La terra dei voucher

L’Esecutivo ha deciso: per evitare il referendum popolare abrogativo sui voucher del 28 maggio, il governo ha deciso di prendere tutti in contropiede eliminandoli lui stesso, dopo un necessario periodo di transizione. Ok, perfetto, ma è decisione saggia? Beh, dipende. Innanzitutto va detto che l’obiettivo iniziale dei voucher era quello di contrastare il lavoro-nero, soprattutto in specifici settori economici e per meglio regolamentare il lavoro occasionale, saltuario. Di per sé l’idea non era male, ma come accade spesso “fatta la legge, trovato l’inganno”. I voucher, da strumento di tutela dei lavoratori è finito col diventare un’arma a favore di quelli che volevano sfruttare il lavoro-nero, correndo meno rischi. Come? Semplice: il datore di lavoro continua ad assumere e pagare in nero, in caso di bisogno (controllo, infortunio sul lavoro, ecc.) ecco che si giocava la carta del voucher e tutto tornava nella norma.

Il caso dei voucher, insomma, è l’emblema dello strumento sostanzialmente buono, ma il cui utilizzo viene snaturato per renderlo ciò che in origine si voleva evitare. Il punto, dunque, non è lo strumento, bensì è l’uso che se ne fa. In questo, dunque, non posso far altro che essere d’accordo con l’ex premier Romano Prodi (e non mi capita molto spesso) che, in un’intervista rilasciata al quotidiano Il Mattino, ha espresso dubbi e perplessità sulla loro abolizione. Va detto che i voucher furono introdotti proprio durante il governo Prodi nel 2008 e che, quindi, non può esprimere un’opinione completamente indipendente sulla vicenda. 

«Un’elementare saggezza avrebbe consigliato di mettersi attorno a un tavolo per cercare la soluzione concreta. Lo strumento resta certamente utile se condotto e regolato in linea con gli obiettivi che si proponeva quando fu introdotto. E sui quali, ricordo, vi era un accordo assai diffuso.»

Resta da capire una cosa, comunque: come l’attuale governo (o forse addirittura il prossimo) intenderà sostituire i voucher? Da un lato potrebbe essere uno stratagemma messo in atto solamente al fine di dribblare il referendum proposto dalla Cgil, magari semplicemente cambiando il nome ai voucher; dall’altro lato, l’eliminazione tout court dei voucher apre scenari preoccupanti per tutti quei lavori “minori” che, proprio grazie all’istituzione dei voucher, erano riusciti ad emergere dal lavoro-nero. Una possibile risposta, un articolo di oggi su LaVoce.info a firma di Pietro Ichino, sarebbe il rafforzamento del cosiddetto job on call (lavoro a chiamata). Essendo un senatore del Partito Democratico immagino che sarà la strada seguita dal governo.

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Gentiloni – Padoan – Renzi bis

Il toto-nomi è ormai chiaro. Per il nuovo governo i candidati sono Gentiloni, Padoan oppure il Renzi bis. Direi che anche in questo caso Matteo Renzi è riuscito a giocarsi bene le sue carte. È uscito sconfitto dal referendum del 4 dicembre, ma ora lentamente sta riposizionando le sue pedine sulla scacchiera. Mi pare evidente che, messo in questi termini, il governo Renzi-bis sia l’unica strada percorribile e sensata. Nessuno gli preferirebbe né Paolo Gentiloni (nella foto riesce a sembrare più anziano del presidente Mattarella) né il ministro Padoan, diventato più famoso per l’ignoranza sul prezzo del latte più che per le riforme dell’Economia presentate.

Insomma, poiché l’ipotesi elezioni anticipate sembra vicina quanto la conquista di Marte da parte dell’uomo, l’ipotesi migliore sembra essere quello di tenerci a palazzo Chigi il buon Matteo, con buona pace di Salvini e 5 Stelle. Sarebbe l’ipotesi migliore, se solo non ci fosse il PD, ovvero il partito che maggiormente odia Matteo Renzi.

