Grillocrazia


“Fidatevi di me”. Con queste parole Beppe Grillo ha provato a “giustificare” la scelta di rinnegare la vittoria della candidata Marika Cassimatis, togliendole l’uso del simbolo del Movimento 5 Stelle e rilanciando un’altra tornata di elezioni online (che hanno consacrato la vittoria di Luca Pirondini, persona che parrebbe essere molto vicina alla consigliera regionale Alice Salvatore, plenipotenziaria di Grillo in Liguria.

Inutile dire che per un movimento che fa della partecipazione democratica alle scelte e della trasparenza 2 solidi pilastri direi che questo è più di un autogol. Non puoi permetterti di predicare bene e razzolare male, è una cosa decisamente grave. Era evidente fin dagli albori del M5S che la partecipazione democratica alle decisioni del movimento avrebbe comportato anche dei rischi, perché ci sta che il popolo non prenda le decisioni migliori ma, appunto, quelle più “popolari”.

L’unica consolazione per Grillo, comunque, è che non rischia di perdere voti per questi passi falsi. Gli altri partiti stanno facendo di tutto per aiutare l’ascesa dei “populisti” grillini… “E Dio vide che era cosa buona”

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Le proteste contro Donald Trump

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Ieri Donald Trump è diventato ufficialmente il presidente degli Stati Uniti d’America. Non cennano a placarsi le polemiche e le proteste per la sua elezione, per il modo in cui il tycoon si è comportato durante la lunga campagna elettorale, in cui ha denigrato tutto e tutti, è stato misogino e xenofobo/razzista.

Sinceramente, però, non capisco perché la gente protesti contro Trump. Le proteste, al massimo, andrebbero indirizzate verso chi ha permesso a Donald Trump di finire alla Casa Bianca. Escludendo le questioni legate agli hackeraggi russi, Trump ha regolarmente vinto le elezioni contro Hillary Clinton; ha preso meno voti popolari della contendente, ma grazie alla legge elettorale americana è riuscito comunque a prevalere, quindi c’è poco da protestare. Tra l’altro, prima di alimentare il fuoco delle proteste attenderei di vederlo all’opera. Su Barack Obama, infatti, le attese erano diametralmente opposte rispetto a Trump, ma a conti fatti il doppio mandato di Obama è stato un sostanziale flop. Donald Trump, sotto questo aspetto, può essere una sorpresa positiva, basterebbe che non facesse parte delle idiozie che ha proclamato in campagna elettorale. Intanto ha cominciato col il percorso verso la cancellazione dell’Obamacare… #AmericaFirst

Gentiloni – Padoan – Renzi bis

Il toto-nomi è ormai chiaro. Per il nuovo governo i candidati sono Gentiloni, Padoan oppure il Renzi bis. Direi che anche in questo caso Matteo Renzi è riuscito a giocarsi bene le sue carte. È uscito sconfitto dal referendum del 4 dicembre, ma ora lentamente sta riposizionando le sue pedine sulla scacchiera. Mi pare evidente che, messo in questi termini, il governo Renzi-bis sia l’unica strada percorribile e sensata. Nessuno gli preferirebbe né Paolo Gentiloni (nella foto riesce a sembrare più anziano del presidente Mattarella) né il ministro Padoan, diventato più famoso per l’ignoranza sul prezzo del latte più che per le riforme dell’Economia presentate.

Insomma, poiché l’ipotesi elezioni anticipate sembra vicina quanto la conquista di Marte da parte dell’uomo, l’ipotesi migliore sembra essere quello di tenerci a palazzo Chigi il buon Matteo, con buona pace di Salvini e 5 Stelle. Sarebbe l’ipotesi migliore, se solo non ci fosse il PD, ovvero il partito che maggiormente odia Matteo Renzi.

Anche Gentiloni sembrerebbe troppo renziano e la minoranza PD non lo vorrebbe a capo del governo temendo, forse, che Gentiloni fungesse più da marionetta di Renzi. Qualora si turassero il naso e appoggiassero Gentiloni, immagino che ci sarebbero quantomeno modifiche sostanziose nella compagine di governo.

