Un mare di plastica

Nel mare tra Italia, Spagna e Francia c’è una concentrazione di plastica che supera quella del cosiddetto “continente spazzatura” presente nell’Oceano Atlantico. È questo uno dei dati del rapporto “L’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino” realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente. A presentarlo questa mattina in Senato erano presenti Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, Francesco Ferrante, senatore del Partito Democratico e Fabrizio Serena, responsabile area mare di Arpat. Il rapporto, che sintetizza i principali studi scientifici sull’inquinamento da plastica in mare, potrà essere un utile contributo per il Ministero dell’Ambiente che dovrà rispondere alla richiesta di chiarimenti della Commissione europea sul bando italiano degli shopper. Sono queste, infatti, le motivazioni di carattere ambientale che possono consentire all’Italia di giustificare ogni ipotesi di violazione della Direttiva europea sugli imballaggi.

“L’Italia è un Paese doppiamente esposto al problema della plastica e la dispersione dei sacchetti in mare – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. Lo è sia perché è la prima nazione per consumo di sacchetti di plastica ‘usa e getta’, visto che commercializza il 25% del totale degli shopper in tutta Europa, ma anche perché si affaccia sul mar Mediterraneo, coinvolto come i mari del resto del Pianeta dall’inquinamento da plastica. Per queste ragioni il nostro Paese ha giustamente adottato con la legge finanziaria 2007 il bando sugli shopper non biodegradabili in vigore dal 1 gennaio scorso. La Commissione europea, dunque, non può che salutare con favore questa novità normativa italiana, come ha recentemente fatto il Commissario europeo per gli affari marittimi e la pesca, Maria Damanaki, in occasione dell’incontro con il ministero dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, favorendo la sua esportazione anche negli altri 26 paesi membri”. Secondo lo studio, la plastica rappresenta il principale rifiuto rinvenuto nei mari poiché costituisce dal 60% all’80% del totale dell’immondizia trovata nelle acque. Un dato che, in alcune aree, raggiunge persino il 90-95% del totale ma anche nei mari italiani arriva a livelli gravissimi.

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Il problema della liquidità non è solo finanziario

Dopo aver risolto, forse solo parzialmente, la crisi finanziaria degli ultimi mesi che ha colpito con metastasi tutte le Borse mondiali, c’è un altro problema legato alla liquidità, ben più importante di quello delle banche commerciali. Il pianeta ha sempre più sete e, in particolar modo, l’Italia ha sempre più sete. Negli ultimi 50 annni, infatti, le precipitazioni sono calate del 14%. Ad affermarlo è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la FAO e l’Autorità per la sicurezza alimentare europea in una nota congiunta in occasione della giornata mondiale dell’alimentazione, nell’ambito della quale si svolge un seminario sugli effetti del cambiamento climatico.
Calano le precipitazioni e aumenta il fabbisogno idrico del nostro Paese. Questa situazione è decisamente allarmante e preoccupante, molto più di un fallimento bancario. Se il nord Italia, infatti, gode di una certa indipendenza idrica dall’approvvigionamento delle precipitazioni, grazie alla presenza dei ghiacciai (che ogni anno si ritirano sempre più), molte zone del centro e del sud Italia hanno già tutt’oggi seri problemi legati all’acqua. Oltre al problema delle differenze nei costi dei servizi idrici in Italia, infatti, le risorse idriche nel meridione sono scarse e distribuite in maniera non omogenea, creando seri problemi per le attività produttive e la vita stessa in queste zone per i prossimi decenni o secoli. Purtroppo, però, questo problema non è di facile soluzione e all’orizzonte non si vede nulla di buono. L’area del Mediterraneo è destinata, secondo molti, a diventare sempre più torrida. Si stima, infatti, un aumento di circa 6 gradi delle temperature medie estive in Italia tra il 2070 e il 2100, aumento che porterà a ulteriore siccità e a devastanti effetti sull’agricoltura, come la perdita di molte colture, la riduzione delle zone umide e l’acidificazione dei terreni. Tutta l’Italia sarà colpita e gli effetti si vedono già oggi, con stagioni pazze che anticipano la fioritura delle piante facendo poi subire loro delle improvvise gelate.
L’unica cosa possibile da attuare è la progressiva riduzione dei gas serra, artefici di questi stravolgimenti climatici. A mio avviso, soluzione utopica perché la volontà del mondo non è questa: il protocollo di Kyoto rimane carta straccia e se, formalmente, lo si vuole rispettare, nella realtà nulla cambia all’orizzonte e, soprattutto, nulla cambierà finché gli Stati Uniti non lo ratificheranno. Per quanto concerne l’Italia, ha ratificato il protocollo ma è in pesante ritardo su di esso. Dal 1° gennaio 2008 paga 4.111.000 € al giorno per i ritardi nel raggiungimento dei propri obiettivi. Per chi fosse interessato, cliccando qui si trovano ulteriori notizie e il dato complessivo sulla cifra accumulata come costo di ritardo.