Scansati e ricandidati

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Si sta per concludere una settimana da ricordare per Silvio Berlusconi: prima si è apparentemente defilato dalla coalizione del centrodestra per consentire a Matteo Salvini di provare a formare un governo con il Movimento 5 Stelle; oggi, invece, è arrivata la riabilitazione politica dal Tribunale di Milano che ha deciso di far scattare l’estinzione anticipata dell’incandidabilità dell’ormai ex Cavaliere. Così, tecnicamente, alle prossime elezioni potrebbe candidarsi regolarmente e, eventualmente, essere eletto. Ovviamente, è possibile che venga presentato ricorso in Cassazione su tale decisione, ma intanto lui rimane a tutto gli effetti ripulito dagli effetti della Legge Severino (che nel novembre 2013 lo aveva estromesso dal Parlamento).

Il caso ha voluto che tale decisione sia arrivata immediatamente dopo la scelta del leader di Forza Italia di scansarsi e sbloccare la situazione politica. Qualcuno potrebbe pensare male, potrebbe ipotizzare che le due cose siano connesse e interdipendenti. Ma considerando la limpidezza del personaggio in questione, dico io, come si fa ad ipotizzare qualcosa di cattivo su Silvio Berlusconi? Uno che si ferma a parlare con il presidente Mattarella delle condizioni di salute dell’amico Dell’Utri (che è in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa ed è stato recentemente condannato nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, ma chi non ha un amico condannato per mafia ai giorni nostri?), uno che è ancora imputato nel processo Ruby ter (la celeberrima nipote di Mubarak) in cui ha aiutato giovani ragazze senza chiedere loro nulla in cambio, uno che nonostante l’incandidabilità ha fatto campagna elettorale, ha messo il proprio nome nel simbolo elettorale ed è andato al Quirinale per le consultazioni. Insomma, uno che indiscutibilmente fa politica per il solo ed esclusivo interesse popolare e mai e poi mai per i propri interessi.

Che altro dire? Andiamo subito a votare per rieleggere Silvio! Su su, di corsa!!!

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Silvio e la Mafia

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immagine da l’Espresso online

Pubblico ora l’articolo del giornalista Peter Gomez, pubblicato su L’Espresso online e sul blog Voglioscendere, blog di gruppo che condivide con Marco Travaglio e Pino Corrias. Nell’articolo si parla dei legami tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e i vertici della mafia, anche dopo la discesa in campo del Cavaliere.

Adesso c’è la prova documentale. Davvero, secondo la procura di Palermo, Silvio Berlusconi era in contatto con i vertici di Cosa Nostra anche dopo la sua “discesa in campo”, come era stato già stato raccontato da molti collaboratori di giustizia.

I corleonesi di Bernardo Provenzano, infatti, scrivevano al premier per minacciarlo, blandirlo, chiedere il suo appoggio e offrirgli il loro. Lo si può leggere, qui, nero su bianco, in questa lettera da tre giorni depositata a Palermo gli atti del processo d’appello per riciclaggio contro Massimo Ciancimino, uno dei figli di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002.

Una lettera che “L’Espresso” online pubblica in esclusiva. Si tratta della seconda parte di una missiva (quella iniziale sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita) in cui in corsivo sono state scritte le seguenti frasi: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.

Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica. Ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano. I primi esami hanno comunque già permesso di escludere che gli autori siano don Vito, o suo figlio Massimo, che dopo una condanna in primo grado a cinque anni e tre mesi, collabora con la magistratura.

Tanto che finora le sue parole hanno, tra l’altro, portato all’apertura di un’inchiesta per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento mafioso contro il senatore del Pdl Carlo Vizzini, i senatori dell’Udc Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola, e il deputato dell’Udc e segretario regionale del partito in Sicilia, Saverio Romano. Con i magistrati Massimo Ciancimino ha parlato a lungo della lettera, che lui ricorda di aver visto tra le carte del padre quando era ancora intera.