Colpa degli astenuti

Finita la tempesta della campagna elettorale per i ballottaggi, sento già nell’aria quella leggera brezza dell’astensionismo. Chi esce sconfitto dalle urne sono convinto che attribuirà buona parte della responsabilità politica del risultato agli astenuti. E non si tratta di una cazzata senza alcun fondamento, sia chiaro. Il partito degli astenuti è il primo partito in Italia, primo e con grande margine su tutti gli altri. Se esistesse e avesse valenza politica, buona parte delle nostre istituzioni pubbliche dovrebbero essere vuote; una sfilza di seggi vuoti, di poltrone vuote, di cariche vuote. E non sarebbe un male, dato che spesso il non-politico è meglio del politico.

Fa specie, comunque, tornando all’argomento del post, come gli astenuti stiano sempre dalla parte di chi perde. Sistematicamente non va a votare la parte che poi finisce col perdere le elezioni e spesso si dà una spiegazione del tipo “non siamo riusciti a trasmettere all’elettorato i nostri valori e le nostre idee, non siamo stati capiti”. Il punto e il problema è che la gente ormai ha capito bene l’attuale politica e preferisce starne alla larga, diffidarne più che può, perché esprime il peggio che la società possa esprimere. Alle ultime elezioni amministrative l’affluenza alle urne è stata di meno di un elettore su due (precisamente il 45,26%). E’ un dato drammatico, frutto dell’imbarbarimento della politica, della mancanza di rispetto fra le fazioni che ha allontanato i moderati dalle votazioni. Fortunatamente è stata penalizzata la parte che ha dato il via a questo clima politico di odio e terrore. Tutto il centro-destra prenda atto della pesante sconfitta e Berlusconi faccia un solenne mea culpa e si assuma la responsabilità politica della sconfitta. Troppo comodo dare la colpa agli assenti, caro Silvietto.

P.S. per ora il partito che mi rappresenta meglio rimane ancora il partito degli astenuti, costa poco e non crea casini…

Milano, risultati elezioni amministrative

“Quello di Milano è un voto anomalo perché non è mai successo che la città sia stata in mano agli estremisti”. E’ il commento sulle amministrative del viceministro leghista Roberto Castelli per il quale è necessario “riflettere” in vista del ballottaggio. Gli fa eco il ministro Calderoli: “Un’anomalia il voto di Milano. Vogliamo e possiamo correggerlo: andare al ballottaggio non vuol dire aver perso. Ci impegneremo. Più in generale, penso che il Governo dovrà essere più determinato sulle riforme”.
Avete capito quali menti illuminate può annoverare la Lega Nord tra le sue fila? Cioè, Pisapia è pure un estremista, un eversivo estremista di stampo marxista-leninista, oserei dire. Basta dargli un’occhiata per capire che sotto quella scorza da nonnino al parco coi nipotini si nasconde un pericoloso rivoluzionario. Un consiglio per gli esponenti del Carroccio: levategli il vino!

Continua ad aumentare il divario a favore di Giuliano Pisapia. Le ultime proiezioni danno il candidato del centrosinistra avvantaggiato di circa 5 punti percentuali, un netto vantaggio che ribalta completamente le prime proiezioni espresse sulla base delle intenzioni di voto.

Ore 17:30 – MILANO, PISAPIA AL 46,2%  – Secondo la terza proiezione dell’Istituto Piepoli per TG Norba 24 per il Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia (Centrosinistra) è al 46,2%, Letizia Moratti (Centrodestra) al 44,3%.

Lieve vantaggio a Milano per Giuliano Pisapia: secondo la prima proiezione Ipr Marketing per la Rai, basata sul 5% dei seggi, il candidato del centrosinistra sarebbe al 45%, mentre Letizia Moratti (centrodestra) è data al 44%. Seguono Manfredi Palmeri (Udc) al 5,5% e Mattia Calise (5 Stelle) al 4%.  Si profila, comunque, il ballottaggio a Milano.

A Milano si gioca una buona fetta delle elezioni amministrative odierne. I seggi stanno per chiudersi, manca meno di un’ora e poi inizierà la fase dello spoglio, fase che potrebbe già dare la vittoria ad uno dei contendenti, oppure rimandare il tutto al ballottaggio del 29-30 maggio.

