Le proteste contro Donald Trump

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Ieri Donald Trump è diventato ufficialmente il presidente degli Stati Uniti d’America. Non cennano a placarsi le polemiche e le proteste per la sua elezione, per il modo in cui il tycoon si è comportato durante la lunga campagna elettorale, in cui ha denigrato tutto e tutti, è stato misogino e xenofobo/razzista.

Sinceramente, però, non capisco perché la gente protesti contro Trump. Le proteste, al massimo, andrebbero indirizzate verso chi ha permesso a Donald Trump di finire alla Casa Bianca. Escludendo le questioni legate agli hackeraggi russi, Trump ha regolarmente vinto le elezioni contro Hillary Clinton; ha preso meno voti popolari della contendente, ma grazie alla legge elettorale americana è riuscito comunque a prevalere, quindi c’è poco da protestare. Tra l’altro, prima di alimentare il fuoco delle proteste attenderei di vederlo all’opera. Su Barack Obama, infatti, le attese erano diametralmente opposte rispetto a Trump, ma a conti fatti il doppio mandato di Obama è stato un sostanziale flop. Donald Trump, sotto questo aspetto, può essere una sorpresa positiva, basterebbe che non facesse parte delle idiozie che ha proclamato in campagna elettorale. Intanto ha cominciato col il percorso verso la cancellazione dell’Obamacare… #AmericaFirst

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Obama, figlio di Putin

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Barack Obama chiude il mandato presidenziale col botto, espellendo 35 diplomatici russi dagli USA per interferenze della Russia, tramite hacker, alle elezioni presidenziali del novembre scorso. Gli attacchi hanno avuto come bersaglio il Partito Democratico, uscito con le ossa rotte dalla tornata elettorale (Hillary Clinton sconfitta pur avendo vinto nel voto popolare).

Può darsi che l’amministrazione Obama abbia avuto ragione, può darsi che effettivamente degli hacker russi abbiamo attaccato database del Partito Democratico acquisendo informazioni, mail, contatti che possono aver arrecato un danno allo stesso alle elezioni. Ok, ma dove sono le prove? E dove sono le prove che collegano gli hacker russi al governo russo? Lungi da me voler apparire filo-russo o filo-Putin, ma la vicenda ha un nonsoché di ridicolo, sembra la reazione di un bambino che si vede sfilare dalle mani il giochino preferito. Inoltre, voglio ricordare, che a Barack Obama hanno assegnato il premio Nobel per la Pace; il premio Nobel più guerrafondaio che la Storia ricordi. E anche oggi, al tramonto del suo mandato politico, a una manciata di giorni dalla sua destituzione politica, ecco che non perde l’occasione per provare ad incrinare i rapporti con la Russia di Putin, dopo che negli ultimi anni ha utilizzato tutto il suo peso diplomatico per assegnare sanzioni alla Russia.

Fortunatamente Vladimir Putin si è dimostrato superiore e ha risposto di fioretto alla sciabolata di Obama. Non solo annuncia che non saranno espulsi diplomatici americani, ma aggiunge gli auguri per il neo eletto Donald Trump, augurandosi che «i nostri due Paesi, agendo in chiave costruttiva e pragmatica, sappiano ripristinare i meccanismi di cooperazione bilaterali in vari campi e portare a un livello qualitativamente nuovo l’interazione nell’arena internazionale». Insomma, l’ha fatto nero. La sconfitta della Clinton può darsi, seriamente, che sia una manna per il pianeta. Può darsi che il guerrafondaio Trump si dimostri più pacifista del suo predecessore. Preferisco un agnello vestito da lupo che un lupo vestito da agnello, sempre.

Vola Piazza Affari: FTSE Mib +4,24%

Oggi Piazza Affari ha vissuto, finalmente, una giornata decisamente positiva. L’indice Ftse Mib della Borsa italiana ha chiuso a quota 14.645,96 punti con una netta variazione positiva di +4,24%. Quest’oggi, fortunatamente, non ci sono stati timori sul debito pubblico italiano e nemmeno sulla solidità dell’Euro. Oggi non c’era Angela Merkel o FMI che potesse scalfire la voglia di rialzo di Piazza Affari. Dopo 3 sedute pesantemente negative c’era quasi la necessità di una scossa al rialzo, la necessità di scrollarsi di dosso tutte le negatività e le paure dei giorni scorsi.

