Ridiamo, finché Draghi ce lo permette

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A tutt’oggi l’economia europea è drogata dal Quantitative Easing della BCE. Questo è lampante. Ma cosa accadrebbe se Mario Draghi (o il suo sostituto) interrompessero il programma di acquisto di titoli di Stato? Partiamo dal presupposto che il QE non può essere eterno, deve avere una fine (si spera quando l’economia reale fosse ripartita adeguatamente). Finora il Quantitative Easing ha sostanzialmente livellato le economie europee, non permettendo alla speculazione di approfittare dei gap che esistono fra di esse. Le differenze fra i Paesi sono rimaste, ma sono state narcotizzate, praticamente.

Stessa moneta ma economie molto eterogenee creano, di fatto, terreno fertile alla speculazione. Che viene spesso bollata come negativa, “perfida”, ma in realtà rappresenta il modo più evidente di rappresentare la voglia di guadagnare degli investitori, perché tutti investono per guadagnare, poco o tanto che sia. Draghi, finora, ha reso più difficile il lavoro degli speculatori, ma è solo questione di tempo. In Europa, specialmente dalla Germania, si sono elevate diverse voci preoccupate, sia per l’operato di Draghi, sia per la caduta del governo Renzi che veniva visto come “modernizzatore” del Paese.

Morale della favola: il tempo è un fattore che ci gioca contro, in tutti i sensi. La cronica lentezza della crescita economica italiana, il debito pubblico debordante e sempre crescente, una classe politica poco preparata e capace per affrontare le sfide del Paese, creano un mix letale, soprattutto se si considera che il tutto è condito da un Euro inadatto alla nostra economia, di fatto importato dall’Europa. Mi auguro che il futuro del Paese sia roseo, ma non ne sono così sicuro. Nel frattempo, comunque, io rido. Con Draghi.

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Draghi e il sotto utilizzo dei giovani

Il governatore della BCE Mario Draghi è probabilmente uno dei pochi che sta facendo il possibile e l’impossibile per salvare l’Europa e l’Euro. Effettivamente sulla moneta unica ha qualche interesse, ma rispetto ad un potere politico decisamente inadatto e incapace a trovare la via d’uscita, il governatore Draghi ha sicuramente svolto una funzione attiva nel processo che sta cercando di portare il Vecchio Continente al di fuori delle sabbie mobili della crisi.

Oggi, però, Draghi ha toccato il tasto dell’occupazione in Italia, specialmente dell’occupazione giovanile. È evidente, infatti, come un Paese che non consenta ai propri giovani di lavorare sia un Paese che non scommette sul proprio futuro. Draghi ha commentato: «Il sotto utilizzo dei giovani riduce la crescita ed è uno spreco che non possiamo permetterci». Questa frase sembra tratta dal Vangelo del buon economista e non credo possa essere criticata. Il punto e/o problema è che si indica il sintomo, ma si cerca di nascondere la causa. La causa vera, infatti, è una politica del lavoro che in Italia ha portato ad una situazione di empasse totale, per cui un giovane su 3 non lavora e quelli che lavorano sono in maggioranza bloccati nel limbo della precarietà, fatta di contratti a tempo determinato, a progetto, Partite Iva…
Ed infatti, ecco che Mario Draghi aggiunge:

«Non si può accettare l’idea che un’intera generazione di giovani debba considerare di essere nata in anni sbagliati e debba subire come fatto ineluttabile il suo stato di precarietà occupazionale». Nella Ue, tra il 2007 e il 2011, il tasso di disoccupazione è aumentato di 5,8 punti percentuali nella classe di età 15-24, di 3,5 punti nella classe 25-34 e di 1,8 punti nella classe 35-64»

Io da precario mi sento nato in un momento sbagliato, caro Draghi. La crisi non l’ho creata io (ci mancherebbe pure questo…) e nemmeno la mia generazione. Ma il danno maggiore viene inevitabilmente scaricato su di noi, non sui veri responsabili. Insomma, è bello dire che non è una giusta situazione, ma questo non basta a risollevare il morale e a rilanciare l’economia. Hai già fatto tanto, caro Draghi, ma c’è sempre quel filo che lega BCE e Germania che non mi garba tantissimo. Talvolta quel filo diventa un guinzaglio e questo contribuisce e, soprattutto, ha contribuito a portare la situazione fino a questo punto. Perché, sarà un caso, in un contesto europeo in piena crisi, recessione e aumento della disoccupazione, la Germania sperimenta crescita economica, bassa disoccupazione (anche giovanile) con i salari più alti a livello europeo.