Ma tutte le sue dichiarazioni sono state secretate. Le poche indiscrezioni che trapelano da questa costola d’indagine, già in fase molto avanzata e nata dagli accertamenti sul patrimonio milionario lasciato da don Vito agli eredi, dicono comunque due cose. La prima: la procura ritiene di aver in mano elementi tali per attribuire il messaggio a dei mafiosi corleonesi vicinissimi a Bernardo Provenzano, il boss che per tutti gli anni Novanta ha continuato ad incontrarsi con Vito Ciancimino
Anche quando l’ex sindaco, dopo una condanna a 13 anni per mafia, si trovava detenuto ai domiciliari nel suo appartamento nel centro di Roma. La seconda: i magistrati sono convinti che la lettera dei corleonesi sia arrivata a destinazione. Il documento è stato trovato tra le carte personali di don Vito. A sequestrarlo erano stati, già nel 2005, i carabinieri: “Parte di Foglio A4 manoscritto, contenente richieste all’On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive”, si legge un verbale a uso tempo redatto da un capitano dell’Arma.
Incredibilmente però la lettera era rimasta per quattro anni nei cassetti della Procura e, all’epoca, non era mai stata contestata a Ciancimino junior nei vari interrogatori. L’unico accenno a Berlusconi che si trova in quei vecchi verbali riguarda infatti una domanda sulla copia di un assegno da 35 milioni di lire forse versato negli anni ’70-’80 dall’allora giovane Cavaliere al leader della corrente degli andreottiani siciliani. Dell’assegno si parla a lungo in una telefonata intercettata tra Massimo e sua sorella Luciana il 6 marzo del 2004.
Venti giorni dopo si sarebbe tenuta a Palermo la manifestazione per celebrare i dieci anni di Forza Italia. Luciana dice al fratello di essere stata chiamata da Gianfranco (probabilmente Micciché, in quel periodo assiduo frequentatore dei Ciancimino) che l’aveva invitata alla riunione perché voleva presentarle Berlusconi.

Luciana: “Minchia, mi telefonò Gianfranco.. ah, ti conto questa? all’una meno venti mi arriva un messaggio?”
Massimo: “L’altra volta l’ho incontrato in aereo”
Luciana: “Eh… il 27 marzo, a Palermo… per i dieci anni di vittoria di Forza Italia, viene Silvio Berlusconi. È stata scelta Palermo perché è la sede più sicura… eh… previsione… In previsione saremo 15 mila…”
Massimo: “Ah”
Luciana “…eh allora io dissi minchia sbaglia, e ci scrivo stu messaggio: “rincoglionito, a chi lo dovevi mandare questo messaggio, sucunnu mia sbagliasti” …in dialetto, eh… eh (ride) e mi risponde: “suca” …eh (ride) …mezz’ora fa mi chiama e mi fa: “Minchia ma sei una merda” e allora ci dissi “perché sono una merda”.
Dice, hai potuto pensare che io ho sbagliato a mandare? io l’ho mandato a te siccome so che tu lo vuoi conoscere [Berlusconi, nda]? io ti sto dicendo che il 27 marzo ”
Massimo: “E digli che c’abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro…”
Luciana “(ride) Chi, il Berlusconi?
Massimo: “Si, ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà?”
Luciana: “Ma che cazzo dici”
Massimo : “Certo”
Luciana: “Del Berlusca?”
Massimo: “Si, di 35 milioni, se si può glielo diamo…”

Ma nella perquisizione a casa Ciancimino, la polizia giudiziaria l’assegno non lo trova. Interrogato il 3 marzo 2005, Ciancimino jr. conferma solo che gliene parlò suo padre, ma non dice dove sia finito: “Sì, me lo raccontò mio padre? Ma poi era una polemica tra me e mia sorella, perché io l’indomani invece sono andato alla manifestazione di Fassino”.
Adesso, invece, dopo la decisione di collaborare con i pm, sarebbe stato più preciso. Ma non basta. Perché Ingroia e Di Matteo, dopo aver scoperto per caso la lettera nell’archivio della procura, hanno anche acquisito agli atti della nuova indagine il cosiddetto rapporto Gran Oriente, redatto sulla base delle confidenze (spesso registrate) del boss mafioso Lugi Ilardo, all’allora colonnello dei carabinieri, Michele Riccio.
Ilardo è stato ucciso in circostanze misteriose alla vigilia dell’inizio della sua collaborazione ufficiale con la giustizia. Ma già nel febbraio del ’94 aveveva confidato all’investigatore come Cosa Nostra, per le elezioni di marzo, avesse deciso di appoggiare il neonato movimento di Berlusconi. Un fatto di cui hanno poi parlato dozzine di pentiti e storicamente accertato in varie sentenze. Ilardo il 24 febbraio aveva spiegato a Riccio come qualche settimana prima “i palermitani” avessero indetto una “riunione ristretta” a Caltanissetta con alcuni capofamiglia del nisseno e del catanese.
Nell’incontro “era stato deciso che tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare ‘Forza Italia’. In seguito ogni famiglia avrebbe ricevuto le indicazioni del candidato su cui sarebbero dovuti confluire i voti di preferenza… (inoltre) i vertici ‘palermitani’ avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie “famiglie mafiose” nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici..”. Una delle ipotesi, ma non la sola, è che si tratti dell’ideatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
La procura di Palermo, sospetta dunque, che la lettera ritrovata nell’archivio di Ciancimino si inserisca all’interno di questa presunta trattativa. Nel ’94, infatti, Berlusconi governò per soli sette mesi e anche le norme contenute all’interno del cosiddetto decreto salvaladri di luglio, approvato per consentire a molti dei protagonisti di tangentopoli di uscire di galera, che avrebbero in teoria potuto favorire i boss, alla fine non vennero immediatamente ratificate.
Da qui, è la pista seguita dagli investigatori, le apparenti minacce al Cavaliere (“il triste evento”), la richiesta della messa a disposizione di una rete televisiva e i successivi sviluppi politici che portarono all’approvazione di leggi certamente gradite anche alla mafia, ma spesso approvate con il consenso bipartisan del centro-sinistra.