In generale, comunque, è tutta l’Europa ad aver viaggiato ampiamente in territorio positivo. Germania e Francia hanno chiuso entrambe la seduta in territorio ampiamente positivo, ribaltando completamente il mood dei giorni scorsi che vedeva, specialmente il DAX di Francoforte, molto appesantito e in balìa dei mercati internazionali. Avevano comunque trainato la volata delle borse europee le piazze asiatiche, con l’indice giapponese Nikkei a +2%. Dagli Stati Uniti, invece, giungono voci di un piano Obama per il rilancio dell’economia, specialmente sul fronte occupazionale, fronte che ha visto gli USA e lo stesso Obama sotto pressione.

Insomma, questo mix di voci (senza dimenticare il fatto che, al di là della bontà, finalmente è stata presentata una manovra economica pressoché definitiva dal governo italiano) ha acceso quell’entusiasmo che tanto fa bene ai mercati e, soprattutto, agli operatori di borsa, usciti con le ossa rotte da un agosto tragico e ancora duramente colpiti in questo inizio di settembre. Speriamo in bene, anche se normalmente l’autunno è una stagione borsistiche contraddistinta da alta volatilità, con le acque che normalmente si calmano nei mesi invernali.

USA, evitato il default

WASHINGTON -Abbiamo un accordo. Eviteremo il default. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato nella notte la fine dei negoziati tra democratici e repubblicani sull’aumento del tetto del debito e tagli alle spese, in quanto un testo comune è stato finalmente concordato. Il piano taglierà almeno 2.200 miliardi nella spesa federale in dieci anni, prevede l’aumento del tetto in tre fasi e un emendamento per un budget bilanciato.

Il default “avrebbe avuto un effetto devastante sulla nostra economia”, ha commentato Obama parlando dalla Casa Bianca. Ha quindi ringraziato i leader di entrambi gli schieramenti politici, già al lavoro per raccogliere voti. Al Congresso infatti il piano arriverà oggi, per dare tempo ai legislatori di valutare. Il piano è il frutto del compromesso tra le due parti. I repubblicani hanno accettato di assicurare al Tesoro la capacità di contrarre prestiti fino a dopo le elezioni del 2012, obiettivo chiave per Obama, che voleva evitare di riaprire l’argomento durante la campagna.

I democratici hanno ceduto invece sull’aumento delle tasse a carico dei cittadini più ricchi per ridurre il deficit. Più alti di quanto si auguravano saranno i tagli alle spese, troppo pochi per il Gop. La palla passa così al Congresso ma mancano i voti di Camera e Senato a una soluzione che sembra portare l’inconfondibile stampo dei Tea-Party che, ironicamente, potrebbero non appoggiarlo. L’accordo sarà votato in giornata in Congresso: il bilancio è a favore dei repubblicani, che sembrano aver ottenuto più di quanto volevano. Il voto è un test per lo speaker della Camera, John Boehner, che ha lottato per tenere sotto controllo la maggioranza repubblicana.

I mercati asiatici volano dopo l’annuncio dell’accordo raggiunto negli Stati Uniti per innalzare il tetto del debito ed evitare il default. Il Nikkei 225 di Tokyo guadagna l’1,84% arrivando a 10.013,90 punti; l’Hang Seng è a 22.783,33, in crescita dell’1,53%; il Kospi a 2.171,34 (+1,79%). Positivi anche gli indici di Australia, Nuova Zelanda e Cina, con lo Shanghai composite che guadagna lo 0,15% a 2.705,70. Attesa per l’apertura dei mercati europei, specialmente per la borsa di Milano che ha vissuto un luglio nerissimo, in parte dovuto alle tensioni sul debito americano.

Rai Giornale Radio

Al centro dell’attenzione, anche con una gaffe

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La gaffe di Berlusconi su Obama

