L’autostrada Salerno-Reggio Calabria è finita! (Forse)

Salerno_Reggio_Calabria.jpgIeri sera, tramite la sua pagina Facebook, l’ex premier Matteo Renzi ha esultato per il completamento dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria nei tempi previsti. Era, infatti, il 22 febbraio scorso quando Renzi, di fronte ai giornalisti, promise che l’autostrada sarebbe stata completata entro il 22 dicembre 2016. E l’ex premier non poteva perdere l’occasione di rivendicare un suo successo personale, una promessa mantenuta agli Italiani.

Tutto ok, se non fosse che il buon Renzi, diciamo, ha mantenuto la promessa come tutte le altre. L’ha mantenuta a metà, per così dire. Oh, sia ben chiaro, meglio un po’ che niente, ma se si guarda alla realtà si intuisce che la Salerno-Reggio Calabria non è propriamente ‘completata’. Come scrive Anas sul proprio sito:

10 km, relativi al tratto tra lo svincolo di Campo Calabro, al km 433+750 ca., e lo svincolo di Reggio Calabria/Santa Caterina, al km 442+920: sono previsti lavori di manutenzione straordinaria, la procedura di gara è in corso.

Inoltre, sempre sul sito, si dice che “Per i restanti 58 km di autostrada, già caratterizzati da quattro corsie e a standard autostradale, Anas ha avviato, di intesa con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, un Piano di manutenzione che prevede specifici interventi per il rifacimento profondo della pavimentazione, risanamento di viadotti, posa in opera di nuove barriere di sicurezza, nuovi impianti di illuminazione e tecnologici, nuova segnaletica”. [infografica piano di manutenzione] [video 3D piano di manutenzione]

Quindi, l’esultanza di Renzi è il solito gioco delle 3 carte: chiudo i cantieri e li rinomino in “lavori di manutenzione”. Va detto che è il suo stile e che, dopo la scoppola del 4 dicembre, ha un disperato bisogno di rivendicare a sé i risultati positivi dell’Esecutivo (a Gentiloni l’arduo compito di incassare, in silenzio, i pugni di quelli negativi).

P.S. il costo complessivo della Salerno-Reggio Calabria ammonta, finora, a 7,446 miliardi di euro.

Il debito pubblico italiano continua a crescere

Il popolo italiano è chiamato a grandi sacrifici, ma i risultati stentano a farsi vedere. Se dal lato spread siamo tutti contenti, con il differenziale di rendimento fra decennale tedesco e BTP a 10 anni si attesta ormai stabilmente in area 290 punti base, dal lato del debito pubblico le notizie non sono ancora positive, tutt’altro. Secondo i dati contenuti nel Supplemento al Bollettino Statistico “Finanza Pubblica, fabbisogno e debito” della Banca d’Italia, a gennaio il debito pubblicoè aumentato di 37,9 miliardi rispetto al mese precedente, portandosi a 1935,8 miliardi di euro. Quindi, le stangate fiscali che tutti noi, chi più chi meno, debbono sopportare per far fronte all’attuale momento di crisi si rivelano assai poco utili (almeno direttamente) per abbattere il fardello che grava pesantemente sulla nostra economia, anche quella reale.

Sicuramente questo dipende anche dal fatto che gli effetti diretti si potranno vedere nel medio/lungo termine, ma la cosa veramente preoccupante è che per il momento stiamo pagando gli aiuti alla Grecia (tramite il fondo salva Stati, tramite lo swap del debito greco), in attesa degli shock provenienti dalla penisola iberica (il Portogallo già sta tremando e la Spagna non se la passa bene). Dunque, si incrementa la pressione fiscale per aumentare i finanziamenti all’Efsf, forse nella speranza che, quando ne avremo bisogno, il fondo sarà ancora in grado di aiutarci. Personalmente credo che il fondo Salva-Stati sia un fondo Salva-cadaveri, ma mi auguro di sbagliarmi, ovviamente.