Anche Gentiloni sembrerebbe troppo renziano e la minoranza PD non lo vorrebbe a capo del governo temendo, forse, che Gentiloni fungesse più da marionetta di Renzi. Qualora si turassero il naso e appoggiassero Gentiloni, immagino che ci sarebbero quantomeno modifiche sostanziose nella compagine di governo.

Democratica…mente

Renzi perplessoLa diretta streaming tra Matteo Renzi e Beppe Grillo è stata, francamente, un disastro. Risulta squallido quando va in scena un non dialogo, quando non c’è contraddittorio, quando non si esprimo idee, proposte e  soluzioni.

Ciò nonostante, però, questo tassello si inserisce alla perfezione nel clima attuale della politica italiana. Stiamo vivendo, infatti, una fase assurda, quasi inspiegabile: un esecutivo (non democraticamente eletto, come il suo predecessore) viene sfiduciato da un’assemblea di partito (anziché dal Parlamento sovrano) e viene sostituito da un altro esecutivo, l’ennesimo non eletto dal popolo.
L’artefice di tutto questo pastrocchio è Matteo Renzi (nella foto in una sua celeberrima espressione), il volto nuovo della politica italiana, il segretario-sindaco-rottamatore del PD, il quale, nelle scorse settimane aveva dichiarato:

  • Mai più governo delle larghe intese
  • Mai al governo senza passare dal voto
  • #Enricostaisereno, con cui aveva espresso il suo appoggio al governo Letta.

Ed infatti, il governo Letta è stato fatto fuori proprio dal segretario-sindaco-rottamatore; nulla di male, nel senso che ogni tanto Renzi aveva lasciato intendere che il governo Letta doveva innanzitutto “fare” per andare avanti. Ma la pugnalata alle spalle è arrivata proprio a tradimento, proprio quando meno ce lo si poteva aspettare. L’obiettivo è stato chiaro ed evidente fino al primo minuto: la regola della politica è “togliti tu che mi ci metto io”, ed infatti Renzi a scalzato Letta per sostituirlo, senza passare dalle elezioni. Ma non esiste maggioranza senza centro-destra, senza larghe intese insomma. Ecco che, in un colpo solo, il giovane Matteo ha disatteso le sue promesse, insomma ha mentito.

E allora vi domando: quanto è credibile uno così? Lasciamo perdere che è sponsorizzato dai cosiddetti “poteri forti”, ma quanto ci si può fidare di lui? Finora ha fatto l’opposto di quanto aveva dichiarato, non è la migliore delle premesse. Non è che ci si può fidare ciecamente di Grillo, chiaramente, ma voglio ricordare che, finora, la spinta riformista e rottamatrice generata dalla politica stessa non ha prodotto nulla, ha creato solo fumo e poco, pochissimo arrosto. Eppure è più facile di un buon imbonitore, piuttosto che ascoltare lo stregone del blog. Ed è strano che sia più facile affidarsi al perdente di successo, piuttosto che dare una chance agli outsiders. Questo Paese è fermo su un bipartitismo di fatto, che si sostanzia in un ‘nulla di fatto’ da ambo i lati. Non si punta su chi potrebbe avere idee nuove, abbiamo il voto conformista. Il concetto di “voto utile” ci ha fatto il lavaggio del cervello, fossilizzando le preferenze politiche e fossilizzando il Paese. E tra menzogne, inciuci e interessi personali, siamo e saremo sempre qui, a provare sulla pelle come troppo va male, discutendo di come si potrebbero sistemare le cose.

Alza i tacchi, Silvio!

L’avventura politica di Silvio Berlusconi credo sia giunta al termine. Dopo oltre 15 anni di tanti buoni propositi e di facili promesse difficili da mantenere si chiude il ciclo berlusconiano. Oggi pomeriggio la maggioranza di centro-destra guidata dal premier di Arcore ha approvato alla Camera il Rendiconto dello Stato con 308 voti favorevoli e 321 astenuti. La soglia della maggioranza assoluta è ben lontana e non ci può essere sempre un responsabile e/o un radicale a salvare le chiappe.

