L’elettrica che si ricarica da sola

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Recentemente sto vedendo passare spesso alla tv il nuovo spot della Toyota che promuove le proprie auto ibride. Sull’ibrido, va detto, Toyota è probabilmente la casa costruttrice che ha maggiormente puntato e sviluppato sulla tecnologia ibrida, ossia sull’accoppiata di un motore endotermico + un motore elettrico.

Nulla da eccepire sulla cosiddetta tecnologia ibrida, anche se forse la ritengo un po’ superata, ma quello che veramente non riesco a capire ed accettare è stata la comparazione tra l’ibrido e l’auto elettrica. Ossia, l’auto ibrida è vista come un’elettrica più smart, capace di “autoricaricarsi” senza doversi attaccare ad una presa elettrica e, dunque, senza dover stare necessariamente ferma durante una ricarica. Non si può, infatti, inneggiare all’ibrido come “pulito” e a basse emissioni dimenticando che per ricaricare le batterie elettriche, oltre al recupero di energia dalle frenate, di fatto l’auto utilizza e consuma carburante, producendo quindi emissioni inquinanti. L’ibrido è una soluzione parziale ad un problema molto importante: l’inquinamento, specialmente quello cittadino. Attualmente, economicamente e concretamente, è la soluzione migliore per cercare di ridurre le emissioni delle automobili, ma solo perché quelle elettriche son ancora troppo costose e l’infrastruttura a supporto dell’elettrico potrebbe risultare ancora troppo debole, soprattutto in alcune aree del Paese.

Quindi, per favore, non facciamo pubblicità disincentivante all’elettrico, ché già il mondo dell’elettrico in Italia è difficile di suo, senza interventi esterni. Grazie.

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Paradise Papers

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Domani (ore 21:15 Rai3) la trasmissione Report tornerà sull’argomento Paradise Papers e ho già pronti i pop corn per l’occasione. Il tema mi interessa molto, perché sono un appassionato di finanza (ovviamente, questo ne rappresenta il “Lato Oscuro”, o uno di essi) e perché sono “orgogliosamente poveraccio”, nel senso che non navigo nell’oro e mai mi capiterà di trovarmi direttamente con tali situazioni, fortunatamente aggiungo. Forse, e dico forse, ho avuto modo di vedere qualcosa da lontano, ma è un argomento che è meglio non trattare, almeno pubblicamente.

Innanzitutto, invito ad informarsi bene sul tema: per l’Italia l’argomento è stato seguito e documentato dalla trasmissione Report e dal giornale L’Espresso. Il tutto è partito da un corposo pacchetto di documenti messo a disposizione del gruppo giornalistico ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists), proveniente principalmente da un famosissimo studio legale (Appleby) specializzato nell’offshore. Riassumere le evidenze finora emerse è un’impresa ardua, perché i personaggi coinvolti nello scandalo dei Paradise Papers sono un’autentica moltitudine; anche limitandosi al solo contesto nazionale, le carte sinora hanno già permesso di ricostruire fatti ed eventi di grande rilevanza per il nostro Paese (tanto per citarne uno, lo scandalo IMI-Sir).

Insomma, non vedo l’ora di vedere l’ennesimo vaso di Pandora scoperchiato dai giornalisti di Report e dal loro splendido lavoro investigativo. In questo nuovo capitolo dovrebbero focalizzarsi sulle principali piazze finanziarie mondiali che attraggono i capitali (Singapore, Dubai, Svizzera, Hong Kong). Sarà un bel viaggio…

Chimiche no, convenzionali sì

Da anni la Siria sta vivendo una situazione molto complicata, soprattutto per la popolazione civile che si vede piovere sulla testa bombe di ogni genere, tra ISIS e regime di Assad a farla da padroni.
Da qualche giorno si sono aggiunte pure le bombe “intelligenti” della coalizione anglo-franco-americana che ha deciso di scendere in campo per il sospetto, fondato e addirittura provato, che Assad abbia utilizzato armi chimiche contro la popolazione inerme, un gesto che, se confermato, ribadirebbe la crudeltà del regime ancora al potere nel Paese.