Silvo Berlusconi non ama vedere che non si parla di lui. Lui vuole le prime pagine dei giornali e dei telegionali, vuole essere sulla bocca di tutti, vuole essere sempre al centro dell’attenzione, nel bene o nel male. In un mondo che stava dedicando a Barack Obama, neo presidente eletto degli Stati Uniti d’America, i titoli di prima pagina delle più importanti testate giornalistiche e dei principali telegiornali, il nostro premier non ha resistito dalla voglia di vomitare una spiacevole battuta per far parlare di sè. In realtà c’aveva provato anche subito dopo la vittoria di Obama, dichiarando che avrebbe dato consigli al neo presidente. Ora, questa era una battutina sottile e leggera, molto da interpretare. Certamente, però, Obama non ha molta meno esperienza politica di Berlusconi e, altresì, credo che Obama non abbia bisogno dei consigli del nostro premier. Dato che questa battutina non aveva prodotto nulla, Berlusconi ha pensato di calare l’asso con una battuta molto più esplicita e diretta, definendo Obama “giovane, bello e abbronzato”. Detta così è una stronzata colossale, nel senso che non è una battuta che fa ridere e non dimostra nemmeno tanto senso del’umorismo, punto a cui i suoi alleati si sono appellati. Fa ridere dire che un uomo di colore è abbronzato? No e non dimostra nemmeno uno spiccato senso del’umorismo a dirla tutta, certamente una scarsa fantasia. Ma non è che Silvio Berlusconi sia scemo, tutt’altro. Lui lo fa consapevolmente, dice queste cose sapendo che poi finirà sulla bocca di tutti e se ne rallegrerà. Ha pure aggiunto “Dio ci salvi dagli imbecilli“, tanto per mettere benzina sul fuoco della polemica da lui innescata.

Il punto è che da presidente del Consiglio in visita all’estero rappresenta tutto il Paese, quindi anche le parole vanno misurate per bene. Non può pretendere di dire tutto ciò che vuole, da premier è chiamato anche a rispettare alcuni vincoli istituzionali ben precisi, senza sfociare in gesti goliardici oppure in battutine da bar. Credo che, comunque, alla base di tutto, vi sia una certa invidia di Berlusconi nei confronti di Obama. Barack Obama è giovane e bello, come lui stesso ha detto, ma è pure alto e con i propri capelli in testa. Inoltre è amato da molti, per la sua spiccata “ars oratoria“, per il suo sorriso efficace, in generale per il suo aspetto limpido e trasparente, da bravo cittadino che, quel posto da presidente, se l’è guadagnato sul campo.
Credo che Berlusconi starà gongolando per la reazione dell’opposizione italiana, nonché per le reazioni del mondo intero. Ha raggiunto il suo obiettivo, far parlare di sé, anche se in un mondo poco onorevole. Probabilmente, sarà soddisfatto anche da questo mio post…

The American’s Rising: Obama president of the United States of America

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Bruce Springsteen – The Rising

Obama ce l’ha fatta. L’America, gli Stati Uniti d’America hanno voltato pagina segliendo il candidato democratico come prossimo inquilino della Casa Bianca. La vittoria è stata netta, quasi schiacciante. I Democratici avranno un grosso dominio anche per quanto concerne la Camera dei rappresentanti con oltre 250 seggi. Dopo 8 anni di governo Bush, l’America ed il mondo tutto si aspettano molto dal candidato democratico, nuovo presidente degli USA.
Barack Obama ha il difficile compito di traghettare il proprio Paese fuori dalle impetuose acque della crisi finanziaria e dalla recessione economica che l’ha colpito negli ultimi mesi, trainandosi dietro buona parte delle economie mondiali. Obama ha detto tante cose in campagna elettorale e non sarà facile per lui tramutarle tutte in fatti; se ci riuscirà, dimostrerà di essere un valido presidente e di meritarsi persino la ricandidatura, su questo non v’è dubbio.

Il premio Nobel per l’Economia, Paul Samuelson, sul Il Sole 24 Ore, parla dell’elezione di Barack Obama e della recente crisi finanziaria. Alla veneranda età di 93 anni, uno dei più grandi economisti di tutti i tempi è certamente favorevole al cambio di rotta della politica americana, anche se è preoccupato che la vittoria schiacciante impedisca quel minimo di ostruzionismo che è sinonimo di democrazia in quasiasi Paese. Sul fronte della crisi, segnala come il fallimento di Bear Stears era prevedibile, dato che quest’ultimo era l’intermediario principale dell’hedge fund LTCM, Long Term Capital Management, fondo hedge fallito una decina d’anni fa. Sul rilancio dell’economia auspica che le banche centrali, soprattutto la BCE, mettano da parte gli obiettivi sull’inflazione per concentrarsi maggiormente sulla cura della recessione, perché il male maggiore; sul disavanzo che si genererà per superare la crisi Samuelson non è troppo preoccupato e sostiene che i rischi di iperinflazione saranno assai ridotti.