Dunque, caro governatore della BCE, aiuti l’Europa per aiutare i giovani, oppure viceversa. L’importante è che qualcosa si muova, perché altrimenti la crisi greca sarà una sciocchezza rispetto a quello a cui andremo incontro.

Non si vuole dimettere

Quando ho visto Berlusconi lamentarsi per le mancate dimissioni di Lorenzo Bini Smaghi dal Comitato Esecutivo della BCE mi sono cadute le braccia. Cioè, lui che resta attaccato a Palazzo Grazioli come una cozza allo scoglio, proprio lui viene a reclamare le dimissioni dell’economista italiano? E c’è di più: il premier ha colto la palla al balzo per affibiare a Bini Smaghi la colpa della ridicolizzazione del Paese Italia in ambito internazionale, culminato con la risatina in diretta planetaria del presidente francese Sarkozy rivolto verso la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Per dovere di cronaca, Lorenzo Bini Smaghi è membro del Comitato Esecutivo della BCE (se la memoria non mi inganna) dal 2005. Ora il mandato dura 8 anni e non è rinnovabile. In sostanza, scaduto il suo mandato lo sostituirà sicuramente un francese dato che con la fine dell’era Trichet i galletti hanno perso un rappresentante nella Banca Centrale Europea. La stessa cosa accadrà, tanto per intenderci, quando scadrà il mandato di Mario Draghi: in quel momento l’Italia perderà un membro e dovrà attendere prima di rientrare. E perché Bini Smaghi non si dimette? Semplicemente perché NON DEVE! Per quale motivo dovrebbe farlo? La BCE stabilisce che un membro del Comitato Esecutivo può essere rimosso dal proprio incarico solo nei casi di incapacità ad assolvere i propri compiti oppure in caso di colpa grave. Non mi sembra che si possa dire che Bini Smaghi non sia in grado di assolvere ai propri compiti e nemmeno che si sia macchiato di colpa grave. Dunque, perché dovrebbe dimettersi?

Ricordo a Silvio Berlusconi che Bini Smaghi non si è reso protagonista di gaffes in incontri internazionali, non mi risulta sia indagato per diversi reati (tra cui favoreggiamento della prostituzione minorile, corruzione in atti giudiziari, ecc.) e non ha nemmeno definito la cancelliera Angela Merkel “Culona Inchiavabile“. Chi danneggia l’immagine dell’Italia? Ho le idee un po’ confuse… Silvio, aiutami a capire…

Radio Londra – Le Balle della Crisi

Giuliano Ferrara è un ottimo giornalista e scrittore, ma di economia (a mio avviso) non capisce nulla, per non parlare della politica, poi, lui che è diventato famoso per aver cambiato idea una miriade di volte. Nella puntata di ieri del suo “Radio Londra” si è scagliato contro le balle della crisi, della recente crisi finanziaria dei debiti sovrani.
Secondo il Giulianone nazionale, infatti, la colpa della crisi non è da attribuirsi al dissesto finanziario della Grecia, oppure al pachidermico debito pubblico italiano. No, se la crisi c’è è colpa della BCE. Per una serie di motivi:

  • La BCE si è intromessa nella politica nazionale italiana. Questo Ferrara non lo dice ma è il motivo scatenante di questo suo intervento televisivo;
  • La BCE non presta abbastanza soldi e non garantisce il circuito della liquidità. Questo può anche essere vero, ma non bisogna dimenticare che la BCE ci ha dato una grossa mano ad agosto, placando la vendita di titoli di Stato italiani e facendoci risparmiare un bel po’ di quattrini. Ovviamente, si è trattato di una soluzione una tantum che non risolve il problema alla radice, lo sposta nel tempo. La vera soluzione è solo e solamente una soluzione interna, di politica interna.
  • La BCE è troppo attenta all’inflazione, vista come unico spettro da evitare. Questo è vero, ma Giuliano Ferrara dimentica di ricordare che l’attenzione della BCE sulle spinte inflazionistiche è una regola addirittura fissata nello statuto della BCE. Fu la Germania a pretendere che si sancisse nero su bianco la politica e l’indirizzo principale della BCE, per evitare che altri Paesi più indebitati potessero utilizzare la leva inflazionistica per risolvere i propri errori di malgoverno.