Quest’estate avevo scritto che Berlusconi era morto, ovviamente politicamente morto. I segnali erano inequivocabili, gli scricchiolii troppo forti per non essere uditi. Dalle barzellette condite con bestemmia allo scandalo del sesso con la minorenne Ruby, passando per i rapporti particolari col dittatore Gheddafi. Un premier non più capace di governare gli eventi che si abbattevano sulla sua persona e, soprattutto, sul Paese. E uno che non è in grado di pensare a se stesso, come può pretendere di gestire il futuro e le aspettative di milioni di Italiani?

Caro Silvio, te lo scrivo dal cuore. Lascia. Lascia il governo e lascia la politica. So già che questo vorrebbe dire esilio, perché senza il contatto con la politica sei totalmente nudo, incapace di schivare i processi che, uno dopo l’altro, stanno montando e crescendo attorno a te ed al tuo impero. So che non fosti d’accordo con la scelta di Craxi di andare in esilio, ma un conto è giudicare dall’esterno, un conto è esserci dentro fino al collo. Ora ti sei dato il cambio col tuo caro amico Bettino, avete fatto grossomodo la stessa fine, dopo tanta gloria immersi nella merda, colati a picco nel baratro da essi stessi scavato. E non c’è magistrato di sinistra che tenga qui. La sconfitta è pesante, totale, senza alibi. Abbiamo perso tutto, persino il rispetto internazionale che, comunque, da Paese appartenente al G7 avevamo.

Dai Silvio, ora alza i tacchi e ridacci qualche speranza di uscire, in tempi ragionevoli, da questa profonda crisi che ci sta attanagliando. E’ la cosa migliore che tu possa fare e solo tu non te ne rendi contro, mentre tutto il mondo ti invita a fare un passo indietro (o di lato, per dirla alla Umberto Bossi).

Governo: obiettivo aumento dell’IVA (22%)

La manovra economica del governo è un tale casino che nemmeno loro saranno realmente cosa contiene e quale impatto dovrebbe avere sui conti pubblici dello Stato e sull’economia reale. Solo attorno ad un unico punto sembra che si stia diradando la nebbia della confusione: l’aumento dell’IVA. Questo, infatti, sembra essere il vero obiettivo dell’esecutivo, fin dall’inizio del discorso “manovra economica”. E’ un provvedimento facile da attuare (basta modificare un’aliquota), è un’imposta che, tutto sommato, non viene molto percepita dai consumatori e colpisce praticamente tutti, ovviamente tutti quelli che non hanno possibilità di scaricarla.

Su questa strada, però, c’è stato subito il veto di Giulio Tremonti, contrario all’idea dell’aumento dell’aliquota IVA, poiché per il ministro dell’Economia era doveroso puntare ad altre soluzioni (leggasi “contributo di solidarietà” e, probabilmente, “tassa patrimoniale“), potendosi così giocare la carta dell’aumento dell’IVA come ultima spiaggia, la carta da giocare nel momento del bisogno e quando ci si fosse trovati spalle al muro. Il punto è che per realizzare questo ci stiamo mettendo da soli spalle al muro. Da quando la BCE ha deciso di aiutare i nostri titoli di Stato sotto pressione acquistandoli in massa sul mercato secondario, la nostra classe politica ha cominciato a metter su confusione, a proporre emendamenti correttivi alla manovra prontamente stralciati e abbandonati, cancellando buona parte, se non tutto, dell’impianto iniziale della manovra, dichiarando che l’unica condizione necessaria fosse che i saldi della nuova manovra fossero identici a quella di partenza. Ma qui nessuno parla di cifre concrete, nessuno porta studi e analisi a sostegno delle proprie proposte. E’ tutto un minestrone da cui non si capisce più nulla e immagino che l’intento sia proprio quello. E intanto lo spread Btp-Bund continua a salire: ha superato ampiamente quota 300 punti, denotando come la protezione della Banca Centrale Europea stia via via scemando, come la credibilità del nostro Paese all’interno dell’Unione Europea.

