Catturato Gheddafi, è morto (forse)


Le truppe del Consiglio nazionale di transizione hanno espugnato Sirte, ultima roccaforte delle forze lealiste, e catturato Gheddafi. Le notizie dalla Libia sono ancora frammentarie ma a quanto sembra il Rais è stato fermato dal Cnt. Gheddafi, secondo quanto dichiarato da un portavoce del Consiglio dei ribelli, sarebbe ferito a entrambi gli arti inferiori. Gheddafi stava cercando di fuggire all’alba quando il suo convoglio è stato attaccato da aerei Nato.

Il sito dell’ANSA riporta alle 14:19 la conferma dell’uccisione dell’ex leader libico. Il Cnt riferisce della morte di Gheddafi in seguito alle ferite riportate durante la cattura. Al Jazeera, citando sue fonti, riporta che il rais è stato ucciso durante una sparatoria. Secondo Libya Tv, Gheddafi sarebbe stato ucciso con un colpo alla testa.
Resta comunque il fatto che Gheddafi aveva un sacco di sosia, dunque prima di pensare di aver fatto fuori l’ex Rais ne deve passare di tempo. Innanzitutto bisogna vedere il cadavere e poi ci vorrà il test del DNA per confermare la morte di Gheddafi.

Annunci

Gheddafi game over

TRIPOLI – I ribelli libici si preparano a un assalto in forze verso il bunker di Muammar Gheddafi a Tripoli. Lo ha costato l’inviato Ansa all’ultimo checkpoint a nord del bunker del Rais. Numerosi ribelli accampati in un parco nei pressi del checkpoint si riposano in attesa dell’ assalto finale che, sostengono, verrà lanciato nelle prossime ore. La tensione è alle stelle, tanto che una raffica di mitra esplosa in segno di vittoria ha scatenato il panico e dato luogo a una mini sparatoria, con anche una mitragliatrice antiaerea ha esploso alcuni colpi. La strada da Zawiah e la capitale è completamente libera e nelle mani degli insorti. La caserma della 32/a brigata corrazzata guidata dal figlio 28.enne del rais, Khamis Gheddafi, è semidistrutta e al suo interno si levano colonne di fumo che spargono un odore acre. Una parte consistente di ribelli si sta dirigendo invece a sud verso l’aeroporto, dove sarebbero ancora in corso violenti scontri con i fedelissimi del Rais.

Si sta per scrivere, mi auguro, la parola fine sulla lunga dittatura di Muammar Gheddafi, nonché su una guerra civile che continua a mietere vittime civili. Speriamo solamente che il Rais si renda conto della situazione e, oltre a scappare (come credo abbia già fatto da tempo), dia l’ordine per il cessate il fuoco.

La Storia di Gheddafi

Siamo in guerra

L’Italia entra in guerra contro Gheddafi, a fianco di USA-Francia e compagnia bella. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha confermato che siamo pronti ad intervenire direttamente con 8 aerei, 4 caccia bombardieri e 4 Tornado. Non c’abbiamo messo molto tempo a prendere una decisione sul da farsi, siamo stati praticamente costretti a scendere in battaglia per colpa della rapidità dell’intervento francese, iper-reattivi nel rispondere alle offensive dei lealisti al vecchio regime. Siamo costretti perché la posizione ce lo impone, perché Gheddafi l’abbiamo costruito noi e abbiamo sempre cercato di addolcire la sua posizione, sia in termini di politica interna sia in termini di quella estera. Inoltre, non bisogna trascurare gli aspetti economici, perché restando a terra rischiamo seriamente di essere tagliati fuori dalla spartizione delle ricchezze energetiche del territorio libico.