Seguiranno aggiornamenti

Elezioni Amministrative 2011

Sono state aperte alle 8 le oltre 13 mila sezioni elettorali per le elezioni amministrative che interesseranno, oggi e domani, circa 13 milioni di italiani. Si vota per l’elezione del presidente e del consiglio provinciale di 11 province (Vercelli, Mantova, Pavia, Treviso, Trieste, Gorizia, Ravenna, Lucca, Macerata, Campobasso e Reggio Calabria); del sindaco e dei consiglio comunale di 1.315 comuni, tra i quali sette capoluoghi di regione (Torino, Milano, Trieste, Bologna, Napoli, Catanzaro, Cagliari). I seggi, aperti oggi alle ore 8, resteranno in funzione fino alle ore 22, mentre lunedì si può votare dalle ore 7 alle ore 15.

Tante le sfide che faranno stare col fiato sospeso svetta a Milano quella tra il sindaco uscente Letizia Moratti e l’avvocato Giuliano Pisapia; ma forte attesa circonda anche l’esito di Napoli, dove il candidato di centrodestra Gianni Lettieri dovrà fare i conti allo stesso tempo con Mario Morcone, sostenuto dal Pd e dal centrosinistra, e Luigi De Magistris, candidato dell’Idv. Occhi puntati anche su Torino, dove l’ex segretario dei Ds Piero Fassino sfiderà l’assessore regionale alla Cultura Michele Coppola nel difficile compito di raccogliere l’eredità di Sergio Chiamparino. Altra città sotto i riflettori è Bologna, capofila dei 189 comuni commissariati che andranno al voto: nel capoluogo felsineo il centrosinistra punterà su Virginio Merola, ex assessore all’urbanistica della Giunta Cofferati, per battere l’esponente del Carrocio Manes Bernardini, sostenuto anche dal Pdl.

Vedemecum per le elezioni amministrative

Terrorizzati dalla Destra Estrema

Domenica scorsa il quotidiano francese Le Parisien ha pubblicato un sondaggio realizzato dall’istituto Harris Interactive secondo cui Marine Le Pen era in testa, con il 23% delle preferenze, nelle intenzioni di voto per il primo turno delle elezioni presidenziali del 2012. La notizia è del tutto normale, se non fosse che Marine Le Pen è la figlia di Jean Marie Le Pen e presidente del Fronte Nazionale, il partito di estrema destra francese.

La notizia pare abbia sconvolto mezza Francia, sempre per il solito pericolo nero che vede la politica di destra sostanzialmente “cattiva”, un mix di protezionismo e xenofobia che potrebbe portare a tensioni sociali insanabili. Personalmente, però, credo sia arrivato il momento di abbandonare questo stereotipo del politico di destra. Al di là di quello che uno possa pensare, meglio giudicare le persone e non le ideologie politiche che esse rappresentano. Quelle che contano sono le idee delle persone e non quelle dei partiti. Non conosco l’ideologia di Marine Le Pen, ma credo che se il sondaggio proposto la vede in testa nelle preferenze di voto del popolo francese per le prossime presidenziali un motivo ci sarà, vorrà dire che la vecchia politica più “centrale” e meno “estrema” non ha raggiunto gli obiettivi sperati e, talvolta, perfino promessi. Inutile parlare di “pericolo” o di ritorno al fascismo/nazismo. In Italia la Destra è stata falcidiata dalla cultura rossa che l’ha dipinta come una belva feroce ed estremamente pericolosa. Poi è arrivato Fini e le ha dato il colpo di grazia

Tornando al sondaggio francese, esistono comunque molte perplessità sulla bontà dei risultati del medesimo sondaggio, poiché è stato condotto online, una modalità considerata da sempre meno affidabile dell’intervista telefonica, dato che risulta decisamente più agevole raccontar balle.

Le Parisien, nel riportare la notizia, ha fornito il numero degli intervistati (1.618) e ha spiegato come è stato condotto il sondaggio, ma non ha fornito il margine d’errore di questa tipologia di sondaggio associato al numero degli intervistati. Su un campione di mille intervistati il margine d’errore è di circa il 3%, quindi lo scarto tra Le Pen, Sarkozy e Aubry potrebbe essere nullo, applicati i dovuti correttivi.
Le ambiguità del sondaggio ed il modo in cui Le Parisien e alcune altre testate hanno deciso di dare la notizia ha dato l’avvio a una discussione sui sondaggi come strumento, sulla loro attendibilità e sull’opportunità di regolamentarne l’uso e la diffusione. Se alcuni sostengono addirittura che i sondaggi perturbino i processi democratici, in qualche modo predeterminando le candidature, alcuni interventi vanno in direzione opposta.

