La rivolta dello zerbino

Fabio Fazio, giornalista e conduttore tv. È una persona che, si può dire tranquillamente, ha avuto tanto dalla vita professionale, soprattutto in Rai. Sostanzialmente, ha condotto tutti i programmi che uno poteva sognare di condurre, è uno che non si può lamentare. Ma come ha fatto per arrivare all’apice del successo? Senza voler sminuire le sue doti professionali (che non giudico, perché non conosco), Fabio Fazio ha sempre avuto quell’atteggiamento “flessibile”, oserei dire “democristiano”, raggiungendo vette tali da fargli ottenere il titolo di “uomo zerbino”.

Ora, qualche giorno fa, lo zerbino si è ribellato, un evento più unico che raro. Fazio ha denunciato l’intromissione della politica nella Rai, una situazione insostenibile per lui. Ok, bravo, finalmente se n’è accorto! Un po’ tardi, forse, ma meglio tardi che mai. Il punto è che questa polemica, formalmente corretta e condivisibile, è stata tirata in ballo per nascondere il vero motivo della rivolta: i soldi! Eh sì, perché quello che Fazio non digerisce non è tanto l’ingerenza della politica nella Rai, nei suoi contenuti, bensì per il fatto che siano stati imposti dei tetti agli stipendi nel pubblico che, quindi, coinvolgono anche mamma Rai. Finché la politica ha abusato della Rai e lui, da buon zerbino, non ha mai osato alzare la voce, ha sempre sorriso e ammiccato al politico di turno in voga al momento. Spiace dirlo, ma Fazio ha fatto un autogol con questa polemica, ha dimostrato come il denaro sia sovrano su tutto, anche sulla dignità delle persone.

Siamo tutti Donald Trump

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Sono bastati pochi giorni a Donald Trump per far sussultare mezzo mondo. I provvedimenti più “controversi” sono stati: il (completamento) del muro con il Messico e il blocco agli ingressi da “Paesi indesiderati”. Il mondo occidentale è rimasto sorpreso dal fatto che Trump abbia fatto quanto aveva dichiarato durante la campagna elettorale, un comportamento imprevedibile nel contesto della politica delle “sparate a salve”.

Ora, tralasciando le implicazioni del provvedimento “blocca terroristi” e tralasciando che alcuni Paesi islamici con cui Trump fa affari non sono stati inseriti nella black list, siamo così sicuri che l’Europa possa fare la morale al neo presidente USA? Le politiche sull’immigrazione del Vecchio Continente si è basato su un buonismo di facciata, ma su una sostanziale indifferenza e chiusura nel concreto. La gestione dell’emergenza immigrazione è stata lasciata in mano, di fatto, a Italia e Grecia. Il resto dell’Europa ha costruito muri, respingendo l’ondata di disperati.

Quindi, in sostanza, Trump ha semplicemente estremizzato l’atteggiamento dell’Europa. Lui non vuole persone provenienti da particolari Stati, noi siamo favorevoli all’accoglienza, ma solo se tale accoglienza non tocca i nostri confini nazionali, altrimenti diventa un problema. Trovo quasi più coerente l’operato di Trump, ripeto, discutibile finché si vuole. Sembra quasi che faccia comodo a qualcuno additarlo come “cattivo”, per farsi bello, per ripulire la propria immagine. Resto curioso di vedere come Trump si destreggerà nella politica mondiale, un elefante in un negozio Swarovski.

Le proteste contro Donald Trump

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Ieri Donald Trump è diventato ufficialmente il presidente degli Stati Uniti d’America. Non cennano a placarsi le polemiche e le proteste per la sua elezione, per il modo in cui il tycoon si è comportato durante la lunga campagna elettorale, in cui ha denigrato tutto e tutti, è stato misogino e xenofobo/razzista.

Sinceramente, però, non capisco perché la gente protesti contro Trump. Le proteste, al massimo, andrebbero indirizzate verso chi ha permesso a Donald Trump di finire alla Casa Bianca. Escludendo le questioni legate agli hackeraggi russi, Trump ha regolarmente vinto le elezioni contro Hillary Clinton; ha preso meno voti popolari della contendente, ma grazie alla legge elettorale americana è riuscito comunque a prevalere, quindi c’è poco da protestare. Tra l’altro, prima di alimentare il fuoco delle proteste attenderei di vederlo all’opera. Su Barack Obama, infatti, le attese erano diametralmente opposte rispetto a Trump, ma a conti fatti il doppio mandato di Obama è stato un sostanziale flop. Donald Trump, sotto questo aspetto, può essere una sorpresa positiva, basterebbe che non facesse parte delle idiozie che ha proclamato in campagna elettorale. Intanto ha cominciato col il percorso verso la cancellazione dell’Obamacare… #AmericaFirst