Non mi stancherò mai di dire che un punto fondamentale per portare fuori il Paese dalla speculazione finanziaria è abbattere il debito pubblico. Bisogna dare l’impressione che siamo in grado di abbassare lo stock del debito e che vogliamo procedere alla sua riduzione nei prossimi anni. Se il debito continua a crescere, quale senso possono avere questi sacrifici? Qualcuno mi sa rispondere?

Fitch ci declassa. Ora manca solo Moody’s

L’Italia nella mattinata di ieri fa di nuovo il pieno nell’asta di titoli di Stato con tassi in calo sotto il 2% e i mercati che mostrano sempre più fiducia nell’operato del governo Monti, ma ciò non basta ad evitare la scure di Fitch. In serata, l’agenzia di rating abbatte di due gradini il giudizio sui titoli di Stato italiani, portandolo ad A- da A+ con outlook negativo e seguendo dunque l’esempio di Standard & Poor’s. La mossa di Fitch però non preoccupa il premier Monti. “Fitch? Da parte mia una distaccata serenità”, ha commentato il presidente del consiglio, aggiungendo che l’agenzia “rileva cose non nuove e non condanna le attuali politiche” del governo. Ed in effetti l’agenzia riconosce che solo “il forte impegno” del governo Monti “sui conti pubblici e sulle riforme ha evitato un taglio più severo del rating”. Il downgrade dell’Italia riflette la situazione di un “livello elevato del debito pubblico e un basso tasso di crescita che hanno reso il Paese particolarmente vulnerabile”, spiega Fitch, sottolineando che a preoccupare è l’aumento dei costi di finanziamento “con l’ampliamento del divario tra tassi di interesse e crescita economica che comporta implicazioni negative sulla dinamica del debito pubblico”. Insieme all’Italia sono state declassate anche la Spagna (due gradini ad A da AA-), il Belgio (un gradino ad AA da AA+), la Slovenia (due gradini ad A da AA-) e Cipro (un gradino a BBB-, appena sopra il livello junk, da BBB). Anche per questi Paesi l’outlook è negativo. La giornata per l’Italia era tuttavia iniziata nel migliore dei modi. Nell’asta della mattinata infatti il Tesoro ha piazzato di nuovo il massimo ammontare di titoli che si era prefissato, 11 miliardi di Bot, e spuntando tassi decisamente più bassi rispetto ai mesi scorsi. Nel dettaglio, Via XX Settembre ha venduto otto miliardi di Bot semestrali offrendo un rendimento inferiore al 2% per la prima volta da giugno dell’anno scorso e pari all’1,969%, in forte calo dal 3,251% pagato per vendere gli stessi titoli nell’asta del 28 dicembre ed in picchiata dal rendimento record del 6,5% offerto a novembre, all’apice della crisi. La domanda è stata pari a 1,35 volte l’importo offerto contro 1,69 dell’ultima asta. Il Tesoro ha anche assegnato 3 miliardi di Bot flessibili a 331 giorni con un rendimento del 2,214% e richieste pari a 1,821 volte l’offerta. “L’asta è andata bene, si conferma una tendenza al ribasso dei rendimenti dei titoli di Stato e dunque un ritorno di fiducia verso l’Italia da parte dei mercati”, commentano gli operatori di Borsa. Il risultato del collocamento di oggi ha spinto ulteriormente al ribasso lo spread. La forbice tra il Btp a 10 anni e il bund tedesco si è ristretta in chiusura a 404 punti col rendimento in calo sotto la soglia del 6% al 5,90%. In flessione anche i tassi sui titoli a breve e medio termine. Il rendimento del btp a 2 anni è calato fino al 3,49%, toccando il livello più basso dal 2 settembre scorso, prima di attestarsi al 3,56% mentre quello del quinquennale è sceso al 4,77%. L’Italia ritornerà sui mercati lunedì con un’asta di btp a cinque e dieci anni e sarà questo il vero banco di prova per il nostro Paese, una prova che, qualora fosse superata brillantemente, dimostrerebbe per l’ennesima volta l’incapacità delle agenzie di rating di fornire giudizi puntuali ed affidabili sugli emittenti, specialmente quelli sovrani.

