Giornata mondiale dell’Acqua

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Oggi, 22 marzo, si celebra la Giornata mondiale dell’Acqua (World Water Day), una giornata votata alla sensibilizzazione sui temi legati all’acqua e sui problemi legati alla salute dell’acqua stessa, perché dalla salute dell’acqua dipende anche la nostra salute. Ovviamente la situazione è preoccupante, estremamente preoccupante. Secondo i dati pubblicati dal World Water Council, 923 milioni di persone attualmente non hanno accesso a fonti di acqua potabile sicura; ergo, quasi un settimo della popolazione mondiale non riesce ad approvvigionarsi a fonti di acqua sicura e potabile, dovendo necessariamente rischiare di utilizzare fonti non sicure. L’area mondiale complessivamente più rischiosa risulta essere l’Asia: infatti, del miliardo di persone precedentemente menzionato, 554 milioni sono asiatici, 319 milioni di abitanti dell’Africa Sub-Sahariana e 50 milioni di sudamericani. Considerando i singoli Stati, il risultato peggiore è quello della Papua Nuova Guinea, in cui solo il 40% della popolazione ha accesso ad acqua pulita. Seguono la Guinea Equatoriale (48%), l’Angola (49%), il Ciad e il Mozambico (51%), la Repubblica Democratica del Congo e il Madagascar (52%) e l’Afghanistan (55%).

Tutti i Paesi membri dell’Assemblea Generale dell’Onu sono chiamati a promuovere iniziative sul territorio che abbiano lo scopo di sensibilizzare la popolazione mondiale sull’importanza dell’acqua; il tema scelto quest’anno dall’Onu per il WWD riguarda le acque reflue e di scarico, intese come risorse e non emblema di spreco. Il recupero dell’acqua è fondamentale, perché con gli attuali stili di vita e con la popolazione mondiale attuale (in prospettiva, crescente) non possiamo permetterci di continuare a sprecare acqua in questo modo. A tal proposito, l’Unicef ha lanciato un grido di allarme: circa 600 milioni di bambini (1 su 4), entro il 2040 vivranno in aree con risorse idriche estremamente limitate. Stando al rapporto “Thirsting for a Future: Water and Children in a Changing Climate“, al momento 36 nazioni stanno affrontando un livello elevato di stress idrico. Fattori quali l’aumento delle temperature medie, l’innalzamento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento della frequenza di inondazioni e siccità, influenzano la qualità e la disponibilità di acqua, sia nel presente ma anche in ottica futura.

L’Italia, tramite il ministero dell’Ambiente, ha lanciato il progetto Acquamadre, ovvero un nuovo brand riconosciuto a livello mondiale nel quale canalizzare le iniziative mirate a diffondere una nuova cultura dell’acqua. Al centro del progetto ci saranno i fiumi come sorgente di vita e di identità culturale, ma anche veicolo di pace, dialogo e sviluppo delle comunità.

«I fiumi sono al centro della sfida climatica, ambientale e di sviluppo economico globale. C’è dunque un filo conduttore che lega il Po e il Mississippi, il Reno e il Fiume Azzurro con i più piccoli corsi d’acqua italiani» ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti.

Caldo invernale

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Non so se dipenda dal surriscaldamento globale del pianeta, ma il 27 dicembre di Milano sembra essere simile al 27 dicembre di Rio de Janeiro o di Sydney. Oggi si sfiorano i 20° e non credo che questa temperatura possa definirsi normale per la stagione. Incredibilmente, comunque, questo fenomeno passerà sottotraccia, verrà considerata come iattura per quelli che affollano le piste da sci, inevitabilmente compromesse dalle scarse precipitazioni e dalle temperature sopra la media, e un’ottima occasione di svago per coloro che hanno deciso di rimanere a casa nel periodo natalizio (al mare se la godono come dei pascià, immagino).