Il punto è che stanno giocando col fuoco, ma il bello è che qualora si bruciassero saremmo noi a pagarne le conseguenze. Non hanno il coraggio di proporre l’aumento dell’IVA, perché sarebbe impopolare e decisamente recessivo per la nostra economia, molto debole specialmente nella domanda interna. Almeno che si sbrighino se lo vogliono fare, quantomeno ci togliamo il dente e, forse, il dolore. Si parla addirittura di una soluzione tampone di 3 mesi con aliquota massima dell’IVA portata al 22%. Il prossimo passo sarà approvarlo e poi dimenticarsi dei 3 mesi…
Potevamo approvare la manovra suggeritaci dall’Europa e tranquillizzare i mercati, nazionali ed europei; invece non riusciamo a trovare il bandolo della matassa, si taglia per non tagliare e si continua a sprecare, tempo e denaro.

Il bonus bebè di Giovanardi

Il sottosegretario Giovanardi non conosce vergogna. L’esponente politico del governo ha letteralmente chiesto ad alcune mamme e papà che hanno ricevuto il bonus bebè nel 2005 di restituirlo, poiché si ritiene che ai tempi avessero un reddito che non richiedesse un aiuto statale. Ge-nia-le! Ma questo ci è o ci fa? In un momento in cui la casta politica è nell’occhio del ciclone per via dei sacrifici che chiede agli Italiani mentre continua a vivere nell’agio, nel proprio paese del Bengodi.

…chiede di verificare se, in base al reddito di allora, avevano veramente diritto a incassarlo. In caso contrario, sono invitati a restituirlo; sul reso non verranno applicati interessi. Il mittente è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, il mezzo una lettera pubblicata sul sito web del Dipartimento Politiche per la Famiglia.

Vi pare possibile tutto questo? Vi pare possibile che un sottosegretario del governo italiano chieda l’elemosina alle (poche) famiglie italiane che hanno beneficiato di una lodevole iniziativa? Perché non vanno a chiedere indietro i soldi alle industrie automobilistiche che negli ultimi anni hanno gonfiato i loro bilanci con gli incentivi statali? La Fiat dovrebbe essere statale, praticamente, ma addirittura le si concede di avere trattamenti contrattuali più favorevoli, altro che chiedere indietro i regali di Stato. E’ più facile spremere gli Italiani piuttosto che affrontare i potenti, ma non si può accettare di continuare ancora su questa linea. Facciamo veramente ridere, ci prendono per il culo e campano semplicemente sulla nostra pelle e sui nostri soldi. Sono bravi solo a tagliare agli altri, su se stessi, invece, non riescono proprio, è più forte di loro. Che schifo…

La letterina di Berlusconi al Corriere della Sera

L’ho ricevuta direttamente via mail da Berlusconi, come potrei non riproporla nel blog? Silenzio, parla Silvio:

Gentile direttore,
il suo giornale ha meritoriamente rilanciato la discussione sul debito pubblico mostruoso che ci ritroviamo sulle spalle da molti anni, sul suo costo oneroso in termini di interessi annuali a carico dello Stato e sull’ostacolo che questo gravame pone sulla via della crescita economica del Paese. Sono d’accordo con le conclusioni di Dario Di Vico, esposte domenica in un testo analitico molto apprezzabile che parte dalle due proposte di imposta patrimoniale, diversamente articolate, firmate il 22 dicembre e il 26 gennaio da Giuliano Amato e da Pellegrino Capaldo. Vorrei brevemente spiegare perché il no del governo e mio va al di là di una semplice preferenza negativa, «preferirei di no», ed esprime invece una irriducibile avversione strategica a quello strumento fiscale, in senso tecnico-finanziario e in senso politico.