Radio Londra – Le Balle della Crisi

Giuliano Ferrara è un ottimo giornalista e scrittore, ma di economia (a mio avviso) non capisce nulla, per non parlare della politica, poi, lui che è diventato famoso per aver cambiato idea una miriade di volte. Nella puntata di ieri del suo “Radio Londra” si è scagliato contro le balle della crisi, della recente crisi finanziaria dei debiti sovrani.
Secondo il Giulianone nazionale, infatti, la colpa della crisi non è da attribuirsi al dissesto finanziario della Grecia, oppure al pachidermico debito pubblico italiano. No, se la crisi c’è è colpa della BCE. Per una serie di motivi:

  • La BCE si è intromessa nella politica nazionale italiana. Questo Ferrara non lo dice ma è il motivo scatenante di questo suo intervento televisivo;
  • La BCE non presta abbastanza soldi e non garantisce il circuito della liquidità. Questo può anche essere vero, ma non bisogna dimenticare che la BCE ci ha dato una grossa mano ad agosto, placando la vendita di titoli di Stato italiani e facendoci risparmiare un bel po’ di quattrini. Ovviamente, si è trattato di una soluzione una tantum che non risolve il problema alla radice, lo sposta nel tempo. La vera soluzione è solo e solamente una soluzione interna, di politica interna.
  • La BCE è troppo attenta all’inflazione, vista come unico spettro da evitare. Questo è vero, ma Giuliano Ferrara dimentica di ricordare che l’attenzione della BCE sulle spinte inflazionistiche è una regola addirittura fissata nello statuto della BCE. Fu la Germania a pretendere che si sancisse nero su bianco la politica e l’indirizzo principale della BCE, per evitare che altri Paesi più indebitati potessero utilizzare la leva inflazionistica per risolvere i propri errori di malgoverno.

Insomma, nel suo spazio abusivo nella tv di Stato, Giuliano Ferrara ha difeso per l’ennesima volta la politica nazionale e il governo di centro-destra, rovesciando i problemi su altri. Chi sta col premier è infallibile, è questo il messaggio di fondo. Ma il bello è che quando lui lo dice si contraddice immediatamente. Spero che questo scempio televisivo non duri a lungo. Se Annozero era fazioso, Radio Londra che cos’è?

Il comunismo reale dei debiti

Io conoscevo il detto «Chi rompe paga e i cocci sono suoi». Dunque, chi sbaglia deve pagare, non esiste altra possibilità accettabile. E quindi, perché i sacrifici devono essere di tutti? Pochi sbagliano e tutti pagano, sembra diventato un nuovo modo di dire.

Questo fenomeno io lo definisco “comunismo reale dei debiti”, in questo caso l’immenso debito pubblico italiano. Quasi 2000 miliardi di euro accumulati per decenni e che ora bussano alla porta e rappresentano un fardello troppo pesante da gestire, alla luce delle recenti crisi economiche e della perenne crescita nulla del nostro prodotto interno lordo. Accumulati dai vari governi succedutisi, senza che nessuno si assumesse la colpa. Chi dovrebbe pagare, dunque? I cittadini o la casta politica? I tagli sono sempre generalizzati, i vantaggi no, sempre precisi e puntuali nelle tasche dei soliti noti. E chi si indigna rappresenta l’antipolitica, ma personalmente sarei fiero ed onorato di essere nominato antipolitico. La politica ha fallito, ha fallito la prima Repubblica, la seconda e fallirà anche l’ennesima se si continua su questa strada. Il disastro economico e’ sotto gli occhi di tutti; ora che paghi chi ha sbagliato! Tagliamo gli stipendi alla classe politica, ma soprattutto i vitalizi concessi con tanta facilita’. Aboliamo i rimborsi elettorali quinquennali e le province ed ecco fatta una manovra economica efficace, duratura e praticamente indolore per i cittadini: ci vuole molto per capire che i tagli vanno fatti da dove partono gli sperperi?