La situazione è destinata a cambiare già da domani, con la discesa delle temperature. Il punto, però, rimane: come facciamo a farci scivolare di dosso tutti i segnali che ci manda il pianeta? È come se avessimo un incendio in casa e continuassimo a vivere normale, anzi, è come se dicessimo “comodo avere un incendio in casa, risparmiamo sul riscaldamento”. Come ha riportato Greenpeace,  l’accordo di Parigi (ratificato da 197 Paesi) è entrato in vigore il 4 novembre scorso, ma è di fatto privo di utilità, perché anche qualora venisse rispettato da tutti non porterebbe agli obiettivi prefissati. Ok, sono d’accordo, ma lo scaricabarile sui governi mi sembra sempre che deresponsabilizzi i singoli individui; se la consapevolezza del problema non attecchisce sugli individui, come si può pretendere che i governanti prendano in seria considerazione le tematiche relative ai cambiamenti climatici, al riscaldamento globale, ecc.?

La verità è che siamo spaventati da catastrofi più immediate e violente (come i terremoti o, perché no, dall’impatto di un asteroide), mentre il lento ma inesorabile incedere verso un pianeta invivibile ci lascia pressoché indifferenti. Lo spirito di sopravvivenza non riguarda la specie, ma il singolo individuo. Ognuno pensa per sé o, come mi verrebbe da dire in maniera più appropriata:

I miei problemi sono di tutti e i problemi degli altri non mi riguardano

L’aumento globale delle temperature è cosa certa e risaputa dai più, ma sono in pochi a capirne gli effetti devastanti sul nostro ecosistema. Ci preoccupiamo per la settimana bianca rovinata, oppure per un’estate piovosa che ci rovina le ferie al mare, ma non vediamo ciò che accade al di fuori del nostro orizzonte. Ad esempio, qualcuno è a conoscenza del fatto che a causa del riscaldamento globale si riduce la disponibilità di acqua dolce? E se l’equazione “acqua = vita” rimane valida (non considerando, per un momento, il problema dell’inquinamento delle acque), cosa accade ad un ecosistema in cui diminuisce l’acqua? Possibile che siamo così miopi?

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto,
l’ultimo fiume avvelenato,
l’ultimo pesce pescato,
l’ultimo animale libero ucciso.

Vi accorgerete…

che non si può mangiare il denaro.

(Proverbio Sioux)

Come combattere le ondate di calore

Ecco alcune semplici regole dal Ministero della Salute per difendersi dal caldo afoso previsto per la settimana che sta per iniziare:

Non di uscire di casa nelle ore più calde (tra le 11,00 alle 18,00).
Bere almeno due litri d’acqua al giorno (anche quando non se ne avverte il bisogno), salvo diversa prescrizione del medico curante.
Consumare pasti leggeri e frazionati durante l’arco della giornata e, in particolare, mangiare quotidianamente frutta e verdura fresche; fare attenzione alla corretta conservazione degli alimenti deperibili.
Evitare di bere alcolici e limitare l’uso di bevande contenenti caffeina.
Limitare l’attività fisica intensa soprattutto nelle ore più calde.
Indossare indumenti leggeri, non aderenti, di fibre naturali, di colore chiaro; proteggere la testa dal sole diretto con un cappello e gli occhi con occhiali da sole.
Durante le ore del giorno schermare le finestre esposte al sole diretto mediante tende o oscuranti esterni regolabili come, ad esempio, persiane o veneziane.
Mantenere chiuse le finestre durante il giorno e aprirle di sera, quando l’aria esterna è più fresca.
Se necessario, abbassare la temperatura corporea con bagni e docce evitando, però, di utilizzare acqua troppo fredda e di bagnarsi subito dopo il rientro da ambienti molto caldi, perché è potenzialmente pericoloso per la salute.
Se necessario, rinfrescare gli ambienti in cui si soggiorna con ventilatori o condizionatori, seguendo alcune regole. Non posizionare il ventilatore troppo vicino alla persona e non utilizzarlo in caso di temperature superiori ai 32°C  ed in ogni caso bere molta acqua per evitare il rischio di disidratazione. Se si usano i climatizzatori evitare di regolare la temperatura interna a livelli troppo bassi rispetto alla temperatura esterna. La temperatura dell’ambiente domestico per il benessere fisiologico è 24-26°C, indossando abiti leggeri ed in assenza di attività fisica intensa. Non accendere il forno ed altri elettrodomestici (come scaldabagno, lavatrice ecc) durante l’uso del climatizzatore, per evitare consumi  energetici eccessivi.
In auto, usare tendine parasole; se si entra in una vettura che è rimasta a lungo sotto il sole, per prima cosa aprire gli sportelli per ventilare l’abitacolo e poi iniziare il viaggio con i finestrini aperti o il condizionatore acceso per abbassare la temperatura interna; evitare di lasciare anche per poco tempo  persone o animali nell’auto chiusa in sosta, perché la temperatura all’interno dell’abitacolo si innalza rapidamente anche se la temperatura esterna non è particolarmente elevata e può causare anche un colpo di calore, specialmente nei bambini piccoli.
Prestare particolare attenzione alla corretta conservazione domestica dei farmaci: leggere attentamente le modalità di conservazione riportate sulle confezioni; conservarli lontano da fonti di calore e da irradiazione solare diretta; durante la stagione estiva riporre in frigo i farmaci che prevedono una temperatura di conservazione non superiore ai 25 – 30° C.; ricordare che luce, aria, umidità e sbalzi di temperatura possono deteriorare il prodotto prima del previsto. In caso di dubbio, consultare sempre il proprio farmacista.
Il Ministero invita anche a prestare sempre molta attenzione alle persone più vulnerabili che vivono in casa come bambini molto piccoli, anziani con malattie croniche, persone non autosufficienti e di prendersi cura dei vicini di casa anziani che vivono da soli. In caso di bisogno la prima persona da consultare è il proprio medico di famiglia o la guardia medica. Nei casi di emergenza chiamare prontamente il 118. Nell’area tematica “Ondate di calore” sono disponibili gli opuscoli informativi del Ministero e altre indicazioni utili per prevenire gli effetti del caldo sulla salute.

Un mare di plastica

Nel mare tra Italia, Spagna e Francia c’è una concentrazione di plastica che supera quella del cosiddetto “continente spazzatura” presente nell’Oceano Atlantico. È questo uno dei dati del rapporto “L’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino” realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente. A presentarlo questa mattina in Senato erano presenti Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, Francesco Ferrante, senatore del Partito Democratico e Fabrizio Serena, responsabile area mare di Arpat. Il rapporto, che sintetizza i principali studi scientifici sull’inquinamento da plastica in mare, potrà essere un utile contributo per il Ministero dell’Ambiente che dovrà rispondere alla richiesta di chiarimenti della Commissione europea sul bando italiano degli shopper. Sono queste, infatti, le motivazioni di carattere ambientale che possono consentire all’Italia di giustificare ogni ipotesi di violazione della Direttiva europea sugli imballaggi.

“L’Italia è un Paese doppiamente esposto al problema della plastica e la dispersione dei sacchetti in mare – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. Lo è sia perché è la prima nazione per consumo di sacchetti di plastica ‘usa e getta’, visto che commercializza il 25% del totale degli shopper in tutta Europa, ma anche perché si affaccia sul mar Mediterraneo, coinvolto come i mari del resto del Pianeta dall’inquinamento da plastica. Per queste ragioni il nostro Paese ha giustamente adottato con la legge finanziaria 2007 il bando sugli shopper non biodegradabili in vigore dal 1 gennaio scorso. La Commissione europea, dunque, non può che salutare con favore questa novità normativa italiana, come ha recentemente fatto il Commissario europeo per gli affari marittimi e la pesca, Maria Damanaki, in occasione dell’incontro con il ministero dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, favorendo la sua esportazione anche negli altri 26 paesi membri”. Secondo lo studio, la plastica rappresenta il principale rifiuto rinvenuto nei mari poiché costituisce dal 60% all’80% del totale dell’immondizia trovata nelle acque. Un dato che, in alcune aree, raggiunge persino il 90-95% del totale ma anche nei mari italiani arriva a livelli gravissimi.

