Il fabbisogno di capitale delle banche italiane

La Banca d’Italia ieri ha diffuso un comunicato con il quale fa chiarezza sulle cifre riguardanti gli aumenti di capitale richiesti agli istituti di credito italiani per rientrare nei parametri di stabilità finanziaria previsti.

Per quanto riguarda le misure per rafforzare la posizione patrimoniale delle banche, è richiesta, laddove necessario, la costituzione di un buffer di capitale temporaneo per far fronte al rischio sovrano date le attuali condizioni di mercato. Inoltre, la costituzione di buffer dovrà essere tale da portare, entro la fine di giugno 2012, il Core Tier 1 ratio (definito dal rapporto tra il capitale di qualità più elevata e le attività ponderate per il rischio) al 9%. La costituzione di tali buffer consentirà alle banche di resistere a una serie di shock mantenendo un’adeguata posizione patrimoniale.

Il fabbisogno effettivo di capitale per coprire il buffer sarà comunicato dall’EBA in novembre sulla base dei dati definitivi riferiti al 30 settembre del 2011. Alle banche sarà allora richiesto di inviare entro la fine del 2011 alle rispettive Autorità di Vigilanza nazionali piani con precise indicazioni sulle azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo di capitale. Tali piani dovranno essere approvati dalle Autorità di Vigilanza nazionali e discussi con l’EBA. Gli obiettivi dovranno essere conseguiti evitando un deleveraging eccessivo, al fine di contenere l’eventuale impatto negativo sull’economia reale. Per raggiungere l’obiettivo, ci si attende che le banche limitino la distribuzione di dividendi e di bonus.

Per l’Italia, l’esercizio dell’EBA è stato condotto sui primi cinque gruppi bancari (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e Unione di Banche Italiane): sulla base dei dati contabili riferiti a giugno 2011, ma tenendo conto delle variazioni di valore delle esposizioni verso gli emittenti sovrani registrate fino a settembre di quest’anno, per raggiungere un Core Tier 1 ratio del 9% sarebbero necessari complessivamente 14.771 milioni di euro. Questa quantificazione è basata su stime preliminari e va considerata soltanto indicativa del fabbisogno di capitale.

Le esigenze patrimoniali dovranno essere coperte da capitale della migliore qualità. Sarà anche possibile utilizzare strumenti di contingent capital (strumenti di debito convertibili in azioni) di nuova emissione sottoscritti da privati, se coerenti con i criteri severi e omogenei che saranno stabiliti dall’EBA.

Il Comunicato di Bankitalia

Milano a picco, banche italiane sotto attacco speculativo

Seconda peggior seduta dell’anno per Piazza Affari che, dopo lo scivolone dello scorso 21 febbraio (-3,59% a 22.230 punti) in piena crisi libica, ha ceduto oggi il 3,47%, portando l’indice di riferimento Ftse Mib a quota 19.049 punti a ridosso della soglia dei 19.000 punti. Dietro al ciclone di vendite, hanno indicato le sale operative, l’indebolimento della figura di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e persona chiave, secondo i mercati, per la tenuta dei conti dell’Italia, i cui titoli di stato hanno battuto un nuovo record negativo in quanto a divario con il Bund tedesco, salito oltre i 245 punti, con un tasso di rendimento al 5,25% per i titoli decennali, contro il 2,82% di quelli tedeschi. Tra scambi vivaci per 3,39 miliardi di euro di controvalore, hanno prevalso le vendite a partire dalle banche, ma alla fine il tracollo è stato totale. Un solo titolo non ha ceduto: Bulgari, mantenendosi poco sopra la parità

Le performance della Borsa di Milano sono totalmente decorrelate con il resto del mercato, palesando un attacco speculativo internazionale nei nostri confronti. I principali istituti bancari hanno vissuto l’ennesima giornata nera, con il titolo Unicredit a guidare la fila dei peggiori, segnando a fine giornata -7,85%. Ma è in buona compagnia: Banco Popolare (-6,46%), Bpm (-6,46%), Ubi (-5,84%) e Intesa Sanpaolo (-5,46%).
Le debolezze del nostro Paese si stanno palesando al mercato internazionale e stiamo offrendo il fianco a chi vuole approfittare delle difficoltà altrui per arricchirsi. Lo spread contro il Bund tedesco è salito vertiginosamente, ma lo spread è peggiorato persino contro la Spagna, un Paese che fino a qualche mese fa sembrava quasi morto. Lunedì c’è il rischio che riprendano ad affossarci, almeno fintantoché non usciranno i risultati degli stress test sulle banche europee, risultati che Mario Draghi ha già anticipato essere positivi per gli istituti di credito italiani, ma che non ci ha liberati dalla caduta libera dei listini nostrani.

