Venezia: energia dalle onde

Il moto ondoso come fonte di energia elettrica pulita e rinnovabile per alimentare gli edifici e gli impianti di Venezia. Questo il rivoluzionario progetto presentato a Mestre, in contemporanea ad Ecomondo, la fiera internazionale sulla sostenibilità energetica e ambientale che si è conclusa sabato scorso a Rimini.

La sperimentazione, avviata di recente dal Comune e con la partnership dell’Agenzia veneziana per l’energia (Agire), consente di assorbire energia elettrica dalle onde, sfruttando quelle più ampie del mare e quelle più piccole, ma frequenti, del fragile sistema lagunare.

Tre i sistemi di conversione illustrati dal comune veneziano, costituiti da un galleggiante e da un generatore che sfrutta il “principio di Archimede”. Il primo prototipo, “Giant”, è come un ”fungo” capace di immagazzinare e produrre 12mila Kwh l’anno. Il secondo, “Wem”, non ancora in fase di sperimentazione, sarà invece capace di produrre ben 35mila Kwh all’anno. Tradotto in termini di efficienza la quantità di energia necessaria per alimentare un asilo nido.

Ai due ”superproduttori”, tuttavia, si aggiunge anche un ”mini” Giant, già operativo lungo il canale della Giudecca, che oltre a sfruttare il moto ondoso assorbe le onde di rimbalzo sulle rive. Un ingegnoso meccanismo capace, una volta a regime, di diventare un micro serbatoio di energia ad uso domestico.

”Crediamo molto in questo nuovo sistema, per ora unico al mondo e mai sperimentato prima per produrre energia pulita seguendo e sfruttando la grande vocazione e opportunità del territorio veneziano, ovvero il mare – ha dichiarato l’assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin -.  Da sempre i veneziani hanno avuto la capacità di adattarsi al mare e adattare il mare alle proprie esigenze. Oggi noi lo facciamo portando avanti politiche per il risparmio energetico e la sostenibilità ambientale”.

Augusto Rubei su Greenbiz.it

Un mare di plastica

Nel mare tra Italia, Spagna e Francia c’è una concentrazione di plastica che supera quella del cosiddetto “continente spazzatura” presente nell’Oceano Atlantico. È questo uno dei dati del rapporto “L’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino” realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente. A presentarlo questa mattina in Senato erano presenti Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, Francesco Ferrante, senatore del Partito Democratico e Fabrizio Serena, responsabile area mare di Arpat. Il rapporto, che sintetizza i principali studi scientifici sull’inquinamento da plastica in mare, potrà essere un utile contributo per il Ministero dell’Ambiente che dovrà rispondere alla richiesta di chiarimenti della Commissione europea sul bando italiano degli shopper. Sono queste, infatti, le motivazioni di carattere ambientale che possono consentire all’Italia di giustificare ogni ipotesi di violazione della Direttiva europea sugli imballaggi.

“L’Italia è un Paese doppiamente esposto al problema della plastica e la dispersione dei sacchetti in mare – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. Lo è sia perché è la prima nazione per consumo di sacchetti di plastica ‘usa e getta’, visto che commercializza il 25% del totale degli shopper in tutta Europa, ma anche perché si affaccia sul mar Mediterraneo, coinvolto come i mari del resto del Pianeta dall’inquinamento da plastica. Per queste ragioni il nostro Paese ha giustamente adottato con la legge finanziaria 2007 il bando sugli shopper non biodegradabili in vigore dal 1 gennaio scorso. La Commissione europea, dunque, non può che salutare con favore questa novità normativa italiana, come ha recentemente fatto il Commissario europeo per gli affari marittimi e la pesca, Maria Damanaki, in occasione dell’incontro con il ministero dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, favorendo la sua esportazione anche negli altri 26 paesi membri”. Secondo lo studio, la plastica rappresenta il principale rifiuto rinvenuto nei mari poiché costituisce dal 60% all’80% del totale dell’immondizia trovata nelle acque. Un dato che, in alcune aree, raggiunge persino il 90-95% del totale ma anche nei mari italiani arriva a livelli gravissimi.

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