Insomma, nel suo spazio abusivo nella tv di Stato, Giuliano Ferrara ha difeso per l’ennesima volta la politica nazionale e il governo di centro-destra, rovesciando i problemi su altri. Chi sta col premier è infallibile, è questo il messaggio di fondo. Ma il bello è che quando lui lo dice si contraddice immediatamente. Spero che questo scempio televisivo non duri a lungo. Se Annozero era fazioso, Radio Londra che cos’è?

Governo: obiettivo aumento dell’IVA (22%)

La manovra economica del governo è un tale casino che nemmeno loro saranno realmente cosa contiene e quale impatto dovrebbe avere sui conti pubblici dello Stato e sull’economia reale. Solo attorno ad un unico punto sembra che si stia diradando la nebbia della confusione: l’aumento dell’IVA. Questo, infatti, sembra essere il vero obiettivo dell’esecutivo, fin dall’inizio del discorso “manovra economica”. E’ un provvedimento facile da attuare (basta modificare un’aliquota), è un’imposta che, tutto sommato, non viene molto percepita dai consumatori e colpisce praticamente tutti, ovviamente tutti quelli che non hanno possibilità di scaricarla.

Su questa strada, però, c’è stato subito il veto di Giulio Tremonti, contrario all’idea dell’aumento dell’aliquota IVA, poiché per il ministro dell’Economia era doveroso puntare ad altre soluzioni (leggasi “contributo di solidarietà” e, probabilmente, “tassa patrimoniale“), potendosi così giocare la carta dell’aumento dell’IVA come ultima spiaggia, la carta da giocare nel momento del bisogno e quando ci si fosse trovati spalle al muro. Il punto è che per realizzare questo ci stiamo mettendo da soli spalle al muro. Da quando la BCE ha deciso di aiutare i nostri titoli di Stato sotto pressione acquistandoli in massa sul mercato secondario, la nostra classe politica ha cominciato a metter su confusione, a proporre emendamenti correttivi alla manovra prontamente stralciati e abbandonati, cancellando buona parte, se non tutto, dell’impianto iniziale della manovra, dichiarando che l’unica condizione necessaria fosse che i saldi della nuova manovra fossero identici a quella di partenza. Ma qui nessuno parla di cifre concrete, nessuno porta studi e analisi a sostegno delle proprie proposte. E’ tutto un minestrone da cui non si capisce più nulla e immagino che l’intento sia proprio quello. E intanto lo spread Btp-Bund continua a salire: ha superato ampiamente quota 300 punti, denotando come la protezione della Banca Centrale Europea stia via via scemando, come la credibilità del nostro Paese all’interno dell’Unione Europea.

Il punto è che stanno giocando col fuoco, ma il bello è che qualora si bruciassero saremmo noi a pagarne le conseguenze. Non hanno il coraggio di proporre l’aumento dell’IVA, perché sarebbe impopolare e decisamente recessivo per la nostra economia, molto debole specialmente nella domanda interna. Almeno che si sbrighino se lo vogliono fare, quantomeno ci togliamo il dente e, forse, il dolore. Si parla addirittura di una soluzione tampone di 3 mesi con aliquota massima dell’IVA portata al 22%. Il prossimo passo sarà approvarlo e poi dimenticarsi dei 3 mesi…
Potevamo approvare la manovra suggeritaci dall’Europa e tranquillizzare i mercati, nazionali ed europei; invece non riusciamo a trovare il bandolo della matassa, si taglia per non tagliare e si continua a sprecare, tempo e denaro.

Spiazza Affari

Non c’è niente da fare, le Borse non vogliono proprio superare il momento di crisi e continua l’inesorabile caduta libera dei listini mondiali. Quest’oggi avevano cominciato male i listini asiatici: la Borsa di Tokyo chiude la seduta in calo del 2,18%, scontando il downgrade del rating Usa deciso da Standard & Poor’s: l’indice Nikkei si attesta a 9.097,56, con una perdita secca di 202,32 punti; l’indice Composite della borsa cinese ha terminato le contrattazioni a -3,79%, finendo a 2.526,82 punti. Hong Kong -2,17%, grazie ad un recupero finale.

L’Europa, invece, aveva aperto in modo disomogeneo. Molto bene Spagna e Italia (grazie all’intervento della BCE), male il resto, guidato dal DAX tedesco decisamente rosso. Le chiusure, però, sono state tutte decisamente negative: gli indici della borsa milanese hanno terminato le contrattazioni in calo di oltre due punti percentuali allineandosi al resto d’europa, con le piazze finanziarie che hanno accusato forti ribassi a causa della debacle di Wall Street. Il Ftse mib ha terminato le contrattazioni in calo del 2,43% a 15.639 punti, Ftse all share -1,68%, Ftse star -3,75%. Giornata in picchiata per la Borsa di Atene che ha chiuso a -6% con l’indice guida Athex sotto la soglia psicologica dei 1.000 punti a 998,24.Va a picco anche Mosca, trascinata al ribasso dal downgrade degli Stati Uniti e dal calo del prezzo del petrolio. L’indice RTS ha chiuso in calo del 7,84% a 1.657,77 punti.