Ciò che la politica monetaria NON può fare: stabilizzazione dei tassi di interesse

Continua da “Il ruolo della politica monetaria
La limitazione sorge dalla manca comprensione del rapporto tra moneta e tasso di interesse. Supponiamo che il Federal Reserve System si metta in moto per tenere basso il tasso di interesse. Come fa a realizzare ciò? Comprando titoli. In tal modo i prezzi di questi ultimi si alzano ed i rendimenti si riducono. Nel corso di questa operazione aumenta pure l’ammontare delle riserve a disposizione delle banche, quindi l’ammontare del credito bancario e, infine, il volume complessivo della moneta. Ecco perché i banchieri centrali, in particolare, e la comunità finanziaria, più in generale, credono di solito che un aumento nella quantità di moneta tende ad abbassare il tasso di interesse. Gli economisti accademici accettano le stesse conclusioni, ma per ragioni differenti. Essi pensano alla curva di preferenza per la liquidità inclinata in senso negativo. Come si può indurre il pubblico a tenere presso di sé una maggior quantità di moneta? Solo abbassando il tasso di interesse.
Fino ad un certo punto entrambi hanno ragione. L’impatto iniziale dell’aumento delle quantità di moneta ad un ritmo più rapido ha, come risultato, di rendere il tasso di interesse temporaneamente più basso di quanto non sarebbe stato altrimenti. Ma questo è solo il principio, e non la fine, del processo. Il più rapido tasso di incremento della crescita monetaria stimolerà la spesa, sia attraverso l’influenza del più basso tasso d’interesse sull’investimento, sia attraverso l’impatto sulle altre spese e perciò sui prezzi relativi delle scorte liquide, he sono più elevate di quanto non si desideri. Ma la spesa di una persona è il reddito di un’altra. Un reddito in aumento farà aumentare la preferenza per la liquidità e la domanda di prestiti: può anche far aumentare i prezzi, il che ridurrebbe la quantità reale di moneta. Questi tre effetti capovolgeranno abbastanza celermente, probabilmente in meno di un anno, l’iniziale pressione al ribasso sul tasso di interesse. Insieme tenderanno, dopo un intervallo di tempo un po’ più lungo, probabilmente di uno o due anni, a riportare il tasso di interesse al livello che questo avrebbe avuto altrimenti. In realtà, data la tendenza dell’economia a reagire per eccesso, è molto verosimile che quegli effetti facciano aumentare temporaneamente il tasso di interesse oltre quel livello, mettendo in modo un processo ciclico di aggiustamento.
Ancora più lontano si spingerà il quarto effetto, se e quando diventerà operante, e renderà definitivamente palese che ad un più elevato tasso di incremento dell’espansione monetaria corrisponderà un tasso di interesse più elevato, e non più basso di quello che sarebbe prevalso in altre condizioni. Supponiamo che il più elevato tasso di incremento dell’espansione monetaria produca un aumento dei prezzi e che il pubblico si convinca che i prezzi continueranno ad aumentare: i mutuatari saranno allora disposti a pagare e i mutuanti esigeranno tasso di interesse più elevati. Tale effetto dell’aspettativa di prezzi in aumento è lento a svilupparsi e lento a scomparire. Fisher aveva calcolato che ci volevano decine di anni per un pieno aggiustamento. […] Come fatto empirico, tasso di interesse bassi indicano che la politica monetaria è stata contenuta, nel senso che la quantità di moneta è cresciuta lentamente; tassi di interesse elevati indicano invece che la politica monetaria è stata generosa, nel senso che la quantità di moneta è aumentata rapidamente.
Paradossalmente, le autorità monetarie potrebbero assicurare tassi di interesse nominali bassi, ma per far ciò dovrebbero partire da una direzione che potrebbe sembrare quella opposta, e cioè dovrebbe cominciare ad impegnarsi in una politica monetaria deflazionistica. Analogamente esse potrebbero assicurare tassi di interesse nominali elevati attraverso una politica inflazionistica accettando un temporaneo movimento dei tassi di interesse in direzione opposta a quella desiderata. [buscar el ponente por el levante]