Io spero che in tanti facciano sentire la propria voce e continuino a farlo sui propri blog e sui social network, ovvero gli unici luoghi (virtuali) in cui e’ ancora possibile far sentire la propria opinione. Tante gocce possono scavare la roccia, e’ tempo di cambiare, cambiare marcia per cambiare il Paese.

Il debito pubblico è di tutti

Ieri sera ho assistito quasi casualmente ad uno spezzone dalla trasmissione “In Onda” su La7. In collegamento da casa sua (immagino) c’era Francesco Speroni, europarlamentare ed importante esponente della Lega Nord. Si parlava della manovra economica votata dal Parlamento italiano e lui era chiamato a difendere l’operato della maggioranza.
Premessa: il compito affidato a Speroni non era dei più semplici, questo è evidente. Però ha ampiamente dimostrato che quel ruolo non lo poteva ricoprire; si è fatto uccellare più volte persino da Italo Bocchino che, parliamoci chiaro, non è che sia un pozzo di scienza. La sparata più grossa del buon Speroni è stata: «il debito pubblico è di tutti, quindi tutti devono pagare», una frase che mette in evidenza la pochezza di profondità di analisi che l’esponente leghista riesce a mettere in campo.

Innanzitutto, un debito pubblico non è mai di tutti. Io non ho fatto debiti con lo Stato e non ho fatto nulla per incrementare il debito pubblico. Se il debito c’è ed è incontrollabile è colpa della classe politica che, in questi anni, ha mangiato allegramente sul nostro debito. Quindi, a rigor di logica, se il debito c’è e va tagliato a pagare dovrebbe essere in misura prevalente chi ha la responsabilità oggettiva di quanto accaduto, ossia la casta politica. Ed invece chi è che proprio non paga? La politica!
Speroni aveva la classica faccia da culo di chi se ne fotte dei pensionati a 600 euro al mese. Li guardava quasi con disprezzo, dall’alto del suo stipendio da parlamentare europeo (e magari pure con qualche vitalizio italiano, residuo della sua “preziosa” arrività politica in Italia, la tanto odiata Italia, tra l’altro). Voglio ricordare che Francesco Speroni, all’indomani della vittoria del referendum abrogativo sulla cosiddetta “devolution” disse la seguente frase:

«Gli italiani fanno schifo e l’Italia fa schifo perché non vuole essere moderna. Hanno vinto quelli che vogliono vivere alle spalle degli altri»

Era il 2006 ed oggi, dopo 5 anni, chi è che vive sulle spalle degli altri, caro Speroni? Il politico è il parassita moderno, un virus che spolpa la sua vittima finché può, per poi scappare ad Hammamet.

Irriducibili Tasse

La maggioranza politica annaspa. Eh sì, e non è a causa dell’esito referendario, bensì dal caos e della confusione che regna sovrana nel centro-destra italiano. Erano talmente convinti di essere invincibili che queste due sberle elettorali li hanno scossi, li hanno fatti scoprire nudi, senza la protezione del buon Silvio che affonda anch’egli, forse più di tutti. E nel marasma più totale ecco rispuntare il vecchio cavallo di battaglia del premier, quel “meno tasse per tutti” che l’ha reso celebre nei suoi primi anni di politica attiva. Ma si tratta, come al solito e come sempre di fumo negli occhi agli Italiani. Non esiste, infatti, alcun intento di ridurre le tasse, né tantomeno vi sono dei margini operativi per operare una reale riduzione della pressione fiscale, un giogo che da decenni comprime crescita, sviluppo e consumi in Italia.