L’indice tedesco DAX ha chiuso il lunedì nero con una performance negativa di -5,02% a 5.923,27 punti, il CAC40 di Parigi a -4,68% a 3.125,19 punti, mentre la borsa di Londra ha chiuso a -3,39%. Insomma, la giornata è stata nerissima per tutti e noi siamo riusciti a limitare i danni grazie all’avvio spint che ci ha dato un notevole vantaggio rispetto agli altri listini europei. Dio solo sa cosa sarebbe successo se la Banca Centrale Europea non avesse deciso di iniettare nuova liquidità sul mercato acquistando titoli di Stato italiani e spagnoli. È stato come tentare di spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua, del tutto inutile. La speculazione si sposta dalla periferia verso il centro, è un virus che non si sconfigge salvando prima l’uno poi l’altro. Manca credibilità all’Euro e a tutta la politica dell’Europa intera.

Per quanto riguarda Piazza Affari, direi che nemmeno gli interventi straordinari della BCE sono in grado di dare una scossa rialzista al mercato. C’è tanta voglia di vendere e si continua a sprofondare. Qualcuno già ipotizza un FTSE Mib che potrebbe arrivare fino a 13.500 punti prima di invertire la tendenza. Dagli Stati Uniti si parla di una possibile nuova crisi, dagli effetti tremendamente superiori a quella del 2008. Mi auguro che tutto ciò non corrisponda al vero, ma sinceramente comincio ad essere un pochino preoccupato, seriamente preoccupato.

Trichet statte zitto!

Jean-Claude Trichet dovrebbe stare zitto. Può darsi che un brillante economista, ma quando parla ha un effetto disastroso sui mercati azionari mondiali, è in grado di trasformare una giornata brillante in una corsa al ribasso e alle vendite, solo pronunciando qualche parola e/o rispondendo in maniera poco chiara alle domande incalzanti dei giornalisti europei che, a fine conferenza, gli pongono le solite domande di rito.

Il nocciolo del problema risiede nella vaghezza delle sue parole, ma troppo precise e decise per convincere i mercati che ci sono segnali di ripresa e che si vuole puntare all’uscita da questa crisi che, detto francamente, ha rotto le palle. Trichet non può sempre dire che si mantengono i tassi di interesse bassi e che si persegue la solita stabilità dei prezzi. La stabilità dei prezzi è una zavorra che, in questo momento, comporta la staticità della crescita economica, una scialba piattezza che non risolve nulla e che alimenta solamente l’agonia dell’economia globale.

Per fortuna che le conferenze di Trichet non durano a lungo, altrimenti i danni economici sarebbero irreparabili. Un consiglio concreto: disertare le conferenze, per il bene di tutti.

Tassi all’1%, la BCE taglia di nuovo il costo del denaro

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Oggi, il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea ha deciso un ulteriore taglio dei tassi, precisamente di 25 punti base per quanto riguarda le operazioni di rifinanziamento principali (portandolo all’1%) e di 50 punti base per quanto concerne le operazioni di rifinanziamento marginale (0.75%).  Si tratta del livello minimo fatto registrare dalla BCE, un’operazione con cui si è voluto dare un segnale forte di stimolo e rilancio per l’economia reale, ancora fortemente impantanata nella crisi economica più grave che la Storia abbia mai conosciuto. Il presidente della BCE Jean-Claude Trichet ha lasciato intendere che tale livello raggiunto sia appropriato per l’economia, ma non esclude che si possa ulteriormente tagliare i tassi di interesse, qualora il mercato necessitasse di ulteriori impulsi.
Inoltre, è stato allungato il tempo di finanziamento per le banche dell’Eurozona, passato da 6 mesi a 12 mesi. Soprattutto, si parla di liquidità illimitata per le banche e mi auguro che questo provvedimento possa essere un forte stimolo per le banche stesse e, quindi, per l’economia.