I bancari fanno colare a picco le Borse europee

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Ennesima giornata nera per i listini europei, trascinati al ribasso dai timori di una ripresa economica che sembra sempre più lontana, un’uscita dal tunnel che non si avvicina mai. Riporto qui sotto una breve sintesi della giornata odierna:

Giornata pesante per le Borse europee che non sono riuscite a trovare alcuno spunto per risalire la china, accelerando piuttosto al ribasso nel pomeriggio. Ad alimentare ulteriori vendite ha contribuito il deludente dato macro Usa sulla bilancia commerciale, il cui deficit si è allargato più del previsto. Anche in conseguenza di ciò gli indici a stelle e strisce finisco nel mirino dei ribassisti e in particolare il Nasdaq Composite che arretra di quasi tre punti.
Pesante anche l’intonazione dei listini del Vecchio Continente ceh vendono il Cac40 scendere del 2,59%, mentre il Ftse e il Dax30 arretrano rispettivament del 2,38% e del 2,1%.
La peggiore performance in Europa è quella di Piazza Affari dove l’indice Ftse Mib scivola ridosso di area 20.600, con un affondo del 3,03%.
Crollo verticale per Azimut che arriva a perdere oltre otto punti percentuali, ma i venditori si accaniscono anche su STM che arretra del 4,93%, sulla scia anche delle indicazioni negative di Jp Morgan.
Vendite diffuse sui bancari con Intesa Sanpaolo che lascia sul parterre il 5,72%, seguito da Banca Popolare di Milano eda Ubi banca che flettono del 4,87% e del 4,58%. In ribasso di oltre il 3,5% Banco Popolare, Monte Paschi e Mediobanca, insieme a Unicredit che scende del 3,46%.
Tra le blue chips che si difendono meglio troviamo Parmalat e Terna che limitano le perdite al di sotto dell’1%. In rosso del 2,08% Telecom Italia che dopo il rally di ieri presta il fianco alle prese di profitto, complice anche la mossa di Ubs che ha deciso di confermare il rating “buy” sul titolo, abbassando però il target price da 1,3 a 1,25 euro.

fonte: Trend-Online.com

Usciremo mai da questa crisi? Ovviamente la risposta è sì, ma da giovane attualmente disoccupato e accademicamente votato al settore finanziario non posso non essere preoccupato per questi dati che non promettono nulla di buono. I titoli crollano, le banche tagliano il personale e in generale le opportunità di lavoro non sembrano aumentare, specialmente per i giovani.

Banche in arresto a causa dei derivati

il_banco_vince_sempre.jpgNotizia fresca fresca di oggi, alcuni gruppi bancari (Deutsche Bank, JP Morgan, Depfa Bank e UBS) sono sotto inchiesta per via della vicenda connessa alla sottoscrizione di contratti derivati presso il Comune di Milano, contratti stipulati non seguendo le procedure corrette e, probabilmente, pure in modo truffaldino. La storia del raggiro è la medesima che si è sentita in passato, ad esempio in riferimento alla puntata di Report intitolata “Il Banco vince sempre”, oppure dal caso da me riportato sui “Comuni inderivati“. La base di partenza è sempre un debito, un’esposizione finanzaria, su cui gravano dei rischi di interesse; a questo punto entra in scena la banca che propone contratti derivati per la copertura da tali rischi. Il punto focale è che tali operazioni dovrebbero essere a costo zero, ovvero, nel caso di contratto swap, un debito a tasso variabile viene sostituito da uno a tasso fisso. Ergo, si elimina il rischio interesse per l’indebitato, che passa all’altra controparte; il vantaggio per quest’ultima risiede nel possibile riduzione dei tassi di interesse, ottenendo quindi uno spread positivo. Ovviamente, rimane sempre aperta la seconda strada che porta ad un aggravio dell’indebitamento e, dunque, a spread negativi per la controparte.