Oggi il ministro dell’economia Giulio Tremonti, dall’assemblea di Confartigianato, ha rilanciato il progetto di una nuova riforma fiscale, annunciando di avere in mente un sistema a tre aliquote Irpef e un totale di cinque imposte. Il problema è che nessuna riforma fiscale può essere fatta a deficit, specialmente per un Paese come l’Italia oppresso da un debito pubblico mostruoso pari, ad oggi, a 1.890 miliardi di euro, e specialmente in un contesto economico come quello attuale che non ci vede certamente nel momento più roseo e florido della nostra storia. Ed ecco che Tremonti si affida al buon esempio della politica:

“Scassare il bilancio pubblico è irresponsabile. Per la riforma è fondamentale che la classe politica dia l’esempio: ci sono molti costi della politica che vanno ridotti”

Quindi, riepilogando, oltre alla panzanata della riforma fiscale si aggiunge pure il carico della riduzione dei costi della politica! La situazione è decisamente più grave di quanto pensassi! Già credevo poco all’ipotesi di voler rilanciare l’economia con un bel taglio fiscale, ma adesso sono decisamente convinto che il governo abbia ben altro per la testa, ben altri problemi e grattacapi. Ad esempio, se accidentalmente il governo cadesse, cosa farà Silvio Berlusconi?

  1. Scapperà ad Antigua nel suo impero immobiliare?
  2. Farà un colpo di Stato?
  3. Chiederà ospitalità a Lula, dato il buon trattamento riservato in Brasile ai ricercati italiani?
  4. Si fingerà morto?
  5. Andrà in pensione e giocherà con i nipotini?

Io propendo su una, ma non posso e non voglio dire quale… 😛
Nel frattempo, aspettiamo senza troppo sperare una riforma fiscale che avvantaggi noi poveri disgraziati; sarebbe quasi più di un miracolo, credetemi.

La letterina di Berlusconi al Corriere della Sera

L’ho ricevuta direttamente via mail da Berlusconi, come potrei non riproporla nel blog? Silenzio, parla Silvio:

Gentile direttore,
il suo giornale ha meritoriamente rilanciato la discussione sul debito pubblico mostruoso che ci ritroviamo sulle spalle da molti anni, sul suo costo oneroso in termini di interessi annuali a carico dello Stato e sull’ostacolo che questo gravame pone sulla via della crescita economica del Paese. Sono d’accordo con le conclusioni di Dario Di Vico, esposte domenica in un testo analitico molto apprezzabile che parte dalle due proposte di imposta patrimoniale, diversamente articolate, firmate il 22 dicembre e il 26 gennaio da Giuliano Amato e da Pellegrino Capaldo. Vorrei brevemente spiegare perché il no del governo e mio va al di là di una semplice preferenza negativa, «preferirei di no», ed esprime invece una irriducibile avversione strategica a quello strumento fiscale, in senso tecnico-finanziario e in senso politico.

Prima di tutto, se l’alternativa fosse tra un prelievo doloroso e una tantum sulla ricchezza privata e una poco credibile azione antidebito da «formichine», un gradualismo pigro e minimalista nei tagli alla spesa pubblica improduttiva e altri pannicelli caldi, staremmo veramente messi male. Ma non è così. L’alternativa è tra una «botta secca», ingiusta e inefficace sul lungo termine, e perciò deprimente per ogni prospettiva di investimento e di intrapresa privata, e la più grande «frustata» al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi. Il debito è una percentuale sul prodotto interno lordo, sulla nostra capacità di produrre ricchezza. Se questa capacità è asfittica o comunque insufficiente, quella percentuale di debito diventa ingombrante a dismisura. Ma se riusciamo a portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni, e i mercati capiscono che quella è la strada imboccata dall’Italia, Paese ancora assai forte, Paese esportatore, Paese che ha una grande riserva di energia, di capitali, di intelligenza e di lavoro a partire dal suo Mezzogiorno e non solo nel suo Nord europeo e altamente competitivo, l’aggressione vincente al debito e al suo costo annuale diventa, da subito, l’innesco di un lungo ciclo virtuoso.