Personalmente, da piccolo economista (non sono come il ministro Brunetta, nee!), sono sempre scettico per queste continue manovre di politica monetaria fatte dalla BCE. La storia insegna che l’efficacia di tali manovre dipende, in maniera cruciale, dalla capacità della Banca centrale di “spiazzare” gli operatori, sorprendendo il mercato. Finora, però, la BCE ha sostanzialmente fatto quello che il mercato si aspettava che facesse, tranne qualche rara eccezione riguardo alla forza di alcune decisioni. Inoltre, resta sempre da considerare il rischio inflazione, poiché la recessione economica ora erode letteralmente l’inflazione potenzialmente scaturente da queste manovre monetarie, ma nel momento della ripresa (2010, sperem…) potremmo assistere ad una fiammata inflazionistica molto forte e, potenzialmente, molto pesante sulla nostra economia ancora ferita. In questi casi, molto meglio tenersi un po’ più la recessione e lasciare che l’economia corregga autonomamente e liberamente il proprio trend ribassista… ma ovviamente, spero tanto di sbagliarmi, veramente.

Se le banche non possono fallire, perché possono essere private?


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Si sostiene, a mio avviso giustamente, che le banche non possano e non debbano fallire. Infatti, se ciò accadesse, il default di un istituto bancario determinerebbe un effetto epidemico della crisi su altre banche che finirebbe col comportare il collasso dell’intero sistema. Sostanzialmente, gli errori o le malefatte di una banca potrebbero compromettere la salute e la credibilità di altri istituti magari incolpevoli. Dal punto di vista sociologico è importante mantenere la stabilità del sistema bancario per non compromettere la fiducia dei risparmiatori.
Il problema, però, si pone dal punto di vista economico, perché l’attività bancaria è un’attività che genera alti profitti e non dovrebbe essere a rischio zero. Se l’attività bancaria determina alti profitti a costo zero, perché si permette che le banche siano private? Le banche fanno profitti dal nulla, prestano soldi non loro e che non hanno alcuna copertura ricavando utili considerevoli. Le parole chiave sono “signoraggio” e “riserva frazionaria”.
Il signoraggio è, letteralmente, il profitto del signore. Misura l’insieme dei redditi da emissione di moneta. Sostanzialmente rappresenta la differenza tra valore nominale (o facciale) della moneta e valore intrinseco. Ad esempio, la banca centrale di emissione emette moneta ad un valore facciale che non corrisponde al suo valore intrinseco e che nemmeno ha un controvalore reale in oro. E’ chiaro, quindi, che l’attività di emissione di moneta è un’attività ad alta profittabilità e che, ragionevolmente, tale attività non andrebbe ceduta a privati. Ed invece funziona proprio così. La banca centrale crea moneta e la presta. Quest’attività genera proventi ingenti che, però, non vengono redistribuiti tra la collettività, ma finiscono a privati. Ad esempio, il capitale della BCE è sottoscritto dalle diverse banche centrali, in parte appartenenti all’area Euro e in parte no. Vi è anche la Banca d’Italia tra i sottoscrittori, banca che non è pubblica, ma è una SpA sostanzialmente in mano a banche private e commerciali.
Si ritorna, quindi, alle banche private che non possono fallire. Queste banche incassano profitti enormi, si cuccano pure una parte del signoraggio della BCE e tutto ciò in un clima di totale sicurezza, perché alle prime difficoltà sanno che lo Stato spunterà a togliere le castagne dal fuoco. Le difficoltà nascono dal fatto che il tutto il sistema è sorretto dal debito, le banche prestano ciò che non hanno e questo dipende dal concetto di riserva frazionaria, ossia la quota di depositi che una banca deve detenere a scopo prudenziale. Se la riserva fosse pari al 100% il sistema sarebbe meno efficiente ma più stabile e sicuro. Il bisogno di maggiori quantità di moneta ha rotto questo equilibrio, portando a riserve “frazionarie” via via sempre minori per moltiplicare le possibilità del credito.
Bisogna notare anche come le banche detentrici di quote di Bankitalia possiedono una fetta di uno dei propri controllori. In un mondo in cui la Consob dorme sogni profondi, controllare anche la Banca d’Italia significa raggirare ogni possibile controllo sul mondo bancario. Nessun controllo e guadagni facili. Non sembra esserci situazione migliore, per loro. E se si pensa che i loro profitti astronomici sono fatti sulla nostra pelle…
Ha senso, quindi, avere banche private che non possono fallire? Se davvero il fallimento bancario è da scongiurare con ogni mezzo, allora facciamo in modo che le banche siano pubbliche. Se non si vuole nazionalizzare le banche, allora si lascino fallire quelle marce, salvaguardando quelle oneste.