Prima di tutto, se l’alternativa fosse tra un prelievo doloroso e una tantum sulla ricchezza privata e una poco credibile azione antidebito da «formichine», un gradualismo pigro e minimalista nei tagli alla spesa pubblica improduttiva e altri pannicelli caldi, staremmo veramente messi male. Ma non è così. L’alternativa è tra una «botta secca», ingiusta e inefficace sul lungo termine, e perciò deprimente per ogni prospettiva di investimento e di intrapresa privata, e la più grande «frustata» al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi. Il debito è una percentuale sul prodotto interno lordo, sulla nostra capacità di produrre ricchezza. Se questa capacità è asfittica o comunque insufficiente, quella percentuale di debito diventa ingombrante a dismisura. Ma se riusciamo a portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni, e i mercati capiscono che quella è la strada imboccata dall’Italia, Paese ancora assai forte, Paese esportatore, Paese che ha una grande riserva di energia, di capitali, di intelligenza e di lavoro a partire dal suo Mezzogiorno e non solo nel suo Nord europeo e altamente competitivo, l’aggressione vincente al debito e al suo costo annuale diventa, da subito, l’innesco di un lungo ciclo virtuoso.

Per fare questo occorre un’economia decisamente più libera, poiché questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del proprio futuro. La «botta secca» è, nonostante i ragionamenti interessanti e le buone intenzioni del professor Amato e del professor Capaldo, una rinuncia statalista, culturalmente reazionaria, ad andare avanti sulla strada liberale. La Germania lo ha fatto questo balzo liberalizzatore e riformatore, lo ha innescato paradossalmente con le riforme del socialdemocratico Gerhard Schröder, poi con il governo di unità nazionale, infine con la guida sicura e illuminata di Angela Merkel. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la locomotiva è ripartita. Noi, specialmente dopo il varo dello storico accordo sulle relazioni sociali di Pomigliano e Mirafiori, possiamo fare altrettanto.

Non mi nascondo il problema della particolare aggressività che, per ragioni come sempre esterne alla dialettica sociale e parlamentare, affligge il sistema politico. Ne sono preoccupato come e più del presidente Napolitano. E per questo, dal momento che il segretario del Pd è stato in passato sensibile al tema delle liberalizzazioni e, nonostante qualche sua inappropriata associazione al coro strillato dei moralisti un tanto al chilo, ha la cultura pragmatica di un emiliano, propongo a Bersani di agire insieme in Parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani.

Lo scopo indiretto ma importantissimo di un piano per la crescita fondato su una frustata al cavallo di un’economia finalmente libera è di portare all’emersione della ricchezza privata nascosta, che è parte di un patrimonio di risparmio e di operosità alla luce del quale, anche secondo le stime di Bruxelles, la nostra situazione debitoria è malignamente rappresentata da quella vistosa percentuale del 118 per cento sul Pil. Prima di mettere sui ceti medi un’imposta patrimoniale che impaurisce e paralizza, un’imposta che peraltro sotto il mio governo non si farà mai, pensiamo a uno scambio virtuoso, maggiore libertà e incentivo fiscale all’investimento contro aumento della base impositiva oggi nascosta. Se a questo aggiungiamo gli effetti positivi, di autonomia e libertà, della grande riforma federalista, si può dire che gli atteggiamenti faziosi, ma anche quelli soltanto malmostosi e scettici, possono essere sconfitti, e l’Italia può dare una scossa ai fattori negativi che gravano sul suo presente, costruendosi un pezzo di futuro.

Silvio Berlusconi

Povero Bersani

Pur essendo io piacentino di nascita, non ho mai trovato simpatico l’attuale segretario del PD. Lo trovo una persona abbastanza arrogante, ma soprattutto vuota, che parla per luce riflessa e che, soprattutto, non sa trasmettere nulla quando parla, nemmeno la più piccola emozione. Al massimo può suscitare qualche sbadiglio, come buona parte del Partito Democratico. Oggi il buon Pierluigi (un nome berlusconiano, tra l’altro) incalza il governo con dichiarazioni ferme e decise:

“Vogliamo che vengano in Parlamento, che dicano che non sono in grado di andare avanti e che si rimettano al presidente della Repubblica e alle Camere”.

Perché? Se un governo non è in grado di reggersi in piedi è destinato ad implodere alle prime votazioni. Chiedere al governo di dichiarare la resa è assurdo, nonché inutile. Berlusconi non si arrenderà mai, soprattutto con un’opposizione così.