Purtroppo, però, il gioco raramente funziona così. Spesso, infatti, il valore delle prestazioni in entrata e in uscita non è uguale, ma nel contratto ciò non viene specificato. In sostanza, se Tizio propone a Caio la sottoscrizione di un contratto derivato swap in cui la posizione di Caio, all’inizio, è negativa per 100, ecco che Caio sottoscriverà il contratto solo se Tizio gli darà anche i 100 per coprire la posizione scoperta, altrimenti no.
Alle banche è anche addebitato un raggiro inerente i doveri di correttezza posti dalla legge inglese «Fsa» che loro avevano voluto regolasse i contratti con il comune di Milano, spingendo quindi il Comune a rinunciare a tutta una serie di clausole e condizioni contrattuali a suo favore.

A mio avviso, comunque, al di là di comportamenti truffaldini e disonesti da parte di alcune banche, bisogna sottolineare la leggerezza con cui i nostri comuni d’Italia tendono a gestire il denaro pubblico. Il mondo della finanza è un mondo complesso e non facile da analizzare, soprattutto senza basi teoriche e tecniche valide. Esistono i raggiri bancari, ma anche l’inaccuratezza dei nostri rappresentanti comunali, sempre pronti a scaricare sui posteri i loro debiti, menefregandosene delle conseguenze. Il caso del comune di Milano è solo uno degli innumerevoli casi presenti sulla nostra penisola. Questo caso apre uno spiraglio a favore dei Comuni, ma spero che questo non limiti l’attenzione alle sole banche, ma si focalizzi anche sui comportamenti della nostra classe dirigente e, possibilmente, condanni i comportamenti più negativi.

Io dico No al piano-casa

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Il piano-casa è sostanzialmente una bufala politica, uno slogan per coprire i reali problemi del Paese. E lo dico da elettore di centro-destra, quindi non muovo una critica prettamente politica da avversario. Sostengo la mia idea sulla base (almeno) di due aspetti economici: da un lato la ricchezza media delle famiglie italiane è nettamente indirizzata nell’abitazione di proprietà, ergo incrementare tale quota è economicamente inefficiente poiché si va nella direzione opposta alla diversificazione di portafoglio. Dall’altro lato, comunque, le famiglie italiane sono a corto di liquidità e potrebbero accedere al piano casa solo aumentando l’esposizione debitoria verso le banche, aggravando, se possibile, la situazione attuale già di per sè difficile.

Non si può chiedere ai cittadini di mettere in circolazione quei pochi risparmi che si ritrovano e chiedere loro di affrontare pure il sacrificio di un mutuo (magari pure a tasso variabile, dato il momento) per rilanciare l’economia. E’ lo Stato che deve rilanciare l’economia, immettendo nel sistema economico italiano più ricchezza, più liquidità per “oliare” il meccanismo della nostra economia. I cittadini, in special modo le fasce meno abbienti, già pagano i danni della crisi economica e finanziaria importata, non è giusto pretendere che siano loro stessi a determinare la ripartenza dell’economia e l’uscita dal tunnel della crisi.

Per non parlare, comunque, del problema della cementificazione del Paese, problema messo in evidenza dalla stessa Opposizione. Aumentare la cubatura delle case o, addirittura, costruire nuovi quartieri o nuove città per chi non ha la casa vuol dire rivestire il nostro territorio di cemento, rafforzando la tendenza di un aumento dell’urbanizzazione rispetto alla campagna, come mostrato dal V Rapporto sulla qualità delle aree metropolitane (> 5Mb). Tale dinamica è già preoccupante da sola, meglio non rafforzarla con provvedimenti di dubbia utilità pratica e di sicuro danno ambientale.