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“Dammi da bere”: il dibattito sull’acqua pubblica

In vista del referendum popolare previsto in primavera, torna alla ribalta la discussione sulla privatizzazione della gestione dei servizi idrici, la privatizzazione dell’acqua praticamente, argomento che proprio il referendum vorrebbe cancellare tramite l’opinione del popolo. Personalmente credo che privatizzare la gestione delle acque non sia furbo e non abbia nemmeno molto senso. A che giova, infatti, avere servizi privati per un bene di pubblica utilità? Abbiamo già privatizzato la politica, rendendola schiava degli interessi privati dei massimi esponenti che essa stessa rappresenta, non vedo perché si voglia prevalicare ulteriormente gli interessi dei cittadini.

Sull’acqua, per definizione, non possono nascere interessi economici. L’acqua non è un prodotto, è un bene naturale, nessuno può vantare diritti su di essa. Certamente, però, il continuo aumento della popolazione sta rendendo sempre più importante il bene-acqua, si incrementa la domanda a parità di offerta, per dirla da economista. Il punto, purtroppo, è che il vero problema dell’acqua è legato alla qualità dell’acqua, non al fatto che sia pubblica o privatizzata. La gestione dell’acqua deve essere prima di tutto saggia ed intelligente. L’obiettivo primario deve essere preservare questo bene, migliorare l’efficienza delle reti per non disperderla inutilmente, ma soprattuttto garantire che possa perdurare nel tempo, perché l’acqua è vita e senza acqua non ci può essere vita. A tal proposito mi viene da sorridere quando gli scienziati vanno alla ricerca di acqua su altri pianeti o satelliti del sistema solare. Prima di cercarla fuori dobbiamo fare in modo di conservare quella che abbiamo, perché forse ci conviene.

”E’ fondamentale che la gestione dell’acqua – ha detto Andrea Masullo, il Presidente del comitato scientifico di Greenaccord – sia in mano pubblica, basata su controlli e strategie condivise. Questa enfasi sulla gestione privata e’ un po’ un’autocondanna della politica perche’ si autodefinisce inefficiente. Questo lascia molto pensare e non puo’ essere accettato. Il problema nasce perche’ gli acquedotti in Italia sono gestiti male, ci sono ingenti perdite e il rimedio non e’ semplicistico. Passare dal pubblico al privato e’ molto complicato. La preferenzialita’ che e’ stata fatta verso il privato e’ eccessiva. L’apertura e’ un conto, ma aprire un canale preferenziale su una risorsa cosi’ preziosa presenta dei rischi soprattutto perche’ in Italia l’industria dell’acqua privata e’ una tra le piu’ potenti al mondo”.

L’Italia e’ uno dei piu’ grandi consumatori di acqua pro capite sulla terra di conseguenza, ha spiegato Masullo, ”bisogna comprendere l’importanza di questa risorsa e se oggi la possiamo considerare ancora abbondante, in futuro e’ destinata a non diventarlo”.

I cambiamenti climatici, ha aggiunto il Presidente del comitato scientifico di Greenaccord, ”ridurranno le piogge nel bacino del Mediterraneo fino al 20% entro il 2050, questo significa minor disponibilita’ anche per l’Italia. Dobbiamo prepararci al fatto che non siamo piu’ in una condizione di abbondanza. In molti comuni si lavano i pavimenti con le acque sorgive, di conseguenza bisogna abituarci ad un uso efficiente dell’acqua”.

Ogni volta che tiriamo lo sciacquone del bagno dovremmo anche riflettere un attimo su quanta acqua pulita, spesso potabile addirittura, gettiamo via per i nostri bisognini. Non so, mi sembra un mondo che dà poco peso e importanza all’acqua e tutta questa sottostima mi preoccupa molto per il futuro.

Grillo, era acqua o vino quella che bevevi?