“Questo paese ha un problema che si chiama lavoro, lavoro, lavoro. Sono mesi e anni che noi siamo in mezzo ai problemi di Berlusconi ed alle case di Fini: è ora di finirla. Il partito del predellino si è ribaltato, questo è il senso della vicenda”. “Questa maggioranza di centrodestra non è in grado di offrire un profilo credibile di governo a questo paese. Io mi aspetto che la prossima settimana in Parlamento si svolga questo tema che riguarda gli italiani. E mi aspetto che la Lega decida finalmente se vuole essere lei il predellino”.

Questo Paese ha un problema che sia chiama politica, politica, politica. Sono anni che aspettiamo una classe politica adatta e capace a governare l’Italia. Bersani, D’Alema, Berlusconi, Fini, Casini, ecc. hanno fatto solo danni e disastri. Per creare lavoro bisogna prima mandare via tutti quei nullafacenti che guadagnano lauti stipendi sulle spalle dei cittadini. Bersani si riduca lo stipendio e quello dei suoi colleghi, poi sarà più credibile quando vorrà parlare di lavoro, perché lui nella vita non ha mai lavorato; da questo punto di vista, almeno Berlusconi s’è sempre dato da fare.

“Non siamo affatto divisi, abbiamo una linea, abbiamo un pacchetto di riforme da proporre”.

La perla finale è da ricordare negli annali di storia. Perché il PD è fortemente diviso, o meglio, non è mai stato unito. E le riforme da proporre sono un miraggio, sono fumo da gettare negli occhi degli italiani. La realtà è ben lontana dall’essere propositiva, non sanno nemmeno sconfiggere un partito trafitto dall’interno e agonizzante, come possono guidare il Paese? Povero, povero Bersani…

Perché non possiamo respingere i clandestini?

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Personalmente, non ho nulla contro i clandestini e credo che la stragrande maggioranza di essi sia brava gente, persone che hanno deciso di intraprendere questo difficile e pericoloso viaggio solo perché le speranze riposte nei rispettivi Paesi di appartenenza sono state ampiamente disilluse e, dunque, la disperazione ha preso il sopravvento. Il problema, però, è che l’Italia non è in grado di soccorrere ed aiutare tutti, è impossibile, ed oltre al problema umanitario rimane sempre la questione su come trattare queste persone dopo i primi soccorsi e l’identificazione. Se non è possibile garantire loro garanzie di lavoro e, quindi, la possibilità di auto-sostentamento, l’unica alternativa è il rimpatrio; il punto che non siamo più nemmeno in grado di accoglierli tutti nei centri di accoglienza. Rispondo, quindi, al monito severo di Thomas Hammarberg, commissario del Consiglio europeo per i diritti umani, che ha definito xenofoba la decisione del governo italiano di non concedere asilo agli immigrati clandestini.
Il punto è che, mentre l’Italia ha fatto tanto per i clandestini in questi anni, facendo il massimo possibile per questi disperati, c’è chi in Europa fa addirittura di peggio ma sembra passare completamente inosservato. Malta, ad esempio, non degna nemmeno di un aiuto le navi cariche di clandestine che lanciano sos in acque territoriali maltesi, come accaduto qui. Vorrei sapere se il commissario Hammarberg ha criticato aspramente anche questo atteggiamento. E perché non parlare della Spagna rossa di José Luis Zapatero e del “Piano Africa“? Quante persone sono morte davanti alla recinzioni di Ceuta e Melilla negli ultimi anni, oppure nel deserto o davanti alle spiagge di queste due cittadine spagnole in Marocco? Per approfondimenti, ecco un link interessante sulla vicenda di Ceuta e Melilla.

Perché, dunque, diviene rilevante il problema dei diritti degli immigrati solo quando è l’Italia a mettersi di traverso e non concedere loro l’asilo? Io so che l’Italia è un Paese giustamente criticato all’estero, che ha una situazione politica al limite del regime, forse, però non mi sembra giusto aizzarsi contro di essa ogniqualvolta prende una decisione impopolare ma giustificata. L’Italia ha tanti difetti e non ha bisogno di gente che gliene cerchino altri, prima dobbiamo occuparci delle cose più importanti, dei problemi più urgenti.