Salva la banca e il governo campa

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Il salvataggio delle banche

Facciamo il punto della situazione. L’attuale crisi finanziaria nasce dalle banche. Principalmente dalle banche d’affari americane, ma non solo. Le banche, nel complesso, sono le artefici della creazioni di questa attuale crisi finanziaria, crisi che sta abbattendo le fondamenta della finanza mondiale e che sta dando il largo ad una più pericolosa recessione economica, potenzialmente la più spaventosa e devastante che l’uomo abbia mai conosciuto.
Questa doverosa premessa serve per chiedersi come mai buona parte dei governi mondiali si sia mossa per salvare gli istituti bancari più coinvolti nella crisi. In Italia si parla solo di aiuti alle banche (pronto un piano da 20 miliardi) e, forse, alle imprese. I cittadini consumatori, invece, devono restare a guardare. Le vere vittime della crisi sono loro, siamo noi. Chi ha avuto le maggiori responsabilità è ancora al proprio posto, sicuro, e riceve pure gli aiuti da parte dello Stato. Chi invece non centra nulla ha la percezione (reale) di essere via via sempre più povero, è preoccupato per il proprio futuro a causa dell’incertezza del lavoro e si trova a dover pagare maggiormente per la crisi scatenatasi.

Perché, allora, si aiutano le banche e non i cittadini? Beh, la nostra classe politica dice che, data la situazione di crisi, non c’è modo di aiutare tutti; insomma, siamo semplicemente arrivati in ritardo e dobbiamo fare la fila nell’attesa del nostro turno. Davanti a noi c’è pure Alitalia che, con la decisione dell’UE, ci costerà altri 300 milioni di euro per il prestito ponte. Qualcuno, più di uno, sostiene che sia necessario aiutare le banche per permettere loro di fare nuovi prestiti. Cioè, non vogliono renderci più ricchi, vogliono consentirci di indebitarci. La loro preoccupazione è che imprese e famiglie non riescano ad indebitarsi sufficientemente per le proprie spese, oppure per i propri investimenti. Indebitarsi non è sbagliato, in special modo in situazioni di crisi, ma non è giusto semplicemente affidarsi allo strumento del finanziamento bancario. Indebitarsi con una banca ha senso quando si pensa di anticipare dei flussi monetari futuri, per esempio per una spesa imminente di grossa importanza. Ma se le prospettive future rimangono quelle attuali, che senso ha chiedere prestiti alle banche? Non riusciamo più a risparmiare, cavolo! Da agenti in surplus le famiglie stanno diventando agenti in deficit, come le imprese. E questo non va bene, è una situazione che va corretta, va corretta aumentando il reddito delle famiglie e subito!
Un piccolo suggerimento ce l’ho: dato che lo Stato ha a cuore banche ed imprese e meno le famiglie, perché non taglia le tasse ai cittadini, aumentandole per le banche? Se lo Stato non aiuta durante le crisi, che diritto ha di chiedere un salasso economico come quello richiesto alla famiglia media italiana?

Se le banche non possono fallire, perché possono essere private?


