkunda (composte solo da soldati di etnia tutsi) che per ora hanno prevalso su quelle lealiste, sono accampate ad una dozzina di chilometri da Goma, ferme.

Nkunda del resto ha proclamato, mercoledì sera, un cessate il fuoco unilaterale. Che però ha minacciato di interrompere, entrando in Goma, se i caschi blù non garantiranno che sia davvero rispettato: il riferimento è alle violenze dei soldati governativi contro i civili, che il generale ribelle vorrebbe fossero militarmente impedite dalle truppe dell’Onu. È in corso intanto un pressing della diplomazia internazionale -quella europea in prima linea- per evitare che la crisi precipiti del tutto, finendo col coinvolgere direttamente il confinante Ruanda, alleato più o meno ufficiale del generale Nkunda.

Questa ennesima guerra civile va fermata prima che sia troppo tardi! Oramai si può essere quasi certi nel dire che molti Paesi africani (in special modo quelli africani) non riescono ad essere governati democraticamente, a causa delle lotte tribali e raziali all’interno di esse, oltre alle normali lotte di potere, lotte che un potere democratico non può evitare, può solamente sedare per qualche tempo, ma nulla più. La verità è che senza un potere forte questi Paesi a grande crescita democrafica, ma con poche risorse e benessere, sono destinati ad essere una vera polveriera, pronti ad esplodere alla prima scintilla.
Purtroppo, inoltre, a pagare per questi scontri sono sempre più i civili inermi ed innocenti. Bisogna fermare quest’ondata di morte, stupri e saccheggi. L’Onu deve intervenire, altrimenti che ci sta a fare?