Per fare questo occorre un’economia decisamente più libera, poiché questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del proprio futuro. La «botta secca» è, nonostante i ragionamenti interessanti e le buone intenzioni del professor Amato e del professor Capaldo, una rinuncia statalista, culturalmente reazionaria, ad andare avanti sulla strada liberale. La Germania lo ha fatto questo balzo liberalizzatore e riformatore, lo ha innescato paradossalmente con le riforme del socialdemocratico Gerhard Schröder, poi con il governo di unità nazionale, infine con la guida sicura e illuminata di Angela Merkel. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la locomotiva è ripartita. Noi, specialmente dopo il varo dello storico accordo sulle relazioni sociali di Pomigliano e Mirafiori, possiamo fare altrettanto.

Non mi nascondo il problema della particolare aggressività che, per ragioni come sempre esterne alla dialettica sociale e parlamentare, affligge il sistema politico. Ne sono preoccupato come e più del presidente Napolitano. E per questo, dal momento che il segretario del Pd è stato in passato sensibile al tema delle liberalizzazioni e, nonostante qualche sua inappropriata associazione al coro strillato dei moralisti un tanto al chilo, ha la cultura pragmatica di un emiliano, propongo a Bersani di agire insieme in Parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani.

Lo scopo indiretto ma importantissimo di un piano per la crescita fondato su una frustata al cavallo di un’economia finalmente libera è di portare all’emersione della ricchezza privata nascosta, che è parte di un patrimonio di risparmio e di operosità alla luce del quale, anche secondo le stime di Bruxelles, la nostra situazione debitoria è malignamente rappresentata da quella vistosa percentuale del 118 per cento sul Pil. Prima di mettere sui ceti medi un’imposta patrimoniale che impaurisce e paralizza, un’imposta che peraltro sotto il mio governo non si farà mai, pensiamo a uno scambio virtuoso, maggiore libertà e incentivo fiscale all’investimento contro aumento della base impositiva oggi nascosta. Se a questo aggiungiamo gli effetti positivi, di autonomia e libertà, della grande riforma federalista, si può dire che gli atteggiamenti faziosi, ma anche quelli soltanto malmostosi e scettici, possono essere sconfitti, e l’Italia può dare una scossa ai fattori negativi che gravano sul suo presente, costruendosi un pezzo di futuro.

Silvio Berlusconi

Italia solida, affonda come un sasso nello stagno

Giulio Tremonti è un ministro le cui dichiarazioni vanno prese sempre con le molle: bisogna preoccuparsi molto di più quando fa l’ottimista, quando vede l’Italia lontana dai pericoli della crisi economica.

Il buon Giulio non si è smentito nemmeno all’Ecofin di oggi, ribadendo che «L’Italia ha una posizione solida e non e’ un problema, ma parte della soluzione.» Mi verrebbe da dire, “Quale soluzione?”. L’Italia si consola nel vedere Paesi come Grecia e Irlanda in pesanti difficoltà, per non parlare del Portogallo, ma non è che la sua situazione possa definirsi tranquillizzante. L’Italia è un Paese con un debito pubblico gigantesco, con una crescita economica piatta e con un mercato del lavoro sostanzialmente fermo, con un tasso di occupazione disastroso. Cosa c’è di positivo in tutto ciò? Senza un cambio di rotta, i prossimi a vivere una situazione di crisi saremo noi, sarà il nostro Belpaese.