L’uso di armi chimiche ha mandato in bestia i leader dei succitati Paesi che, come risposta, hanno deciso di bombardare laboratori di produzione e siti di stoccaggio di armi chimiche. Comprensibile, perché le armi chimiche rientrano fra le armi di distruzione di massa e sono strumenti di morte che dovrebbero sempre essere combattute e debellate. Perfetto, tutto inattaccabile. Ma… ma… scusate, ma l’uso di armi convenzionali su popolazioni inermi, invece, non è disumano, non merita lo stesso sdegno e le medesime reazioni? Io non voglio pensare male, necessariamente, però tutta questa operazione sembra avere un fine diverso, molto poco umanitario e molto più commerciale. Il messaggio di fondo sembra essere: “Vuoi bombardare in tutta tranquillità? Usa armi convenzionali, magari le nostre…”

Posto che, comunque, l’utilizzo di armi chimiche non è stato dimostrato chiaramente, qualcuno ha parlato di evidenze nette ma non ha fornito prove concrete. Sta di fatto che l’impressione che ho avuto, personalmente, è che non si voglia fermare la guerra, bensì che si voglia che continui, ma con delle modalità “più standard”, possibilmente con armi di importazione (per la Siria). A pensar male si fa peccato, lo so, ma spesso….

La rivolta dello zerbino

Fabio Fazio, giornalista e conduttore tv. È una persona che, si può dire tranquillamente, ha avuto tanto dalla vita professionale, soprattutto in Rai. Sostanzialmente, ha condotto tutti i programmi che uno poteva sognare di condurre, è uno che non si può lamentare. Ma come ha fatto per arrivare all’apice del successo? Senza voler sminuire le sue doti professionali (che non giudico, perché non conosco), Fabio Fazio ha sempre avuto quell’atteggiamento “flessibile”, oserei dire “democristiano”, raggiungendo vette tali da fargli ottenere il titolo di “uomo zerbino”.

Ora, qualche giorno fa, lo zerbino si è ribellato, un evento più unico che raro. Fazio ha denunciato l’intromissione della politica nella Rai, una situazione insostenibile per lui. Ok, bravo, finalmente se n’è accorto! Un po’ tardi, forse, ma meglio tardi che mai. Il punto è che questa polemica, formalmente corretta e condivisibile, è stata tirata in ballo per nascondere il vero motivo della rivolta: i soldi! Eh sì, perché quello che Fazio non digerisce non è tanto l’ingerenza della politica nella Rai, nei suoi contenuti, bensì per il fatto che siano stati imposti dei tetti agli stipendi nel pubblico che, quindi, coinvolgono anche mamma Rai. Finché la politica ha abusato della Rai e lui, da buon zerbino, non ha mai osato alzare la voce, ha sempre sorriso e ammiccato al politico di turno in voga al momento. Spiace dirlo, ma Fazio ha fatto un autogol con questa polemica, ha dimostrato come il denaro sia sovrano su tutto, anche sulla dignità delle persone.

Siamo tutti Donald Trump

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Sono bastati pochi giorni a Donald Trump per far sussultare mezzo mondo. I provvedimenti più “controversi” sono stati: il (completamento) del muro con il Messico e il blocco agli ingressi da “Paesi indesiderati”. Il mondo occidentale è rimasto sorpreso dal fatto che Trump abbia fatto quanto aveva dichiarato durante la campagna elettorale, un comportamento imprevedibile nel contesto della politica delle “sparate a salve”.

Ora, tralasciando le implicazioni del provvedimento “blocca terroristi” e tralasciando che alcuni Paesi islamici con cui Trump fa affari non sono stati inseriti nella black list, siamo così sicuri che l’Europa possa fare la morale al neo presidente USA? Le politiche sull’immigrazione del Vecchio Continente si è basato su un buonismo di facciata, ma su una sostanziale indifferenza e chiusura nel concreto. La gestione dell’emergenza immigrazione è stata lasciata in mano, di fatto, a Italia e Grecia. Il resto dell’Europa ha costruito muri, respingendo l’ondata di disperati.

Quindi, in sostanza, Trump ha semplicemente estremizzato l’atteggiamento dell’Europa. Lui non vuole persone provenienti da particolari Stati, noi siamo favorevoli all’accoglienza, ma solo se tale accoglienza non tocca i nostri confini nazionali, altrimenti diventa un problema. Trovo quasi più coerente l’operato di Trump, ripeto, discutibile finché si vuole. Sembra quasi che faccia comodo a qualcuno additarlo come “cattivo”, per farsi bello, per ripulire la propria immagine. Resto curioso di vedere come Trump si destreggerà nella politica mondiale, un elefante in un negozio Swarovski.

Le proteste contro Donald Trump

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Ieri Donald Trump è diventato ufficialmente il presidente degli Stati Uniti d’America. Non cennano a placarsi le polemiche e le proteste per la sua elezione, per il modo in cui il tycoon si è comportato durante la lunga campagna elettorale, in cui ha denigrato tutto e tutti, è stato misogino e xenofobo/razzista.