Comunque vada, la missione di Martin Luther King ha trovato, finalmente, il suo lieto epilogo. Il sogno di uguaglianza del pastore statunitense ha trovato il pieno compimento nell’elezione di Barack Obama, primo presidente di colore degli USA. Questo è un forte segnale di integrazione, un segnale che dimostra come l’integrazione sia possibile quando è voluta da entrambe le parti, che dimostra che il colore non deve essere un discriminante in nessuna circostanza.

Per Schwarzenegger «Obama non ha abbastanza muscoli»


Schwarzenegger mostra i muscoli

John McCain deve trovarsi alla canna del gas. Altrimenti non si spiegherebbe l’asso nella manica chiamato “Arnold Schwarzenegger”. Questi, infatti, oltre ai soliti attacchi contro le politiche economiche del rivale democratico di McCain, ha pensato di utilizzare la prestanza fisica come pretesto per non votare Barack Obama. Ora, ovviamente credo che l’ex Terminator fosse altamente ironico, perché questa frase è un’arma a doppio taglio per l’ex eroe di guerra. John McCain è tutto fuorché prestante fisicamente. E’ basso e tozzo, e oltre a ciò è pure vecchio e gli anni che ha li porta pure male. Insomma, se volessi votare il candidato più forte, decisamente non voterei McCain. L’unica arma di McCain è il suo passato da soldato, credo in Vietnam, ma anche su questo punto ci sarebbe da eccepire, dato che la guerra in Vietnam non dovrebbe essere un vanto, soprattutto per un americano.

La verità è che Obama è decisamente superiore a McCain, praticamente sotto ogni punto di vista. Questo potrebbe essere un segnale di vittoria schiacciante per il candidato democratico, ma si sa quanto il popolo americano sia “eccentrico” nelle votazioni, spesso non predilige per il candidato migliore, bensì per quello più affabile; e in questo senso, non so quanto il popolo americano possa essere pronto ad avere un presidente di colore. A parole, certamente buona parte dell’elettorato sta dalla parte di Obama, ma poi al momento del voto molti indecisi potrebbero puntare verso il candidato repubblicano, candidato visto ancora più “normale”. Non credo che i repubblicani arriveranno a colpi bassi sul colore della pelle di Barack Obama, perché sarebbe, forse, esagerato. Però queste allusioni alla forza fisica del senatore dell’Illinois potrebbero essere solo uno spunto per andare oltre… chi lo sa…
In cuor mio, spero che il popolo americano cambi rotta rispetto al passato, dando un segnale forte contro gli 8 anni di mandato di George Bush. E’ il momento di cambiare, indipendentemente da quanto potrà dare e fare il candidato afroamericano del Partito Democratico. Non si possono sempre fare guerre per rilanciare l’economia, c’è bisogno di un periodo di tranquillità e di assenza di ostilità. Bush e il Partito Repubblicano non possono garantire questo…

I’ve got the Powell


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Manca poco all’Election Day del 4 novembre, ma Barack Obama sembra aver in pugno la vittoria sul rivale John McCain. I sondaggi danno il candidato democratico alla Casa Bianca nettamente in vantaggio sul rivale repubblicano e il suo vantaggio sembra aumentare continuamente. A maggior ragione, inoltre, quando a sostenere la candidatura a presidente di Barack Omaba si aggiunge, tra i tanti, pure l’ex capo di Stato maggiore e segretario di Stato repubblicano Colin Powell, c’è da credere che la vittoria sia solo una formalità per Obama. Ovviamente, date le elezioni passate, meglio non dare troppo retta ai sondaggi ed aspettare sempre l’esito delle votazioni, considerando poi il complicato meccanismo americano per l’assegnazione della vittoria finale. L’appoggio di Powell, comunque, oltre ad essere un segnale di forte sostegno verso il candidato democratico (e un’implicita critica e sconfitta per McCain), potrebbe anche rivelare movimenti sottobanco di potere, atti a costruire un governo bipartisan alla vittoria di Obama, nonché garantire una poltrona ai notabili ed importanti sostenitori (Powell compreso) di quello che potrebbe essere il primo presidente di colore degli Stati Uniti d’America.

Io sto dalla parte di Obama perché, a mio avviso, gli USA necessitano di un radicale cambio di rotta dopo il doppio mandato targato George W. Bush. Soprattutto sull’economia e sulla politica estera il presidente repubblicano ha combinato più pasticci che altro, per utilizzare un eufemismo. C’è bisogno di un volto nuovo, di un nuovo vento politico che sappia e che, soprattutto, voglia spazzare vie le nubi cupe che si addensano sui cieli della politica americana.