Nell’evidenza dell’intervento militare italiano, spiccano e stupiscono le parole del presidente Napolitano che, dall’alto della sua carica istituzionale, sostiene ancora che l’Italia non sia in guerra:

«Non siamo entrati in guerra. Siamo impegnati in un operazione autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu», ha detto il presidente Napolitano parlando delle operazioni in Libia. Il capo dello Stato ha ricordato che la Carta delle Nazioni Unite prevede anche azioni delle forze armate ‘volte anche a reprimere le violazioni della pace’. «In Libia abbiamo avuto una repressione forsennata e violenta rivolta contro la stessa popolazione libica da parte del governo e del suo leader Gheddafi»

Dunque, manca da parte di tutti una dichiarazione di guerra ufficiale, ed anzi, in molti si affrettano a smentire e negare tutto quanto, persino l’evidenza. La verità è che dobbiamo attaccare, ma vorremmo non dover pagare le conseguenze dell’attacco. Essere oppositori ed amici del regime di Gheddafi, è questo a cui noi miriamo. La centralità dell’Italia nelle vicende geopolitiche è un vero elemento distintivo del Belpaese. Fa parte del nostro dna voler rimanere sempre neutralmente belligeranti.

Voglio solo sperare che tutto ciò non si traduca in un nuovo Afghanistan. Aprire un altro fronte di guerra non è il massimo oggi, finanziare l’ennesimo intervento militare può risultare difficoltoso per un Paese alle prese con tagli alla scuola, alla cultura, alle opere pubbliche. Speriamo che il tutto termini nel minor tempo possibile e col minor numero di vittime innocenti.

All’attacco di Gheddafi

Oramai è questione di ore, forse minuti. Le forze armate libiche del colonnello Gheddafi sono ora sotto la lente delle forze europee che vogliono controllare che la risoluzione Onu sia rispettata. Paladino della difesa dei diritti e delle vite degli insorti a Gheddafi è il premier francese Sarkozy, il primo che ha veramente rotto i ponti con il leader libico, condannato espressamente le barbarie del suo regno e minacciando attacchi militari.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha annunciato, dopo il vertice di Parigi tra Onu, Usa, Ue e Lega araba, il via libera all’attacco aereo contro le forze leali a Muammar Gheddafi a Bengasi. Le operazioni militari, ha annunciato il premier belga Yves Leterme, inizieranno nelle prossime ore. I paesi che hanno partecipato al vertice di Parigi hanno deciso “di assicurare l’attuazione della risoluzione Onu”, ha affermato Sarkozy. “Insieme – ha aggiunto – abbiamo deciso di mettere in atto le richieste dell’Onu per porre fine alle violenze contro i civili in Libia e siamo tutti d’accordo ad usare tutti i mezzi possibili anche militari per mettere in atto le decisioni del consiglio”.

Finalmente si è arrivati ad una soluzione che possa tentare di fermare lo sterminio dei rivoltosi libici. Non è che io mi fidi ciecamente di questi rivoluzionari, ma quello che so e che mi basta sapere è che Muammar Gheddafi non è certamente uno stinco di santo ed è venuto il momento in cui la sua dittatura giunga al termine o quantomeno venga rivista. Esportare la democrazia con le bombe è un ossimoro, lo so, però talvolta non c’è altra soluzione. Non si combatte un tiranno con le idee e le rivoluzioni spesso hanno bisogno di sangue versato per raggiungere dei fini lodevoli.
Fa eco a Sarkozy anche il primo ministro britannico David Cameron: “ha rotto il cessate il fuoco e questo rende urgente l’adozione di misure che evitino che il numero dei morti tra la popolazione civile possa crescere. E’ il colonnello Gheddafi che ha voluto tutto questo. Ha mentito alla comunità internazionale, ha promesso un cessate il fuoco e ha continuato a brutalizzare il suo stesso popolo. E’ giunto dunque il momento di agire, in maniera urgente, per mettere in atto le decisioni delle Nazioni Unite. Non possiamo più permettere il massacro dei civili”

In tutta questa smania di intervento militare, echeggia in maniera evidente il “silenzio” di Germania e Italia. Non posso non pensare che si tratti semplicemente di relazioni economiche che non si vogliono ulteriormente incrinare col leader libico. Specialmente l’Italia si trova in una posizione non invidiabile, quella di ex grande amico che ora si trova dalla parte opposta e non sa bene cosa fare. Fare troppa amicizia con un pazzo non è mai una cosa bella, spero che il Berlusca abbia imparato da questa vicenda. Cerchiamo di farci amici quelli buoni ed importanti, cribbio!