Rivendicazioni

capodanno_turchiaPensando all’attentato di Capodanno in Turchia, che ha causato 39 vittime, mi è sorta una riflessione sulle rivendicazioni dell’Isis. Ormai, i terroristi dell’Isis attendono aggiornamenti sulle notizie degli attentati prima di rivendicare questi atti criminali infami. Mentre in passato, subito dopo il crimine, avveniva la rivendicazione, magari con indicazione dei “martiri” coinvolti, ora sembra che nemmeno l’Isis sappia chi sono i suoi “affiliati”.

Ciò denota immediatamente un Isis meno organizzato, ma non meno pericoloso. Può darsi che sia un metodo, una strategia scelta dal Califfato per attaccare con più efficacia l’Occidente: al posto di cellule di jihadisti ben preparati e guidati da una mente centrale, una serie di mine vaganti, di lupi solitari da parte delle forze dell’ordine/intelligence locali. Difficilmente (me lo auguro) si avranno attentati organizzati come quello di Parigi, ma sarà inevitabile avere minuscoli focolai di fanatismo religioso dall’elevato impatto mediatico e, purtroppo, con perdite di civili.

Se le cose stanno così, però, qual è l’arma più efficace contro Isis? La morte non li spaventa, quindi la sola guerra militare non basterà. A tal proposito, si potrebbe perfino pensare, a voler pensare male, che la guerra all’Isis sia semplicemente un “teatrino”, poiché sono evidenti almeno un paio di cose:

  • la forza militare contro Isis potrebbe sconfiggere il Califfato in poco tempo
  • c’è sicuramente qualcuno nel cosiddetto “Occidente” che finanzia Isis e vende armi all’Isis.

Dunque, se la guerra limitata al solo piano militare non può dirsi sufficiente, allora bisogna attaccare anche su altri fronti. Credo, purtroppo, che un’arma del Califfato venga fabbricata da noi stessi, ovvero il sensazionalismo mediatico dei nostri giornali/tv/ecc. Anche questo stesso post, in un certo senso, contribuisce ad aumentare la paura e, quindi, finisce col fare un favore a questi fanatici. Il vero problema, però, sono tv e giornali che addirittura fanno programmi o servizi speciali per ricostruire le dinamiche degli attentati. A cosa serve tutto ciò? È un po’ come se la eco degli attentati non finisse mai, come se un singolo evento terroristico diventasse una lunga serie di attentati. Più se ne parla e più cresce la paura e la paura è l’arma che utilizzano questi assassini per farci morire dentro, per impedirci di vivere la nostra vita, per obbligarci a vivere come vogliono loro.

Nel 2017, mi chiedo, potremo fare il fioretto di essere meno morbosi su queste notizie di morte per dedicarci al lato positivo della vita? A volte basterebbe anche solo un po’ più di rispettoso silenzio…

Obama, figlio di Putin

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Barack Obama chiude il mandato presidenziale col botto, espellendo 35 diplomatici russi dagli USA per interferenze della Russia, tramite hacker, alle elezioni presidenziali del novembre scorso. Gli attacchi hanno avuto come bersaglio il Partito Democratico, uscito con le ossa rotte dalla tornata elettorale (Hillary Clinton sconfitta pur avendo vinto nel voto popolare).

Può darsi che l’amministrazione Obama abbia avuto ragione, può darsi che effettivamente degli hacker russi abbiamo attaccato database del Partito Democratico acquisendo informazioni, mail, contatti che possono aver arrecato un danno allo stesso alle elezioni. Ok, ma dove sono le prove? E dove sono le prove che collegano gli hacker russi al governo russo? Lungi da me voler apparire filo-russo o filo-Putin, ma la vicenda ha un nonsoché di ridicolo, sembra la reazione di un bambino che si vede sfilare dalle mani il giochino preferito. Inoltre, voglio ricordare, che a Barack Obama hanno assegnato il premio Nobel per la Pace; il premio Nobel più guerrafondaio che la Storia ricordi. E anche oggi, al tramonto del suo mandato politico, a una manciata di giorni dalla sua destituzione politica, ecco che non perde l’occasione per provare ad incrinare i rapporti con la Russia di Putin, dopo che negli ultimi anni ha utilizzato tutto il suo peso diplomatico per assegnare sanzioni alla Russia.