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Ieri sera il comico Beppe Grillo è stato ospite alla trasmissione “Exit” del canale La7, autore di un intervento in diretta mentre si trovava a Bruxelles dopo aver parlato al Parlamento europeo. E’ già questa di per sé è una notizia sconvolgente, poiché Beppe Grillo tende ad apparire raramente in televisione, probabilmente perché non gradito dalla televisione stessa piuttosto che per scelta propria. Un personaggio italiano che viene invitato a parlare al Parlamento europeo fatica a trovare spazio nelle tv nazionali… è proprio strano, eh?
Comunque sia, l’intervento di Grillo è stato decisamente interessante. 20 minuti di Grillo sono più interessanti ed utili di ore ed ore della classe politica media attuale, che parla parla, ma prevalentemente di cose futili, secondarie. Grillo tocca invece pochi punti ma essenziali, vitali. Energia, Acqua, Rifiuti, Economia, Politica. Beppe Grillo ha un potere mediatico incredibili, frutto della sua pungente ironia, ma anche della qualità delle proprie idee e dell’esprimere il pensiero della gente comune, senza troppi giri di parole e con una grande trasparenza. Ha detto cose certamente condivisibili e logiche. Non voglio dire che fossero vere, perché non credo che Beppe Grillo sia il custode della Verità assoluta, come nessun’altro, d’altronde. Però ha detto cose chiare, ha parlato dei manager strapagati, dell’acqua pubblica, della mobilità, delle liste civiche e della Carta di Firenze, della politica completamente distaccata dal proprio elettorato, poiché gli elettori non contano più nulla, o quasi.

Ad un certo punto, dal silenzio dello studio, si alza una voce che fa: «Grillo, era acqua o vino quella che bevevi?». Lì per lì non ho capito chi potesse aver rivolto una domanda così idiota. Mai avrei pensato, comunque, ad un membro (secondario) dell’attuale esecutivo! Si tratta del sottosegretario allo Sviluppo economico Adolfo Urso, persona di cui finora ignoravo l’esistenza e che, sinceramente, avrei preferito continuare ad ignorare (Per chi fosse interessato, qui trovate il suo sito personale). La risposta di Urso è stata a dir poco demenziale, segno evidente di una classe politica che, di fronte alle idee di Beppe Grillo non sa cosa rispondere e si aggrappa all’attacco diretto alla persona. Ma, udite udite, spulciando in rete ho pure scoperto che il soggetto dovrebbe essere un promotore dell’Osservatorio parlamentare, una specie di casa della cultura del centro-destra… oh my God! Ma dove stiamo finendo? Direi che in Italia ci vogliono più Grillo e meno Urso!

Living Planet Report: la Terra non ci basta

La nostra Terra ha un volume di 1,0832073 × 1021 m³ e una superficie di 5,100656 × 1014 m². Nonostante questi numeri impressionanti, non ci basta più. Oggi, infatti, come mostra la figura qui sopra, la domanda di risorse per la vita dell’intera umanità  è all’incirca di un 30% superiore a quanto il nostro pianeta è in grado di fornirci. Sostanzialmente, la Terra è in grado di sostenerci solo per circa 2/3 dell’anno, poi ci dobbiamo “indebitare”. L’allarme è lanciato dal Living Planet Report 2008 del Wwf, in collaborazione con la Società Zoologica di Londra e il Global Footprint Network. Se le cose non dovessero cambiare, entro l’anno 2035 potremmo aver bisogno di un altro pianeta per non dover modificare i nostri stili e tenori di vita. Dal 1961 al 2005 la “domanda di natura” è più che raddoppiata, a causa della crescita della popolazione mondiale e a causa del consumismo eccessivo che ha portato a tanti sprechi.