Annozero – Rischi Fatali

La puntata di Annozero di ieri sera (10 marzo 2011) è stata incentrata specialmente sulle vicende del nord-Africa, in particolare riguardo alle vicende libiche e dei profughi che dalla Libia vogliono scappare. Ospite d’onore il ministro dell’economia Giulio Tremonti che ha praticamente aperto la trasmissione con una lezione sugli sviluppi della globalizzazione mondiale dell’economia e sulle vicende storiche che hanno portato all’attuale crisi economica e alle rivolte africane. L’accento principale è stato posto, come sempre accade, la speculazione finanziaria, il vero male per l’economia attuale secondo Tremonti. Dico “come sempre” perché la via facile ed agevole porta sempre a puntare il dito verso la speculazione, la speculazione viene dipinta come “cattiva”, come un comportamento anomalo del mercato e dei trader dei mercati finanziari, quando invece è tutt’altro che vero. Ma non voglio concentrare l’attenzione sulla speculazione finanziaria.

Il vero dramma umano sono le immagini di dolore e di disperazione provenienti dalle frontiere libiche, una situazione umanitaria e umana che sta per collassare, poiché le fragili frontiere con la Tunisia non possono arginare e contenere la paura e la speranza dei cittadini libici e di chi lavorava in Libia prima dello scoppio della rivolta civile. Si tratta di masse di gente che aspetta di superare il mare Mediterraneo ed approdare nell’Europa che, per loro, rappresenta l’approdo verso nuove speranze, verso una rinascita umana alla ricerca di un lavoro e di un salario di sussistenza.
Quello che mi sorprende di più, comunque, è l’impotente attesa delle Nazioni Unite nei confronti di una situazione civile ed umanitaria già ampiamente compromessa. I civili muoiono nelle strade, nelle proprie abitazioni, muoiono per difendere i propri diritti più basilari. Migliaia di disperati affollano le spiagge nordafricane e sono disposti a tutto pur di sopravvivere, ma nonostante tutto questo non si cerca di rendere impotente il regime di Gheddafi; probabilmente continuano sottovoce e sottobanco le trattative per far sì che il Rais mantenga il suo potere assoluto o che, magari, gli venga concessa una fuga sicura e invisibile, cosicché si possa godere in pace i cospicui patrimoni generati in 40 anni di dittatura. Un consiglio ai rivoltosi: attaccate i pozzi di petrolio, è l’unico modo per far muovere seriamente i Grandi della Terra, perché hanno orecchie solo nel portafoglio.

Arabia Saudita vs OPEC: il cartello da abbattere

Come tutti ben sanno, anche per via degli immediati aumenti alle pompe di benzina, il prezzo del petrolio ha subìto un forte rialzo a causa delle tensioni geopolitiche nell’area del nord-Africa, specialmente a causa della crisi libica che lascia specialmente noi italiani col fiato sospeso, poiché siamo storicamente e geograficamente vicini alla Libia e rischiamo l’ennesima invasione di disperati, un’invasione a cui non potremmo far fronte adeguatamente da soli, questo è poco ma sicuro.

Tornando al petrolio, le acque per il momento sembrano essersi calmate. E il calmante si chiama Arabia Saudita. Vi sono rumors attorno al Paese arabo, rumors che vedono l’Arabia Saudita come sostituto della Libia nella produzione di petrolio greggio.

La notizia, tuttora ufficiosa, secondo cui l’Arabia Saudita si sarebbe attivata per compensare l’interruzione delle forniture di greggio libico è bastata a infondere una relativa tranquillità agli investitori, che ieri – pur non osando interrompere gli acquisti, alla vigilia di un week-end quanto mai incerto – si sono comunque moderati: Brent e Wti hanno guadagnato meno dell’1%, chiudendo rispettivamente a 112,14 $ al barile (massimo da due anni e mezzo) e a 97,88 $/bbl.
Gli operatori finanziari guardano all’offerta complessiva di petrolio: al posto dei 700mila-1,2 milioni di barili al giorno, a seconda delle stime, che la Libia non esporta più, stanno arrivando, stando alle ultime indiscrezioni, almeno 700mila barili in più dai sauditi. L’equazione non è tuttavia così facile, né così tranquillizzante per i raffinatori, che storcono il naso anche di fronte ai più pregiati greggi sauditi, come l’Arab Light e l’Arab Extra Light, leggeri sì, ma non abbastanza “sweet”: il più elevato tenore di zolfo, rispetto alle più diffuse qualità libiche, spingerebbe ad utilizzarli, mischiati ad altri, solo in caso di vera emergenza. Per ora i raffinatori del Mediterraneo si stanno spostando su altri greggi, come l’Azeri Light, il kazakho Cpc Blend e l’algerino Saharan Blend, i cui prezzi non a caso si sono impennati. Molti però non stanno comprando affatto: i margini di raffinazione troppo bassi consigliano di dare fondo alle scorte, sperando in una rapida soluzione della crisi libica, piuttosto che fare acquisti avventati. La fortunata coincidenza con le manutenzioni primaverili degli impianti aiuterà a resistere più a lungo.