Fortunatamente Vladimir Putin si è dimostrato superiore e ha risposto di fioretto alla sciabolata di Obama. Non solo annuncia che non saranno espulsi diplomatici americani, ma aggiunge gli auguri per il neo eletto Donald Trump, augurandosi che «i nostri due Paesi, agendo in chiave costruttiva e pragmatica, sappiano ripristinare i meccanismi di cooperazione bilaterali in vari campi e portare a un livello qualitativamente nuovo l’interazione nell’arena internazionale». Insomma, l’ha fatto nero. La sconfitta della Clinton può darsi, seriamente, che sia una manna per il pianeta. Può darsi che il guerrafondaio Trump si dimostri più pacifista del suo predecessore. Preferisco un agnello vestito da lupo che un lupo vestito da agnello, sempre.

RegENI

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Se ancora c’è qualche incurabile ottimista che crede che si farà luce veramente sulla vicenda legata alla tortura e all’omicidio di Giulio Regeni credo che dovrà presto ricredersi. L’Egitto e il governo egiziano non hanno collaborato e mai collaboreranno alla ricerca del colpevole. Tutti gli indizi portano verso un’unica direzione, sarebbe un caso semplice da risolvere se non fosse che è coinvolto fino al collo un governo straniero e che con questo governo l’Italia (e alcune sue aziende) hanno ingenti interessi economici.

Le “rivelazioni” di Mohamed Abdallah, capo del sindacato autonomo degli ambulanti del Cairo, erano note agli inquirenti da mesi, addirittura da settembre a quanto pare. Di Giulio Regeni si parla sempre meno, solo Amnesty International continua a chiedere #veritàpergiulioregeni, la stampa e la politica hanno decisamente voltato pagina. Una eccezione è rappresentata dal Fatto Quotidiano che mette in luce che queste ultime notizie, insieme all’ammissione di Abdallah di aver segnalato ai servizi segreti egiziani Giulio Regeni, arrivano in un momento di normalizzazione dei rapporti fra Italia e Egitto.

Al-Masry Al-Youm, quotidiano egiziano, ha pubblicato il 25 dicembre scorso la notizia, appresa da fonti della Farnesina, che Giampaolo Cantini, nominato da Matteo Renzi a maggio scorso ambasciatore d’Italia in Egitto, arriverà a gennaio al Cairo prendendo il posto lasciato vacante, dall’aprile scorso, dall’ambasciatore Maurizio Massari, assegnato a Bruxelles. Rapporti in distensione, come ha fatto capire il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni durante la conferenza stampa di fine anno che ha spiegato che la linea del governo in questi mesi è stata improntata “alla fermezza e alla richiesta di collaborazione verso le autorità egiziane” e “dopo i depistaggi iniziali, abbiamo visto una collaborazione molto utile“.

Oltre alla distensione politica, anche sul lato economico si sono aperti nuove opportunità per il nostro Paese in Egitto: L’Eni infatti ha annunciato di aver firmato due nuovi accordi di concessione per i blocchi offshore di North El Hammad e North Ras El Esh, situati nelle acque convenzionali dell’offshore egiziano del Mediterraneo, che la società si era aggiudicati nell’ambito del Bid Round Internazionale competitivo Egas 2015. La memoria di Giulio Regeni viene sepolta da una montagna di petrodollari, è un meccanismo già visto e ben oliato (fin troppo, date le circostanze). Se non volete dimenticare Giulio Regeni, lasciate un segno concreto. Firmate l’appello di Amnesty. Forse non servirà a nulla, ma è un gesto che può alimentare la fiamma della speranza, per portare un po’ di luce in questa triste vicenda.

Malattia e visite fiscali: cosa cambia nel 2017

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Tra le novità introdotte per il 2017, i controlli che scattano il primo giorno di assenza anche per i lavoratori privati e il medico fiscale inviato d’ufficio. Per evitare sanzioni severe la prima cosa da fare quando ci si ammala è avvertire il datore di lavoro. Il tempo per farlo è regolato in base al contratto collettivo di lavoro applicato dall’azienda per la quale si lavora.

Normalmente si deve avvertire prima dell’inizio del turno di lavoro per le aziende che applicano i seguenti contratti collettivi: telecomunicazioni, terziario e commercio, turismo, gomma/plastica, carta, tessile/abbigliamento/confezioni, grafica /editoria, alimentare; entro 2 ore dall’inizio del turno lavorativo per le aziende che applicano il Ccnl Autotrasporto; entro 4 ore dall’inizio del turno lavorativo per le aziende di autotrasporto (relativamente al personale viaggiante e soggetto a turni continui avvicendati), legno/arredamento, chimica, calzature e infine, entro il primo giorno di assenza per le aziende che applicano il Ccnl Metalmeccanica.