L’Italia, ovviamente, eccelle nelle classifiche di impronta ecologica. L’Italia si piazza al 24° posto della classifica globale, ma raggiunge addirittura il 4° posto per quanto concerne l’impronta idrica. L’impronta idrica misura i consumi d’acqua di un Paese per la produzione di beni e servizi. Ogni anno un italiano consuma 2.332 metri cubi d’acqua, contro una media mondiale di 1.240 metri cubi.
Sull’impronta ecologica, comunque, i peggiori sono i soliti Stati Uniti d’America. Infatti, la biocapacità globale si attesta intorno a 2,1 ettari pro capite, mentre quella americana è pari a 9,4 ettari globali: sostanzialmente, essi le risorse di circa 4,5 Terre. La media complessiva è pari a 2,7 ettari con i Paesi industrializzati che la fanno da padrone. Per essere ancora più chiari, meno di un miliardo di individui (su un totale di quasi 6 miliardi e mezzo) consuma mediamente 3 volte di più di quanto il pianeta può sostenere. In una situazione così forzata, ovvio che questo eccesso di domanda sia scontato dal resto della popolazione mondiale (all’incirca 5,5 miliardi di individui) che devono vivere a credito, un credito che, però, non frutta loro nulla, tutt’altro. Non ottengono nulla, se non i danni dell’inquinamento globale che, purtroppo, colpisce pure i Paesi meno sviluppati.
Anche il mondo animale ci sta lanciando forti segnali su questa “recessione ecologica“. Dal 1970 al 2005 circa il 30% delle specie animali vertebrati si sia estinto con una conseguente riduzione della biodiversità, un patrimonio della nostra Terra. Questo fenomeno è particolarmente sviluppato nelle aree tropicali dove il crollo ha raggiunto, addirittura, il 50%.

Il problema della liquidità non è solo finanziario

Dopo aver risolto, forse solo parzialmente, la crisi finanziaria degli ultimi mesi che ha colpito con metastasi tutte le Borse mondiali, c’è un altro problema legato alla liquidità, ben più importante di quello delle banche commerciali. Il pianeta ha sempre più sete e, in particolar modo, l’Italia ha sempre più sete. Negli ultimi 50 annni, infatti, le precipitazioni sono calate del 14%. Ad affermarlo è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la FAO e l’Autorità per la sicurezza alimentare europea in una nota congiunta in occasione della giornata mondiale dell’alimentazione, nell’ambito della quale si svolge un seminario sugli effetti del cambiamento climatico.
Calano le precipitazioni e aumenta il fabbisogno idrico del nostro Paese. Questa situazione è decisamente allarmante e preoccupante, molto più di un fallimento bancario. Se il nord Italia, infatti, gode di una certa indipendenza idrica dall’approvvigionamento delle precipitazioni, grazie alla presenza dei ghiacciai (che ogni anno si ritirano sempre più), molte zone del centro e del sud Italia hanno già tutt’oggi seri problemi legati all’acqua. Oltre al problema delle differenze nei costi dei servizi idrici in Italia, infatti, le risorse idriche nel meridione sono scarse e distribuite in maniera non omogenea, creando seri problemi per le attività produttive e la vita stessa in queste zone per i prossimi decenni o secoli. Purtroppo, però, questo problema non è di facile soluzione e all’orizzonte non si vede nulla di buono. L’area del Mediterraneo è destinata, secondo molti, a diventare sempre più torrida. Si stima, infatti, un aumento di circa 6 gradi delle temperature medie estive in Italia tra il 2070 e il 2100, aumento che porterà a ulteriore siccità e a devastanti effetti sull’agricoltura, come la perdita di molte colture, la riduzione delle zone umide e l’acidificazione dei terreni. Tutta l’Italia sarà colpita e gli effetti si vedono già oggi, con stagioni pazze che anticipano la fioritura delle piante facendo poi subire loro delle improvvise gelate.
L’unica cosa possibile da attuare è la progressiva riduzione dei gas serra, artefici di questi stravolgimenti climatici. A mio avviso, soluzione utopica perché la volontà del mondo non è questa: il protocollo di Kyoto rimane carta straccia e se, formalmente, lo si vuole rispettare, nella realtà nulla cambia all’orizzonte e, soprattutto, nulla cambierà finché gli Stati Uniti non lo ratificheranno. Per quanto concerne l’Italia, ha ratificato il protocollo ma è in pesante ritardo su di esso. Dal 1° gennaio 2008 paga 4.111.000 € al giorno per i ritardi nel raggiungimento dei propri obiettivi. Per chi fosse interessato, cliccando qui si trovano ulteriori notizie e il dato complessivo sulla cifra accumulata come costo di ritardo.