Insomma, dopo la chiusura dei pozzi libici Riyad avrebbe deciso di aumentare silenziosamente la produzione per colmare il gap libico. Tutto bene, ovviamente, se non che l’Arabia Saudita avrebbe preso questa importante decisione strategica senza il preventivo consenso dell’OPEC, cartello oligopolista nato appunto per evitare la concorrenza su un mercato così profittevole per tutti quanti i Paesi produttori. Dunque pare che finalmente qualcuno cerchi di aggirare questo cartello e sentirlo scricchiolare mi dà un’immensa gioia, fosse che fosse la volta buona che oltre a cadere i regimi totalitari sia l’ora di vedere cadere pure l’OPEC e le sue anacronistiche gestioni del petrolio. È l’ora di finirla con queste distorsioni sui mercati petroliferi, ci vuole un mercato veramente libero, con prezzi che siano concorrenziali sui mercati. Solo così si potranno accettare gli aumenti del prezzo del greggio e si potranno vedere prezzi quantomeno efficienti…. vabbé, forse sto sognando in piedi, meglio essere indipendenti dal petrolio, è la strada più facile… 😀

Fosse comuni in Libia: 10000 morti

In Libia stanno morendo migliaia di persone. La cifra esatta nessuno la può conoscere, si può tentare di “stimare” il numero di vittime degli eccidi di Gheddafi, l’ultimo vano tentativo di mantenere il potere di un vecchio dittatore che, oramai, ha finito di contare qualcosa e non si rassegna agli eventi. Intanto si scavano fosse comuni sulle spiagge libiche per gettarvi le 10000 vittime che pare sia il macabro risultato parziale dei bombardamenti dell’esercito sui dimostranti; solo la sabbia saprà quanto sanghe sarà versato per questa rivolta che sembra essere più lenta e difficile rispetto a quelle che hanno rovesciato i regimi tunisino ed egiziano. Mi auguro che Gheddafi si faccia da parte al più presto e che il nostro Paese sia solidale con il popolo libico, per troppo tempo oppresso dal potere di una dittatura sanguinaria che, grazie al petrolio ed agli interessi economici delle multinazionali, ha potuto soffocare nel sangue ogni velleità di rivolta.

Gheddafi Story

Muammar Gheddafi controlla la Libia dall’estate del 1969, quando insieme ad alcuni ufficiali dell’esercito condusse un colpo di stato contro re Idris I, ritenuto troppo vicino agli Stati Uniti e alla Francia. Il primo settembre venne proclamata la Repubblica, alla guida della quale si insediò un Consiglio del Comando della Rivoluzione composto da una dozzina di militari, vicini all’ideologia di Nasser, all’epoca presidente dell’Egitto. Gheddafi divenne il capo del Consiglio e instaurò un regime dittatoriale che oggi, più di trent’anni dopo, deve affrontare una vasta rivolta popolare, nata sull’onda delle proteste che hanno portato alla fine dei regimi in Tunisia ed Egitto.

Quando Gheddafi assunse il potere aveva circa 27 anni. Nato nel 1942 a Sirte, che all’epoca era parte della provincia italiana di Misurata, frequentò la scuola coranica locale, conoscendo così le idee panarabe di Nasser e successivamente si trasferì a Bengasi, dove studiò presso l’Accademia Militare. Andò poi all’estero per un breve corso di specializzazione in Gran Bretagna e tornò in patria con il grado di capitano determinato a compiere il colpo di stato contro la monarchia. Ottenuto il comando, Gheddafi fece adottare alla Libia una nuova costituzione, nazionalizzò buona parte dei giacimenti petroliferi, decretò la chiusura delle basi militari britanniche e degli Stati Uniti in territorio libico ed espulse i membri della comunità italiana, retaggio del periodo coloniale, che ancora si trovavano nel paese.