Allora mi domando: quando finirà questo terrore nero? L’evoluzione della politica passa anche dall’unione e dalla condivisione di ideologie estreme, poiché è la stessa situazione reale ad assumere, talvolta, risvolti estremi. E’ una questione anche culturale che, mi auguro, possa cambiare nel minor tempo possibile.

Serenamente verso la crisi politica

La road map della crisi politica è stata tracciata. Il 14 dicembre prossimo si voterà la fiducia all’attuale governo in entrambe le camere del Parlamento e, se tutto procede come pare, il governo Berlusconi cadrà alla Camera, rimettendo nelle mani del presidente Giorgio Napolitano il mandato ricevuto, Napolitano che dovrà aprire le consultazioni politiche e/o indire nuove elezioni. Il motore della crisi è l’approvazione della legge finanziaria, legge che formalmente tiene in piedi questo governo che si sta lentamente sciogliendo come neve al sole.

Personalmente non credo sia bello avere tempi così lunghi per una crisi politica, soprattutto considerando che sono mesi che si continua a tenere in vita un paziente già clinicamente morto. Questa lotta fraticida tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ha portato il Paese sul baratro ed ora ci stiamo semplicemente sporgendo sempre più, per vedere quanto sarà profondo il salto. Creare un nuovo governo sostenuto da una diversa maggioranza è impensabile, specialmente senza l’appoggio della Lega Nord. Nuove elezioni porterebbero ad un Paese altrettanto ingovernabile, perché con l’attuale legge elettorale porcellum si rischierebbe di avere due maggioranze diverse nelle 2 camere parlamentari. E tutto questo avviene in un pesante momento di crisi economica, specialmente interna; il clima di incertezza politica, inoltre, finisce con l’avere ripercussioni negative sull’economia interna, poiché le aspettative degli agenti economici non sono certamente rosee.

Vabbè, come sempre tiriamo avanti, serenamente, continuando a preoccuparci del caso di Avetrana, oppure delle vicende legate alla villa di Arcore e agli ospiti del premier Berlusconi. Forse è proprio questo che ci meritiamo…

Il Nuovo Ulivo e la sagacia del PD

In un mondo politico normale, quando il tuo avversario è in difficoltà tu te ne avvantaggi, ne trai profitto e vorresti sfruttarlo immediatamente, possibilmente andando alle urne per rovesciare l’attuale assetto politico che ti vede all’opposizione. Il PD, però, non è un partito politico normale, non hanno saputo sfruttare il momento critico del centro-destra avviato dallo scisma finiano che ha portato il Paese sull’orlo dello spettro di elezioni anticipate. Elezioni che, stranamente, il Partito Democratico non voleva e non vuole nemmeno ora. Certo, potrebbe darsi che si tratti semplicemente di non voler lasciare l’Italia allo sbando proprio durante la peggiore crisi economica che il mondo abbia mai sperimentato, può anche darsi che i limiti e i difetti della legge elettorale porcata abbiano spinto i vertici del partito a preferire la linea del dialogo e della continuità, proprio in vista di una modifica condivisa dell’attuale legge elettorale, però io credo che tutto ciò sia solamente un muro dietro cui il PD si vuole riparare, nascondendosi dall’opinione pubblica che vede sempre più un partito debole, insicuro e fragile.

