Settlement fankulen

Atalanta BC v AC Milan - Serie A

Devo ammettere che sulla vicenda tra Milan e UEFA avevo quello strano sentore di pessima notizia in arrivo e, puntualmente, la pessima notizia è arrivata: con un comunicato ufficiale, la UEFA ha rinviato a giudizio l’AC Milan per violazione del FFP (Financial Fair Play), contestualmente negando la possibilità di un cosiddetto Settlement Agreement, una sorta di patteggiamento tra le parti coinvolte. Ricordo, sorridendo amaramente, che a dicembre scorso la UEFA aveva già sbattuto la porta in faccia al Milan, in occasione della presentazione (la seconda versione) del Voluntary Agreement.

Ammetto di non conoscere a fondo la normativa sul FFP, quindi non voglio entrare nel merito. Dalla vicenda, però, mi sorge un dubbio abbastanza pesante. La teoria sostenuta dall’attuale ad del Milan, Marco Fassone, era che le eventuali sanzioni imposte dalla UEFA dipendessero quasi esclusivamente dalla precedente gestione (Fininvest, con il duo Berlusconi-Galliani). Ora, invece, si evince abbastanza chiaramente che i dubbi e le perplessità di Nyon vertono su:

  1. Elevate incertezze sul rifinanziamento del debito che non si è concluso e non si sa se (e quando) verrà concluso: anche nell’ipotesi più favorevole, comunque, si tratterebbe di elementi al momento assenti dal piano.
  2. Troppe incertezze sull’azionista di riferimento, mister Yonghong Li, la cui figura non ha contorni chiarissimi. In ogni caso, se anche ci fosse un cambio di proprietà, resterebbe al momento un dubbio: il fondo Elliot vuole diventare il nuovo proprietario oppure vendere a sua volta?
  3. Troppe incertezze sui ricavi futuri, soprattutto quelli cinesi: l’Uefa rimprovera il fatto che il piano del Milan si basi su entrate che non hanno conferma, considerato che il mercato cinese non è neanche partito.

Queste 3 motivazioni fanno riferimento alla situazione attuale e a quella prospettica della società Milan, non al passato. Posto che il Milan debba pagare una multa per una gestione poco attenta durante gli ultimi anni di gestione Fininvest, la mancata accettazione del Settlement Agreement sembra dipendere esclusivamente da fattori che riguardano l’attuale proprietà e l’attuale gestione. Gli elementi sollevati dalla UEFA, tranne forse per il primo punto, sono oggettivi il Milan non sembra in grado di difendersi adeguatamente. Il proprietario del Milan, ad esempio, è un perfetto signor nessuno, non lo conosco nemmeno in Cina e le uniche notizia che si riescono a reperire su di lui sono legate a truffe o al fallimento della sua holding. I ricavi, poi, sono sempre oggetto di iper-ottimismo da parte di chi redige piani industriali e, immagino, anche il Milan non è stato da meno.

Marco Fassone non l’ha presa benissimo e ha commentato così la decisione del massimo organo calcistico europeo:

“Mi sembra importante che il Milan assuma una posizione chiara dopo il comunicato dell’Uefa. C’è sorpresa e amarezza perché mi attendevo che la Uefa ci offrisse un settlement agreement: perché da quando c’è il financial fair play c’è sempre stata la concessione del settlement, c’è stato un solo caso in passato con una società russa, non di primissimo livello, che è stata rimandata. Il voluntary agreement non ci è stato consentito perché la commissione riteneva opportuna la garanzia bancaria da 165 milioni da parte della holding – prosegue Fassone – . La Uefa dice che il fatto che la holding non abbia rifinanziato il debito con Elliott getta delle nubi sul futuro della società. Ma questa ipotesi non tiene conto della nostra proposta di sentire il nostro finanziatore che è Elliott, il quale ha garantito anche per scritto una continuità dell’azienda, ma anche ai continui adempienti della proprietà del Milan come gli aumenti di capitale che sono stati versati con regolarità, ci sono rimasta male francamente, il dossier che doveva fare l’abbiamo fatto. Da domani parte l’analisi del dispositivo da parte dei nostri legali, rappresenta un danno importante sotto il profilo dell’immagine”