La verità non viene certamente da una riunione di ministri dell’Economia. La realtà, dura e spietata, è fuori, è nel Paese, nelle nostre città, tra i cittadini. La crisi politica che stiamo vivendo non fa altro che accentuare una situazione già precaria e difficile. A pensar male, tra l’altro, si potrebbe pensare che questo incaglio politico sia stato creato ad arte proprio per da un lato distrarre gli Italiani dalla crisi economica, dall’altro lato per crearsi un facile alibi per evitare l’onta di una responsabilità politica che è sotto gli occhi di tutti. E non è una responsabilità solo dell’attuale maggioranza, ma di tutta la classe politica italiana: è tutto il sistema che si sta perdendo in chiacchere da bar, piuttosto che affrontare la realtà e, possibilmente, migliorarla. Economia e Politica vanno a braccetto e se affonda la prima, affonda anche la seconda e tutti noi con esse.

A luglio debito pubblico alle stelle (1.838,296 miliardi di euro)

Il debito pubblico italiano è salito nel mese di luglio a 1.838,296 miliardi di euro dopo che a giugno aveva raggiunto 1.822,050 miliardi di euro. Lo rende noto la Banca d’Italia: è il valore più alto di sempre. Il debito pubblico italiano a luglio 2010 è cresciuto del 4,7% rispetto allo stesso mese del 2009 e del 4,3% rispetto a 1.761,229 miliardi di euro con i quali si era chiuso il 2009.

Il debito a luglio è salito nei confronti del mese precedente dello 0,8% e rispetto a maggio, mese nel quale era stato registrato il precedente record assoluto a 1.827,181 miliardi, dello 0,6%.

Occorre evidenziare che il debito calcolato dalla Banca d’Italia è quello in valore assoluto, e non in rapporto al prodotto interno lordo. E’ quest’ultimo il valore che interessa invece il Patto di stabilità europeo. Il debito pubblico italiano a luglio 2010 e’ cresciuto del 4,7% rispetto a luglio 2009 e del 4,3% rispetto a 1.761,229 miliardi di euro con i quali si era chiuso il 2009.

Entrate fiscali in calo nei primi 7 mesi
Le entrate tributarie nei primi sette mesi dell’anno sono state pari a 210,374 miliardi di euro, 7,411 miliardi miliardi in meno rispetto al periodo gennaio-luglio del 2009, quando sono arrivate a 217,785 miliardi. In termini percentuali la riduzione e’ del 3,4%. Lo rileva la Banca d’Italia nel supplemento del bollettino statistico sulla finanza pubblica. A luglio le entrate sono state pari a 36,225 miliardi di euro contro i 37,905 dello stesso mese del 2009, registrando una riduzione di 1,680 miliardi (-4,4%).

Istat, salgono retribuzioni:+3,4%
Le retribuzioni di fatto sono cresciute nel secondo trimestre del 2010 del 3,4% sul corrispondente periodo del 2009, e dello 0,5% (dato destagionalizzato) sul trimestre precedente. Lo comunica l’Istat, ricordando che, nel secondo trimestre di quest’anno il tasso d’inflazione Nic su base annua è stato pari all’1,5%. Per gli indici grezzi, il tasso di crescita tendenziale delle retribuzioni è risultato “del 4,6% nell’industria e del 2,5% nei servizi”. All’interno del settore industriale le retribuzioni “hanno segnato l’incremento tendenziale più marcato nel settore dell’attività manifatturiera (+5,1%). All’interno del terziario, la crescita tendenziale delle retribuzioni più elevata ha riguardato il settore delle attivita’ dei servizi di alloggio e ristorazione (+4,2%).

fonte: TGcom

Qui continuano a dire che l’economia italiana è in ripresa, ma l’unica cosa che continua inesorabilmente a salire è il debito pubblico. Stavo cercando di immaginare l’ammontare di ricchezza pari a 1.838,296 miliardi di euro, ma sinceramente non ci riesco, altro che jackpot del superenalotto. Ma se abbiano tutti questi debiti, qualcuno vanterà dei crediti su di noi e sarebbe bello indagare a fondo sulla vicenda…