Se si può essere d’accordo sull’idea che oggi le elezioni siano un danno grave per il Paese, non si può credere altrettanto che un governo tecnico in cui fosse presente anche il Pdl potrebbe mettere mano alla legge elettorale, correggendola e rendendola più semplice e lineare, evitando che il voto popolare rappresenti due maggioranze diverse all’interno delle due Camere. Ergo, non si può percorrere questa strada, bisogna correre qualche rischio e provare a vincere le elezioni con la legge così com’è per poi modificarla. Chi scrive, ci tengo a precisarlo, non è un elettore del Pd, ma è preoccupato per la mancanza di contrappesi che la nostra attuale politica sembra avere oggi.
Leggo stamattina che la Bindi ipotizza un alleanza con Fli, “un’alleanza per la democrazia” come l’ha definita la Rosy. Bersani ha ovviamente tirato le orecchie alla Bindi, perché lui sta cercando di raccattare i voti da sinistra, difficile accettare che un ex fascista come Gianfranco Fini possa coesistere con i comunisti più estremi. Sorprende, comunque, che si possa pensare di battere un avversario politico semplicemente sommando più partiti assieme, senza una logica di programma, senza idee condivise, solo con lo scopo di battere Berlusconi e di salire al potere. Il PD sta perdendo l’occasione di rafforzare la propria immagine e la propria leadership a sinistra, andando a raccogliere voti ‘porta a porta’, cercando di unire il sacro col profano, il diavolo e l’acqua santa. Secondo me stanno facendo il gioco di Berlusconi, si stanno indebolendo e nel loro indebolirsi stanno trascinando nel baratro anche gli scissionisti di Fini. Chi vince, qua, sono soltanto il partito degli astensionisti e i movimenti, come quelli di Beppe Grillo, che con la loro voci fuori dal coro raccolgono via via più consensi di cittadini stufi della politica attuale.

Riflessioni sul mercato rossonero

Nel giorno del compleanno di Pato (a proposito, AUGURI!), voglio affrontare una breve riflessione sulla sessione estiva di calciomercato appena conclusasi, focalizzando l’attenzione sul cambio di rotta intrapreso dalla dirigenza rossonera dall’inizio di giugno alla fine di agosto. Sembrava decisamente la solita campagna acquisti low cost del Milan, fatta principalmente di giocatori svincolati e di prestiti, per lo più giocatori di secondo piano. Ecco quindi arrivare il buon vecchio Yepes in difesa a sostituire il buon vecchio Favalli, il greco Sokratis (il Papa-nome non lo ricordo mai) in comproprietà dal Genoa e il prestito del portiere Amelia sempre dalla squadra del presidente Preziosi per sostituire il partente Storari, ceduto alla Juventus per fare cassa.

Addirittura, il Milan ha dovuto chiedere aiuto sempre al Genoa per l’acquisto del centrocampista ghanese Kevin Prince Boateng, preso in comproprietà e rimasto al Milan quest’anno. Insomma, non si era mai visto un Milan così in difficoltà sul mercato, con grossi limiti nei budget di spesa, sostanzialmente incatenato al mercato in uscita per potersi permettere di acquistare altri giocatori.

Invece, ecco arrivare la sorpresa. Il presidente Berlusconi si è improvvisamente reinnamorato della sua squadra e ha deciso di riaprire il portafoglio per acquistare giocatori validi sul mercato. Dapprima l’arrivo del bomber del Barça (ex Inter) Zlatan Ibrahimovic, operazione da 24 milioni di euro, e infine la ciliegina sulla torta, l’arrivo dal Manchester City del brasiliano Robinho, ex Santos, con un investimento di altri 18 milioni di euro. Ovviamente il Milan si è dovuto privare di Marco Borriello e di Huntelaar, ma i due arrivi, almeno per quanto concerne la caratura internazionale, sono decisamente di un’altra categoria. Il Milan si candida ufficialmente a poter contrastare l’egemonia interista nel campionato italiano, per rompere questo dominio che dura oramai da troppo tempo. Certamente non basta fare acquisti faraonici per garantirsi le vittorie, però è certamente un buon passo iniziale. Massimiliano Allegri sembra una persona adatta a guidare la compagine rossonera e i suoi  buoni rapporti col presidente rappresentano un asse importante per le future ambizioni rossonere.

Si sostiene, comunque, che il mercato sfarzoso del Milan sia il segnale più lampante di un cambiamento politico nel breve termine. L’immagine di Berlusconi stava scadendo, la sua popolarità scemando. C’era bisogno di un bel lifting, e non c’è lifting migliore di quello legato alle vittorie sportive del suo Milan. Al di là delle spese sostenute, difatti, non c’è cosa migliore che apparire vincente per vincere le elezioni, a maggior ragione considerando che la più importante controparte è rappresentata da un partito politico la cui immagine è tutt’altro che vincente, e non solo l’immagine. Qualsiasi siano state le cause che hanno portato al cambiamento di politica societaria, da milanista non posso che esserne felice, molto felice, mentre da cittadino italiano sono sempre più seriamente preoccupato.