Come vedete, l’ad si attacca solo al primo punto, escludendo gli altri (tranne quando cita la puntualità degli aumenti di capitale, anche se puntuali puntuali non mi sembra che siano stati). Sono concorde sul fatto che rappresenti un cospicuo danno d’immagine per l’AC Milan, ma spero non lo voglia imputare alla Uefa. Ci manca solo questo…

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Paradise Papers

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Domani (ore 21:15 Rai3) la trasmissione Report tornerà sull’argomento Paradise Papers e ho già pronti i pop corn per l’occasione. Il tema mi interessa molto, perché sono un appassionato di finanza (ovviamente, questo ne rappresenta il “Lato Oscuro”, o uno di essi) e perché sono “orgogliosamente poveraccio”, nel senso che non navigo nell’oro e mai mi capiterà di trovarmi direttamente con tali situazioni, fortunatamente aggiungo. Forse, e dico forse, ho avuto modo di vedere qualcosa da lontano, ma è un argomento che è meglio non trattare, almeno pubblicamente.

Innanzitutto, invito ad informarsi bene sul tema: per l’Italia l’argomento è stato seguito e documentato dalla trasmissione Report e dal giornale L’Espresso. Il tutto è partito da un corposo pacchetto di documenti messo a disposizione del gruppo giornalistico ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists), proveniente principalmente da un famosissimo studio legale (Appleby) specializzato nell’offshore. Riassumere le evidenze finora emerse è un’impresa ardua, perché i personaggi coinvolti nello scandalo dei Paradise Papers sono un’autentica moltitudine; anche limitandosi al solo contesto nazionale, le carte sinora hanno già permesso di ricostruire fatti ed eventi di grande rilevanza per il nostro Paese (tanto per citarne uno, lo scandalo IMI-Sir).

Insomma, non vedo l’ora di vedere l’ennesimo vaso di Pandora scoperchiato dai giornalisti di Report e dal loro splendido lavoro investigativo. In questo nuovo capitolo dovrebbero focalizzarsi sulle principali piazze finanziarie mondiali che attraggono i capitali (Singapore, Dubai, Svizzera, Hong Kong). Sarà un bel viaggio…

Il fallimento di Tesla

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No, ancora non è successo e, forse, mai avverrà. Ma quello che è certo è che la nota e innovativa casa automobilistica Tesla, del celeberrimo e spesso geniale miliardario Elon Musk che, fra le sue tante idee geniali, sta provando a rovesciare il tavolo del mercato automotive, passando da un mondo a base di motore a scoppio verso il motore elettrico a zero emissioni. Un sogno bello ed entusiasmante, ma che pare non si stia realizzando appieno. Tra i pessimisti sul sogno di Elon Musk, forse tra i più pessimisti sul progetto Tesla c’è John Thompson, gestore di un hedge fund e CEO di Vilas Capital Management, il quale, come si suol dire, la tocca piano e sostiene apertamente:

Unless Elon Musk “pulls a rabbit out of his hat,” Tesla will be bankrupt within four months

Ma non si tratta semplicemente di parole, perché John Thompson dalle parole è passato, da anni, ai fatti, assumendo una pesante posizione short sul fondo hedge da lui gestito e, di fatto, scommettendo sulla bontà delle proprie posizioni sostenute con forza.
Ok, ma cosa non va in Tesla? Perché si parla di un imminente fallimento alle porte? Beh, innanzitutto Tesla ha difficoltà nel fare ricavi e, soprattutto, si è dimostrata particolarmente allergica agli utili. E su questo punto c’è una generale convergenza di opinioni, perché i numeri del bilancio di Tesla sono molto “scarichi”. Ad esempio, lo stesso Thompson mette in relazione i numeri di Ford, che è valutata la metà di Tesla, nonostante la Ford abbia prodotto 6 milioni di automobili realizzando profitti per 7.6 miliardi di dollari, mentre Tesla ne ha prodotti 100.000 con 2 miliardi di perdita.