Benito Mussolini era troppo buono

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Il senatore del PdL Marcello Dell’Utri è uno dei parlamentari abusivi del Parlamento italiano, o meglio, è particolarmente abusivo, perché abusivi lo sono tutti, dato che non eletti dal popolo. Dell’Utri è particolarmente abusivo poiché nominato senatore nonostante una condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa (9 anni di reclusione più 2 anni di libertà vigilata, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici) e la condanna in Cassazione per frode fiscale e false fatture (2 anni e 3 mesi). Sorprende, quindi, che una persona con tali credenziali possa sedere comodamente nel nostro Senato italiano.

Il bello è che continua a sorprendere con alcune dichiarazione a dir poco farneticanti: ad esempio, come non citare quel “Mangano è un eroe”, alla luce del fatto che Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, è stato un noto mafioso italiano, testa di ponte della mafia al nord Italia, condannato all’ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano (di quest’ultimo Mangano sarebbe stato l’esecutore materiale).
Ergo, il nostro senatore è avvezzo a dire cose assurde, ed infatti ieri ha dichiarato che Mussolini è stato troppo buono. Ovviamente, Dell’Utri sostiene che il Duce sia stato “troppo buono” poiché non è stato un dittatore sanguinario come Stalin, oppure come lo stesso Hitler. Beh, allora siamo tutti “troppo buoni”, non trovate? Il punto è che le sue convinzioni nascono dalla lettura e dall’analisi di alcuni presunti diari del Duce, diari la cui attendibilità è stata spesso messa in discussione e, in generale, si propende più per una bufala.

«Mussolini – sostiene Dell’Utri – ha perso la guerra perché era troppo buono. Non era affatto un dittatore spietato e sanguinario come poteva essere Stalin. Leggendo i diari, giorno per giorno, per 5 anni dal ’35 al ’39, cioè alla vigilia della decisione di entrare in un conflitto mondiale già iniziato, le posso assicurare – spiega – che trovo Mussolini un uomo straordinario e di grande cultura. Un grande scrittore, alla Montanelli, i suoi diari sembrano cronache di un inviato speciale, con frasi brevi e aggettivazioni efficaci come raramente ho letto».

«Non è colpa di Mussolini – aggiunge l’esponente azzurro – se il fascismo diventò un orrendo regime. Ci sono testimonianze autografe del duce in cui critica i suoi uomini che hanno falsato il fascismo, costruendosene uno a proprio modo, basato sul ricatto e sulla violenza. Il suo fascismo era di natura socialista».

Secondo Dell’Utri «sono state le sanzioni a costringere Mussolini a trovare un accordo con la Germania di Hitler. Se non ci fossero state le sanzioni, probabilmente non si sarebbe mai alleato con Hitler che non stimava per niente, anzi temeva. Ci sono pagine inedite, scritte da Mussolini su questi anni, che faranno discutere molto e che dimostrano la disaffezione del duce nei confronti del Furher, tanto che definisce il suo Mein Kampf un rigurgitevole testo». Quanto alle leggi razziali, «nei suoi diari – afferma il parlamentare del centrodestra – Mussolini scrive che le leggi razziali devono essere blande. Tra gli Ebrei, il duce, spiega di avere i suoi più cari amici e si chiede perché seguire Hitler con le sue idee sulle razze ariane, razze pure che non esistono»

Quindi, in ordine, Dell’Utri ha paragonato Mussolini al giornalista Indro Montanelli, e su questo non mi esprimo nel merito, perché non ho letto questi fantomatici diari, ma credo che bisognerebbe rispettare Indro Montanelli perché, essendo morto, non può difendersi e controbattere a certe dichiarazioni. Sul fatto che Mussolini fosse contrario a certi metodi delle squadracce fasciste è probabilmente vero, ma sta di fatto che a Mussolini facevano comodo così e non si oppose più di tanto. Il discorso delle sanzioni mi sembra una semplificazione troppo facile e comoda della realtà e credo che Mussolini, dopo un’iniziale diffidenza per Hitler, fosse comunque attratto dalle capacità del suo alter ego in terra tedesca. Sulle leggi raziali non dico nulla, parla la storia, non i diari…