Continua a leggere su Il Post

La Libia oggi rappresenta il nuovo focolaio di rivolta, una rivolta globale che coinvolge buona parte del Nord-Africa, alimentando scenari pessimi per l’economia di quei Paesi che con quelle nazioni intrecciano importanti rapporti commerciali ed economici. Gheddafi pare sia scappato, forse in Venezuela, io credo ad Arcore, ospite dell’amico-servo Berlusconi, sempre prono nei confronti del libico alleato petrolifero. È un periodo denso di mutamenti geopolitici, bisogna solo stare alla porta e pregare affinché il numero delle vittime civili non aumenti inutilmente a dismisura. L’estrazione di petrolio in Libia è stata bloccata, ergo aumenteranno le pressioni sui prezzi del greggio e, dunque, si prevedono ulteriori aumenti del prezzo della benzina; nel frattempo la borsa di Milano cola a picco col listino in rosso che più rosso non si può. E tutto questo accade per colpa di quel pirla di Gheddafi… che palle!

P.S. quando tocca a noi?

Gheddafi una volta ci bombardava, ora scala le nostre banche

Muammar Gheddafi se la ride pensando all'Italia

Gheddafi se la ride pensando all'Italia

Dato che le quotazioni del petrolio vanno a picco, il buon vecchio Gheddafi ha pensato bene di ritirare i soldi della Svizzera e investire in Italia, un Paese in saldo di questi tempi. Tramite la Banca centrale della Libia, Gheddafi ha aumentato la quota azionaria in Unicredit portandola oltre il 4% (4,23%) e diventando il secondo azionista della banca italiana dopo la Fondazione Cariverona. Faccio notare come, a differenza nostra, la Central Bank Of Libya sia pubblica al 100%. Con una banca pubblica la Libia scala una nostra banca privata ed è certamente un fatto che deve far riflettere sulle conseguenze di queste scelte. Comunque sia, non è in questa occasione che voglio sottolineare il discorso di banca di emissione pubblica o privata; voglio far notare come, ultimamente, il colonnello Gheddafi sia diventato un autentico salvatore della Patria. Prima abbiamo dovuto calarci le braghe per ripagare il Paese libico per la nostra dominazione: atto scellerato, a mio avviso, perché nel 1970 emanò un decreto di confisca con cui espropriò di tutti i beni e ricchezze la colonia italiana presente in Libia, persino i contributi INPS. La colonia italiana di 20.000 persone fu costretta a scappare dal Paese per non fare una brutta fine. Il risarcimento danni sarebbe dovuto andare nel verso opposto, avremmo dovuto riceverlo, non pagarlo. Considerando, inoltre, che Gheddafi c’ha pure lanciato contro dei missili in Sicilia, atteggiamento che non definirei amichevole. Ancora oggi in Libia, ogni 7 ottobre, si celebra il “Giorno della Vendetta“, per ricordare la cacciata degli osurpatori e la confisca dei loro beni. E’ così che si fa un passo verso l’integrazione?
Pare che, comunque, dietro all’aumento della partecipazione libica in Unicredit ci sia, nientepopodimenochè Cesare Geronzi, autentico marionettista della finanza italiana. Uomo dai mille processi per bancherotte varie, ma che comunque non perde la sua posizione di comando. Ammiro proprio la sua fortuna, sembra che lassù qualcuno gli voglia proprio bene…
Chi non gli vuole bene è certamente la Cassazione che ha riaperto il processo Eurolat, derivato dal processo per il crack Parmalat, annullando la sentenza di proscioglimento emessa dal gup emiliano Roberto Spanò nei confronti del presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, dell’ex numero uno di Cirio Sergio Cragnotti e dell’ex dirigente della Banca di Roma Riccardo Bianchini Riccardi. Se ha salvato Unicredit, salverà certamente anche se stesso… o no?