Altri motivi per essere dubbiosi sul futuro di Tesla li spiega egregiamente Enrico Verga e vi invito a leggerlo attentamente. Mi soffermo su un punto che ritengo essere il vero nodo cruciale del sogno Tesla, ossia la Model 3, ovvero quell’auto elettrica “economica” che nell’ottica di Musk dovrebbe rappresentare la vera diffusione su larga scala dell’auto elettrica. Ecco, su questo argomento stanno emergendo tutti i problemi connessi al passaggio da una produzione di nicchia (Model X e Model S a prezzi esorbitanti e, quasi, proibitivi) ad una vera produzione di massa.
Tra l’altro Musk non ha solo Tesla in testa, questa è solo la punta dell’iceberg del suo mondo imprenditoriale. Sarebbe un vero peccato se Tesla dovesse finire gambe all’aria perché ha avuto il merito di fungere da grimaldello per scardinare il mercato automobilistico fossilizzato sui combustibili fossili. Vedremo chi vincerà, alla fine, tra Elon Musk e gli shortisti su Tesla.

Chiudiamola col closing 

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Fra oggi e l’inizio della prossima settimana dovremmo sapere se la trattativa tra Fininvest e SES per la cessione del Milan può continuare (l’accordo era stato firmato ad inizio agosto 2016, mica l’altro ieri). Tutto (o quasi) lascia intendere che la trattativa proseguirà, perché Fininvest vuole disfarsi dell’asset Milan che rappresenta solo un buco nero per le casse della holding della famiglia Berlusconi, e SES (il consorzio di cinesi anonimi) ha già versato 200 milioni di caparre e non credo che vorrebbe buttarle via così facilmente.

Oggi si vocifera, ma sembra più una prese per i fondelli, della nuova data del closing fissata per il 14 aprile p.v., il Venerdì Santo. Immagino Berlusconi che celebrerà l’Ultima Cena da presidente del Milan e inorridisco… Prima di arrivare al closing, comunque, ci sono un paio di cosette da fare: innanzitutto, accettare le condizioni poste da Fininvest nella nuova bozza di accordo. Poi, versare un’ulteriore caparra da 100 milioni di euro, tanto per non perdere l’abitudine.

Inutile dire che il tifoso rossonero medio è rimasto esterrefatto da un rinvio in estremis che sembrava ormai impossibile. Fa ancora un rumore assordante il silenzio stesso di Fininvest che non ha rilasciato alcun comunicato ufficiale sulla vicenda, lasciando inevitabilmente a giornalisti e opinionisti le teorie più disparate.

Quello che stupisce e che dovrebbe stuzzicare l’interesse dei giornalisti che seguono la gestazione del closing del Milan è: ma dietro a sti fantomatici cinesi, dietro a Yonghong Li chi si nasconde? Ad esempio, io credo che Erick Thohir fosse una testa di ponte di Mr Suning, che ha fatto gestire la società al manager indonesiano perché sistemasse i conti e l’ha poi consegnata al magnate cinese ripulita, economicamente e finanziariamente più sana e solida. Allo stesso modo, immagino che possa esserci qualche pezzo grosso interessato al Milan, voglioso però di gestire una squadra più sana e solida, prima di poter investire capitali importanti. Le schermaglie attuali, tra SES e Fininvest, immagino possano dipendere dalla volontà del consorzio cinese di abbassare le pretese del venditore (se sei così favorevole e disponibile alla cessione, è evidente che il prezzo possa scendere). Ovviamente, la verità la conoscono solo i diretti interessati, noi comuni mortali possiamo solo puntare a tirare a indovinare, sulla base delle informazioni, spesso distorte, che ci arrivano. Rimane un po’ l’amaro in bocca per una grande e gloriosa società di calcio trattata come un rottame, sia da chi compra sia da chi vende.

Lo scopriremo solo Vivendi

Vivendi_Mediaset

Ormai da mesi si parla delle trattative/beghe tra il colosso francese Vivendi e la “nostra” Mediaset, società sotto il controllo della famiglia Berlusconi tramite la holding Fininvest. La querelle nasce da questa primavera quando le due società sottoscrissero un accordo che prevedeva anche la cessione della pay tv del Biscione, Mediaset Premium, a Vivendi di Bolloré. Non nascondo che i termini dell’accordo, considerando la scarsa redditività della pay tv in perenne perdita, mi lasciarono alquanto sospetto. Sembrava, a tutti gli effetti, un modo escogitato da Bolloré per provare a mettere le mani su tutto il pacchetto Mediaset, cominciando dalla parte meno conveniente.