Sinceramente, però, non capisco perché la gente protesti contro Trump. Le proteste, al massimo, andrebbero indirizzate verso chi ha permesso a Donald Trump di finire alla Casa Bianca. Escludendo le questioni legate agli hackeraggi russi, Trump ha regolarmente vinto le elezioni contro Hillary Clinton; ha preso meno voti popolari della contendente, ma grazie alla legge elettorale americana è riuscito comunque a prevalere, quindi c’è poco da protestare. Tra l’altro, prima di alimentare il fuoco delle proteste attenderei di vederlo all’opera. Su Barack Obama, infatti, le attese erano diametralmente opposte rispetto a Trump, ma a conti fatti il doppio mandato di Obama è stato un sostanziale flop. Donald Trump, sotto questo aspetto, può essere una sorpresa positiva, basterebbe che non facesse parte delle idiozie che ha proclamato in campagna elettorale. Intanto ha cominciato col il percorso verso la cancellazione dell’Obamacare… #AmericaFirst

Rivendicazioni

capodanno_turchiaPensando all’attentato di Capodanno in Turchia, che ha causato 39 vittime, mi è sorta una riflessione sulle rivendicazioni dell’Isis. Ormai, i terroristi dell’Isis attendono aggiornamenti sulle notizie degli attentati prima di rivendicare questi atti criminali infami. Mentre in passato, subito dopo il crimine, avveniva la rivendicazione, magari con indicazione dei “martiri” coinvolti, ora sembra che nemmeno l’Isis sappia chi sono i suoi “affiliati”.

Ciò denota immediatamente un Isis meno organizzato, ma non meno pericoloso. Può darsi che sia un metodo, una strategia scelta dal Califfato per attaccare con più efficacia l’Occidente: al posto di cellule di jihadisti ben preparati e guidati da una mente centrale, una serie di mine vaganti, di lupi solitari da parte delle forze dell’ordine/intelligence locali. Difficilmente (me lo auguro) si avranno attentati organizzati come quello di Parigi, ma sarà inevitabile avere minuscoli focolai di fanatismo religioso dall’elevato impatto mediatico e, purtroppo, con perdite di civili.

Se le cose stanno così, però, qual è l’arma più efficace contro Isis? La morte non li spaventa, quindi la sola guerra militare non basterà. A tal proposito, si potrebbe perfino pensare, a voler pensare male, che la guerra all’Isis sia semplicemente un “teatrino”, poiché sono evidenti almeno un paio di cose:

  • la forza militare contro Isis potrebbe sconfiggere il Califfato in poco tempo
  • c’è sicuramente qualcuno nel cosiddetto “Occidente” che finanzia Isis e vende armi all’Isis.

Dunque, se la guerra limitata al solo piano militare non può dirsi sufficiente, allora bisogna attaccare anche su altri fronti. Credo, purtroppo, che un’arma del Califfato venga fabbricata da noi stessi, ovvero il sensazionalismo mediatico dei nostri giornali/tv/ecc. Anche questo stesso post, in un certo senso, contribuisce ad aumentare la paura e, quindi, finisce col fare un favore a questi fanatici. Il vero problema, però, sono tv e giornali che addirittura fanno programmi o servizi speciali per ricostruire le dinamiche degli attentati. A cosa serve tutto ciò? È un po’ come se la eco degli attentati non finisse mai, come se un singolo evento terroristico diventasse una lunga serie di attentati. Più se ne parla e più cresce la paura e la paura è l’arma che utilizzano questi assassini per farci morire dentro, per impedirci di vivere la nostra vita, per obbligarci a vivere come vogliono loro.

Nel 2017, mi chiedo, potremo fare il fioretto di essere meno morbosi su queste notizie di morte per dedicarci al lato positivo della vita? A volte basterebbe anche solo un po’ più di rispettoso silenzio…

Obama, figlio di Putin

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Barack Obama chiude il mandato presidenziale col botto, espellendo 35 diplomatici russi dagli USA per interferenze della Russia, tramite hacker, alle elezioni presidenziali del novembre scorso. Gli attacchi hanno avuto come bersaglio il Partito Democratico, uscito con le ossa rotte dalla tornata elettorale (Hillary Clinton sconfitta pur avendo vinto nel voto popolare).