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Si sostiene, a mio avviso giustamente, che le banche non possano e non debbano fallire. Infatti, se ciò accadesse, il default di un istituto bancario determinerebbe un effetto epidemico della crisi su altre banche che finirebbe col comportare il collasso dell’intero sistema. Sostanzialmente, gli errori o le malefatte di una banca potrebbero compromettere la salute e la credibilità di altri istituti magari incolpevoli. Dal punto di vista sociologico è importante mantenere la stabilità del sistema bancario per non compromettere la fiducia dei risparmiatori.
Il problema, però, si pone dal punto di vista economico, perché l’attività bancaria è un’attività che genera alti profitti e non dovrebbe essere a rischio zero. Se l’attività bancaria determina alti profitti a costo zero, perché si permette che le banche siano private? Le banche fanno profitti dal nulla, prestano soldi non loro e che non hanno alcuna copertura ricavando utili considerevoli. Le parole chiave sono “signoraggio” e “riserva frazionaria”.
Il signoraggio è, letteralmente, il profitto del signore. Misura l’insieme dei redditi da emissione di moneta. Sostanzialmente rappresenta la differenza tra valore nominale (o facciale) della moneta e valore intrinseco. Ad esempio, la banca centrale di emissione emette moneta ad un valore facciale che non corrisponde al suo valore intrinseco e che nemmeno ha un controvalore reale in oro. E’ chiaro, quindi, che l’attività di emissione di moneta è un’attività ad alta profittabilità e che, ragionevolmente, tale attività non andrebbe ceduta a privati. Ed invece funziona proprio così. La banca centrale crea moneta e la presta. Quest’attività genera proventi ingenti che, però, non vengono redistribuiti tra la collettività, ma finiscono a privati. Ad esempio, il capitale della BCE è sottoscritto dalle diverse banche centrali, in parte appartenenti all’area Euro e in parte no. Vi è anche la Banca d’Italia tra i sottoscrittori, banca che non è pubblica, ma è una SpA sostanzialmente in mano a banche private e commerciali.
Si ritorna, quindi, alle banche private che non possono fallire. Queste banche incassano profitti enormi, si cuccano pure una parte del signoraggio della BCE e tutto ciò in un clima di totale sicurezza, perché alle prime difficoltà sanno che lo Stato spunterà a togliere le castagne dal fuoco. Le difficoltà nascono dal fatto che il tutto il sistema è sorretto dal debito, le banche prestano ciò che non hanno e questo dipende dal concetto di riserva frazionaria, ossia la quota di depositi che una banca deve detenere a scopo prudenziale. Se la riserva fosse pari al 100% il sistema sarebbe meno efficiente ma più stabile e sicuro. Il bisogno di maggiori quantità di moneta ha rotto questo equilibrio, portando a riserve “frazionarie” via via sempre minori per moltiplicare le possibilità del credito.
Bisogna notare anche come le banche detentrici di quote di Bankitalia possiedono una fetta di uno dei propri controllori. In un mondo in cui la Consob dorme sogni profondi, controllare anche la Banca d’Italia significa raggirare ogni possibile controllo sul mondo bancario. Nessun controllo e guadagni facili. Non sembra esserci situazione migliore, per loro. E se si pensa che i loro profitti astronomici sono fatti sulla nostra pelle…
Ha senso, quindi, avere banche private che non possono fallire? Se davvero il fallimento bancario è da scongiurare con ogni mezzo, allora facciamo in modo che le banche siano pubbliche. Se non si vuole nazionalizzare le banche, allora si lascino fallire quelle marce, salvaguardando quelle oneste.

Mississippi bubble: storia di una crisi

Dopo aver parlato della crisi dei tulipani, oggi voglio parlare di un’altra bolla famosa, ossia la Bolla del Mississippi (Mississippi bubble). Questa crisi ha come epicentro Parigi e come attore protagonista un certo John Law. Questi è uno scozzese, figlio di un orafo-banchiere, ergo faceva parte di una famiglia benestante. Purtroppo, in giovane età, gli muore il padre e si trasferisce a Londra. Qui conduce una vita dissoluta fatta di sperperi e in poco tempo finisce col dissipare quasi tutto il suo patrimonio. La fortuna di Law deriva dalla sua grande capacità di calcolo matematico e probabilistico, fattore che gli permetterà di recuperare parte degli sperperi grazie al gioco d’azzardo. Successivamente, in un suo viaggio in Italia, affina le sue conoscenze e tecniche in materia bancaria e sulla moneta; capisce che a causa della carenza di moneta le economie degli Stati nazionali non posso decollare. Secondo lui gli Stati devono aumentare l’offerta di moneta per abbassare i tassi di interesse e, conseguentemente, aumentare il Pil reale.
Altra convinzione di John Law è che gli enormi debiti pubblici possono essere acquistati da una grande società per azioni privata che, a fronte dell’incameramento del debito pubblico, emettesse azioni. Lo Stato beneficerebbe di tale situazione poiché avrebbe di fronte un solo creditore con cui ottenere tassi più bassi e ricevere dilazioni. A fronte di queste agevolazioni lo Stato deve però concedere dei monopoli a questa società.
Le idee di Law vengono recepite dalla corte francese, perché nel 1700 si trovava a fare i conti con un debito spropositato, alimentato dalle esigenze di corte e dalle guerre combattute su più fronti. John Law parte dalla creazione di una banca di emissione privata che chiama Banque Générale (maggio 1716). Questa banca ha la facoltà di emettere carta moneta con l’impegno di convertirli in moneta su semplice richiesta dei possessori. Il collocamento delle azioni della banca non ha successo, allora Law autorizza il pagamento delle azioni con debito pubblico al valore nominale, nonostante sul mercato i titoli di debito pubblico valessero il 50% del valore nominale. L’altra decisione fu quella di ottenere il totale appoggio della Corona per far decollare la banca.
Per rilanciare l’economia rilancia in grande stile la Compagnie des Indes. L’accordo prevedeva che, in cambio di alcuni monopoli, la società si sarebbe adoperata al ritiro del debito pubblico. Nel frattempo, la Banque Générale diventa banca del sovrano e assume il nome di Banche Royale. La Compagnia delle Indie ottiene all’inizio il monopolio del commercio e dello sfruttamento della Lousiana. Diventa ben presto la più grande società per azioni mondiale. Law colloca diverse tranches di azioni di tre tipologie: mamma, figlia e nipotina, per la diversificazione generazionale. Il valore nominale di tali azioni è di 500 livres. La quotazione di queste azioni sul mercato è di 150 livres. Al momento del secondo collocamento, John Law chiede 550 livres (incorporando, quindi, un premio al rischio sul valore nominale); con la successiva sottoscrizione il premio viene rivisto verso l’alto innescando, in tal modo, una gonfiagione artificiale del prezzo delle azioni. Law mette inoltre in pratica una politica monetaria espansiva che svolge un ruolo significativo per il collasso del valore delle azioni: la politica monetaria espansiva sostiene la gonfiagione con tassi bassi e facilità di credito.
Gli assets della Compagnia delle Indie sono rappresentati da due grandi fonti:

  • i territori della Lousiana e del Mississippi, che Law aveva pubblicizzato come veri e propri paradisi terrestri pieni di ricchezze;
  • il debito pubblico incamerato, su cui la Corona di Francia pagava un tasso compreso tra il 3% e il 4%.

Sostanzialmente, la capacità di generare profitti di questa società era molto bassa ed essendo molto bassa è impensabile un valore delle azioni eccessivamente elevato.
Nel 1720 i prezzi cominciano a precipitare. Nel dicembre del 1720, con le azioni collassate al valore di 500 livres da un valore di circa 10.000, Law è costretto a fuggire dalla Francia e scappare all’estero.

Overdose di Finanza

Ogni giorno, ormai, ogni telegiornale dedica ampio spazio alle vicende delle Borse mondiali, ogni giorno rimarcano con forza le perdite subite da Wall Street, piuttosto che da Hong Kong. In Europa è uno stillicidio di miliardi di capitalizzazione. Ogni giorno vengono bruciate immense quantità di denaro come fossero fiammiferi. Tutto va male e i media sembrano proprio interessati a questo, tanto per rincarare la dose.
La gente ha la legittima paura di perdere i propri risparmi: chi ha investito teme di perdere sui titoli o sui fondi in cui ha investito. I correntisti, invece, temono il fallimento delle banche. E’ un clima difficile da controllare e da gestire. Il mondo finanziario si basa sulla stabilità, sui sentiment degli operatori e sull’informazione. Questo clima nero e cupo che si sta creando non facilita, certamente, la ripresa dei mercati. L’andamento oscillante dei mercati è sintomo di forti attività speculative, nonché di tentativi di portare a casa anche piccoli guadagni infragionalieri. Perciò, se le Borse sembrano rimbalzare e riprendersi leggermente, ecco che verso la chiusura partono le vendite e si ritorna al punto di partenza, se non addirittura in un punto più basso.

Il consiglioche personalmente mi sento di dare per combattere questo quotidiano bombardamento mediatico è quello di evitare di ascoltare troppo la tv o di leggere troppo i giornali. Le televisioni sono di parte, mentre i giornali, oltre ad essere faziosi, scrivono pure per vendere qualche copia in più. Lasciarsi prendere dal panico generale non è mai buona cosa e porta spesso a perdite superiori a quanto si sarebbe ottenuto senza muovere un dito. Sui mercati finanziari, o ti sai muovere molto bene, oppure è meglio affidarsi all’immobilismo: seguire la regola del camaleonte, praticamente. Bisogna mimetizzarsi alla crisi, lasciar passare del tempo finché le acque non saranno meno agitate e torbide. Attualmente, nessuno rischia i propri risparmi in banca, su questo non ci piove. Al massimo, se avete internet e la possibilità di monitorare i vostri investimenti, fate dei controlli ogni tanto, diciamo una volta al mese, soprattutto per chi investe in strumenti contraddistinti da alta volatilità. Per tutti gli altri, il consiglio è di passare in autunno tranquillo e spensierato, lontano dalle nubi delle Borse.