A quanto pare, effettivamente Vivendi voleva utilizzare Mediaset Premium come grimaldello per aprire la cassaforte Mediaset, ma con un utilizzo un po’ meno ortodosso di quanto previsto. La rinuncia all’acquisto di Premium e la successiva scalata ostile al titolo Mediaset in borsa, configura esattamente una fattispecie di abuso di mercato, in cui si diffondono notizie negative sul titolo per acquistarlo a mercato a prezzi più vantaggiosi. È probabile che Vivendi abbia sfruttato strumenti derivati per passare da circa il 3% al 20% di Mediaset in un paio di giorni, oltre ad avvalersi di qualche “prestanome” che nel corso dei giorni precedenti hanno comprato per conto di Vivendi.

Che cosa abbia realmente in mente Vivendi in pochi lo sanno, comunque. Quello che è certo è che hanno grandi disponibilità liquide da investire e che hanno un atteggiamento spregiudicato, sono disposti a tutto. La vicenda, riguardando Silvio Berlusconi, ha acceso gli animi politici e ha fatto parlare anche di difesa dell’italianità delle nostre aziende (in altri casi abbiamo lasciato che ci rapinassero tranquillamente, senza aprir bocca). Nella realtà, comunque, la scalata di Mediaset da parte di Vivendi dimostra ancora di più come la parabola discendente dell’ex Cavaliere sia ormai inesorabile, sia a livello politico sia a livello personale. La vicenda si va ad aggiungere alla cessione del Milan su cui non si perviene mai ad un definitivo closing. Dopo una vita costellata di successi, ora la vecchiaia per Berlusconi assume sempre più i connotati della disfatta.

Ridiamo, finché Draghi ce lo permette

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A tutt’oggi l’economia europea è drogata dal Quantitative Easing della BCE. Questo è lampante. Ma cosa accadrebbe se Mario Draghi (o il suo sostituto) interrompessero il programma di acquisto di titoli di Stato? Partiamo dal presupposto che il QE non può essere eterno, deve avere una fine (si spera quando l’economia reale fosse ripartita adeguatamente). Finora il Quantitative Easing ha sostanzialmente livellato le economie europee, non permettendo alla speculazione di approfittare dei gap che esistono fra di esse. Le differenze fra i Paesi sono rimaste, ma sono state narcotizzate, praticamente.

Stessa moneta ma economie molto eterogenee creano, di fatto, terreno fertile alla speculazione. Che viene spesso bollata come negativa, “perfida”, ma in realtà rappresenta il modo più evidente di rappresentare la voglia di guadagnare degli investitori, perché tutti investono per guadagnare, poco o tanto che sia. Draghi, finora, ha reso più difficile il lavoro degli speculatori, ma è solo questione di tempo. In Europa, specialmente dalla Germania, si sono elevate diverse voci preoccupate, sia per l’operato di Draghi, sia per la caduta del governo Renzi che veniva visto come “modernizzatore” del Paese.

Morale della favola: il tempo è un fattore che ci gioca contro, in tutti i sensi. La cronica lentezza della crescita economica italiana, il debito pubblico debordante e sempre crescente, una classe politica poco preparata e capace per affrontare le sfide del Paese, creano un mix letale, soprattutto se si considera che il tutto è condito da un Euro inadatto alla nostra economia, di fatto importato dall’Europa. Mi auguro che il futuro del Paese sia roseo, ma non ne sono così sicuro. Nel frattempo, comunque, io rido. Con Draghi.

Le dimissioni di Renzi, la reazione di Piazza Affari

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Dopo un avvio incerto in territorio negativo, Piazza Affari dimostra di voler guardare oltre all’esperienza del governo Renzi. Guardando al grafico, infatti, non si direbbe che nella notte è avvenuto un pesante scrollone politico in Italia, è come se il referendum non fosse avvenuto. Ovviamente, la giornata borsistica è ancora lunga, ma questo dimostra che parlare prima di possibili reazioni dei mercati è solamente fuffa.