L’acqua non è uguale per tutti

L’acqua è un bene di tutti, ma nonostante questo la si paga profumatamente e, addirittura, ha un costo molto differente a seconda delle varie zone e regioni d’Italia. Infatti, secondo un’indagine di Cittadinanzattiva, la città di Agrigento avrebbe un costo per l’acqua 4 volte superiore al medesimo costo della città di Milano, ovvero 445 euro anni contro i 106 euro milanesi. Il confronto parte dal consumo medio di acqua per una famiglia di tre persone che consuma 192 metri cubi di acqua all’anno.
Tra le regioni d’Italia, da notare la leadership negativa della Toscana (7 città fra le 10 più care), mentre il Nord Italia, in generale, si dimostra meno caro con 8 città tra le prime 10 meno care.

A mio avviso è normale che vi siano differenze nei costi dei servizi idrici tra varie città e regioni d’Italia. L’acqua non è distribuita uniformemente sul nostro territorio, abbonda in alcune zone mentre in altre tende a scarseggiare. Certamente, fa impressione che tra due città vi possa essere una differenza così marcata, pari a 4 volte di più. Questo suggerisce che il comune di Milano è capace ed efficiente nella gestione dei servizi idrici alla città, mentre ad Agrigento sarebbe il caso di porre dei correttivi per ovviare alla situazione.
Da notare, comunque, come il costo per questi servizi sia in continua ascesa: in media c’è stato un aumento del +32% in 6 anni e un aumento del 4,6% tra il 2006 ed il 2007. L’acqua è un bene di vitale importante e l’aumento del suo costo deve destare preoccupazione, anche più del petrolio stesso.

Cochabamba – el sabor del agua

L’acqua è un bene prezioso, è un bene di tutti, non è una merce e non può essere privatizzata. Privatizzare l’acqua significa privatizzare la vita stessa, consegnarla nelle mani di una ristretta cerchia di persone, dare un valore monetario alla vita stessa. Questa è una cosa inammissibile, è una cosa che non può e non deve verificarsi in Italia come nel resto del mondo.
Il video proposto illustra la vicenda della città boliviana di Cochabamba che, nel 2000, a fronte di un prestito della Banca Mondiale, privatizzò buona parte dei propri settori economici, fra cui il settore petrolifero nazionale, la telefonia, la compagnia aerea di bandiera, le ferrovie e il settore energetico. Insomma, un autentico salasso, ordito dal governo boliviano e dalla Banca Mondiale. Pensate che persino l’acqua piovana non poteva essere raccolta… è una storia incredibile, sembra impossibile ma è così! Alle spalle di tutto c’era un consorzio composto, tra i tanti, dalla Bechtel Corporation di San Francisco e dalla nostra Edison; il principale attore era comunque la società americana che chiedeva il pagamento del 25% del reddito delle famiglie boliviane che, nella stragrande maggioranza dei casi, vivevano con pochi dollari al giorno. Questa multinazionale era spalleggiata dal governo locale che cercava di sedare, anche con la violenza, le rivolte popolari per l’acqua. Ma l’acqua è un bene troppo prezioso, il popolo non cederà mai su di essa. Infatti, la battaglia fu vinta dal popolo, ma “simbolo” della vittoria fu anche la morte del diciassettenne Victor Hugo Daza Argadoña, colpito alla testa da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Oltre al giovane ucciso, furono decine o centinaia i feriti coinvolti in scontri con la polizia.

Tutto questo per insegnare a tutti quanti il fatto che l’acqua non deve essere privatizzata! L’acqua non la genera nessuno, è presente in natura e nessuno può vantare diritti su di essa. Al massimo l’acqua viene contaminata ed inquinata e qualcuno dovrebbe risponderne. L’acqua piove dal cielo, cade sopra me, sopra di te, sopra chiunque, non fa distinzioni l’acqua! Per l’acqua si cominciano già a fare delle guerre, come quella in Iraq, ad esempio. Sono segnali importanti che devono tenere tutti all’erta, perché la questione dell’acqua riguarda tutti noi, ora e soprattutto per le prossime generazioniOpponetevi sempre, anche con forza, ad atti o fatti che possano comportare la perdita, totale o parziale, del nostro naturale diritto all’acqua, il nostro sacrosanto diritto alla vita.