Nei casi di giustificato e comprovato impedimento non vige l’obbligo di avvertire. Se l’inadempimento non viene giustificato, il datore di lavoro può sanzionare il dipendente, anche se il certificato medico è inviato nei termini. Per ottenere il certificato medico, occorre recarsi tempestivamente da proprio medico curante, entro 48 ore (2 giorni) dal verificarsi della patologia. Il medico trasmetterà il certificato di malattia, con la diagnosi, la prognosi e l’indirizzo nel quale il dipendente è reperibile, in via telematica all’Inps e rilascerà una ricevuta col numero di protocollo. Se il contratto collettivo o gli accordi con il datore di lavoro lo prevedono, si dovrà inviare il numero di protocollo al datore di lavoro.

Se il proprio medico curante è assente, è possibile recarsi da un altro medico convenzionato col servizio sanitario nazionale (Ssn) o dalla guardia medica. In caso di ricovero, è l’ospedale a dover inviare il certificato medico. Se invece la trasmissione telematica risulta impossibile, è necessario inviare con raccomandata il certificato, entro lo stesso termine di 2 giorni previsto per l’invio telematico.

Avvertito il datore di lavoro e trasmesso il certificato medico, occorre rendersi reperibile per la visita fiscale. Si tratta di un controllo da parte di un medico fiscale dell’Inps, volto a verificare lo stato di malattia. Le fasce di reperibilità alle quali bisogna attenersi sono: dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19, se si è dipendenti del settore privato; dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18, se si è dipendente pubblico.

In determinati casi non si è obbligati a essere reperibili nelle fasce orarie per la visita fiscale. Le ipotesi di esonero, in particolare, riguardano il ricovero presso una struttura sanitaria (chi è ricoverato in ospedale non può assolutamente ricevere la visita fiscale, né in loco, né, ovviamente, presso la propria abitazione); l’esistenza di una patologia grave che richiede cure salvavita (l’ipotesi riguarda, ad esempio, chi ha gravi patologie cardiache, pazienti con patologie oncologiche, dializzati); l’infortunio sul lavoro e la malattia professionale; una malattia correlata a un’eventuale invalidità o menomazione del dipendente (sono i casi, in pratica, in cui il malato possiede una percentuale d’invalidità o un handicap, anche non grave).

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Lo scopriremo solo Vivendi

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Ormai da mesi si parla delle trattative/beghe tra il colosso francese Vivendi e la “nostra” Mediaset, società sotto il controllo della famiglia Berlusconi tramite la holding Fininvest. La querelle nasce da questa primavera quando le due società sottoscrissero un accordo che prevedeva anche la cessione della pay tv del Biscione, Mediaset Premium, a Vivendi di Bolloré. Non nascondo che i termini dell’accordo, considerando la scarsa redditività della pay tv in perenne perdita, mi lasciarono alquanto sospetto. Sembrava, a tutti gli effetti, un modo escogitato da Bolloré per provare a mettere le mani su tutto il pacchetto Mediaset, cominciando dalla parte meno conveniente.

A quanto pare, effettivamente Vivendi voleva utilizzare Mediaset Premium come grimaldello per aprire la cassaforte Mediaset, ma con un utilizzo un po’ meno ortodosso di quanto previsto. La rinuncia all’acquisto di Premium e la successiva scalata ostile al titolo Mediaset in borsa, configura esattamente una fattispecie di abuso di mercato, in cui si diffondono notizie negative sul titolo per acquistarlo a mercato a prezzi più vantaggiosi. È probabile che Vivendi abbia sfruttato strumenti derivati per passare da circa il 3% al 20% di Mediaset in un paio di giorni, oltre ad avvalersi di qualche “prestanome” che nel corso dei giorni precedenti hanno comprato per conto di Vivendi.

Che cosa abbia realmente in mente Vivendi in pochi lo sanno, comunque. Quello che è certo è che hanno grandi disponibilità liquide da investire e che hanno un atteggiamento spregiudicato, sono disposti a tutto. La vicenda, riguardando Silvio Berlusconi, ha acceso gli animi politici e ha fatto parlare anche di difesa dell’italianità delle nostre aziende (in altri casi abbiamo lasciato che ci rapinassero tranquillamente, senza aprir bocca). Nella realtà, comunque, la scalata di Mediaset da parte di Vivendi dimostra ancora di più come la parabola discendente dell’ex Cavaliere sia ormai inesorabile, sia a livello politico sia a livello personale. La vicenda si va ad aggiungere alla cessione del Milan su cui non si perviene mai ad un definitivo closing. Dopo una vita costellata di successi, ora la vecchiaia per Berlusconi assume sempre più i connotati della disfatta.