Può darsi che l’amministrazione Obama abbia avuto ragione, può darsi che effettivamente degli hacker russi abbiamo attaccato database del Partito Democratico acquisendo informazioni, mail, contatti che possono aver arrecato un danno allo stesso alle elezioni. Ok, ma dove sono le prove? E dove sono le prove che collegano gli hacker russi al governo russo? Lungi da me voler apparire filo-russo o filo-Putin, ma la vicenda ha un nonsoché di ridicolo, sembra la reazione di un bambino che si vede sfilare dalle mani il giochino preferito. Inoltre, voglio ricordare, che a Barack Obama hanno assegnato il premio Nobel per la Pace; il premio Nobel più guerrafondaio che la Storia ricordi. E anche oggi, al tramonto del suo mandato politico, a una manciata di giorni dalla sua destituzione politica, ecco che non perde l’occasione per provare ad incrinare i rapporti con la Russia di Putin, dopo che negli ultimi anni ha utilizzato tutto il suo peso diplomatico per assegnare sanzioni alla Russia.

Fortunatamente Vladimir Putin si è dimostrato superiore e ha risposto di fioretto alla sciabolata di Obama. Non solo annuncia che non saranno espulsi diplomatici americani, ma aggiunge gli auguri per il neo eletto Donald Trump, augurandosi che «i nostri due Paesi, agendo in chiave costruttiva e pragmatica, sappiano ripristinare i meccanismi di cooperazione bilaterali in vari campi e portare a un livello qualitativamente nuovo l’interazione nell’arena internazionale». Insomma, l’ha fatto nero. La sconfitta della Clinton può darsi, seriamente, che sia una manna per il pianeta. Può darsi che il guerrafondaio Trump si dimostri più pacifista del suo predecessore. Preferisco un agnello vestito da lupo che un lupo vestito da agnello, sempre.

RegENI

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Se ancora c’è qualche incurabile ottimista che crede che si farà luce veramente sulla vicenda legata alla tortura e all’omicidio di Giulio Regeni credo che dovrà presto ricredersi. L’Egitto e il governo egiziano non hanno collaborato e mai collaboreranno alla ricerca del colpevole. Tutti gli indizi portano verso un’unica direzione, sarebbe un caso semplice da risolvere se non fosse che è coinvolto fino al collo un governo straniero e che con questo governo l’Italia (e alcune sue aziende) hanno ingenti interessi economici.

Le “rivelazioni” di Mohamed Abdallah, capo del sindacato autonomo degli ambulanti del Cairo, erano note agli inquirenti da mesi, addirittura da settembre a quanto pare. Di Giulio Regeni si parla sempre meno, solo Amnesty International continua a chiedere #veritàpergiulioregeni, la stampa e la politica hanno decisamente voltato pagina. Una eccezione è rappresentata dal Fatto Quotidiano che mette in luce che queste ultime notizie, insieme all’ammissione di Abdallah di aver segnalato ai servizi segreti egiziani Giulio Regeni, arrivano in un momento di normalizzazione dei rapporti fra Italia e Egitto.

Al-Masry Al-Youm, quotidiano egiziano, ha pubblicato il 25 dicembre scorso la notizia, appresa da fonti della Farnesina, che Giampaolo Cantini, nominato da Matteo Renzi a maggio scorso ambasciatore d’Italia in Egitto, arriverà a gennaio al Cairo prendendo il posto lasciato vacante, dall’aprile scorso, dall’ambasciatore Maurizio Massari, assegnato a Bruxelles. Rapporti in distensione, come ha fatto capire il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni durante la conferenza stampa di fine anno che ha spiegato che la linea del governo in questi mesi è stata improntata “alla fermezza e alla richiesta di collaborazione verso le autorità egiziane” e “dopo i depistaggi iniziali, abbiamo visto una collaborazione molto utile“.

Oltre alla distensione politica, anche sul lato economico si sono aperti nuove opportunità per il nostro Paese in Egitto: L’Eni infatti ha annunciato di aver firmato due nuovi accordi di concessione per i blocchi offshore di North El Hammad e North Ras El Esh, situati nelle acque convenzionali dell’offshore egiziano del Mediterraneo, che la società si era aggiudicati nell’ambito del Bid Round Internazionale competitivo Egas 2015. La memoria di Giulio Regeni viene sepolta da una montagna di petrodollari, è un meccanismo già visto e ben oliato (fin troppo, date le circostanze). Se non volete dimenticare Giulio Regeni, lasciate un segno concreto. Firmate l’appello di Amnesty. Forse non servirà a nulla, ma è un gesto che può alimentare la fiamma della speranza, per portare un po’ di luce in questa triste vicenda.