Volendo proseguire, però, sul genere fuffa, mi voglio sbilanciare e dico che il vero scossone ai mercati arriverebbe nel caso (remoto) in cui il presidente Mattarella sciogliesse le Camere e mandasse il Paese a elezioni anticipate. Ecco che, allora, le paure populiste e anti-europeiste svanite sul voto austriaco, riapparirebbero immediatamente sull’Italia.

Questa reazione dei mercati è la dimostrazione che: a) si ritiene improbabile il voto anticipato; b) si crede che il nuovo governo proseguirà sostanzialmente sul solco tracciato dal governo Renzi; c) l’Italia conta veramente poco, per il momento.

Lapo Independent

Lapo_IndependentVabbè, il buon Lapo ci è ricascato. Ancora una volta il suo nome, e per riflesso quello di tutta la famiglia Agnelli, viene accostato ad un caso di sesso (con trans), droga e alcol. Fortunatamente, per lui, questa volta pare che non abbia rischiato la pelle come 11 anni fa, quando uno dei transessuali con cui si era appartato dovette chiamare un’ambulanza per il mix di oppio, cocaina ed eroina che aveva preso.

Non ha rischiato la vita, meno male, ma Lapo ora ha definitivamente perso la faccia. La storia di sesso, alcol e droga, unita al tentativo maldestro di finto sequestro con cui chiedeva alla famiglia 10.000 dollari, ora cancella drammaticamente la sua immagine pubblica; il buon Lapo rischia di finire in carcere (possibile detenzione da 2 fino a 10 anni) e, anche se dubito che il rampollo della casata Agnelli possa finire in gattabuia, perché si possono permettere sicuramente un pool di avvocati in grado di tirarlo fuori dai guai, resta il fatto che Lapo Elkann non è solo un “figlio di” (no, non voglio essere volgare), è anche a capo di una società quotata su Borsa Italiana, la Italia Independent Group [IIG].

Chissà, magari non c’entra nulla, ma l’andamento borsistico della sua creatura non è certamente dei migliori. Basta dare un’occhiata alla pagina dedicata su Borsa Italiana per capire che non sta andando come lui credeva. Ad oggi, la performance a 6 mesi del titolo -84,17%, a un anno -88,83%. Equita, nel mese di settembre, ha abbassato il target price da 14 € a 5 €, ma oggi il titolo prezza sotto i 3 euro (ora 2,896 €). Tra l’altro, si è da poco conclusa un’operazione di aumento di capitale in cui Lapo Elkann, tra l’altro, oltre ad esercitare in opzione la propria quota, ha dovuto sottoscrivere tutto l’inoptato (n° 269.932 azioni ad euro 3,40 ad azione). Ecco spiegato, forse, perché Lapo si trovava a corto di quattrini a Manhattan.

Ora, secondo voi, una azienda che fa dell’immagine il proprio tratto distintivo, come potrà reagire a questo danno d’immagine? Lapo Elkann, attualmente, detiene il 50,87% delle azioni IIG ed è presidente del Consiglio di Amministrazione; immagino che, probabilmente, dovrà farsi da parte per ovvie ragioni, ma basterà levarsi la poltrona da sotto il culo?

Italia Independent Group è a capo di un gruppo attivo nel mercato dell’eyewear, dei prodotti lifestyle – attraverso il proprio brand Italia Independent – e della comunicazione attraverso la propria agenzia Independent Ideas. Inoltre, grazie all’esperienza internazionale del management nello sviluppo prodotti e nella comunicazione, il Gruppo è coinvolto anche in iniziative imprenditoriali e commerciali nei settori della comunicazione, del design e dello stile che creino sinergie per sostenere la crescita, in Italia e all’estero, del marchio Italia Independent. A tal fine il Gruppo partecipa ad alcune iniziative imprenditoriali realizzate attraverso I-Spirit Vodka e Care Label.

Standard & Pooh

La più odiata agenzia di rating internazionale ha colpito ancora. Questa volta la vittima sacrificale è stata la Spagna, Paese declassato di 2 “notches” da A a BBB+. La Spagna, in sostanza, ripercorre la strada dell’Italia e si trova ad essere attualmente il fanalino di coda europeo e oggetto dell’interesse degli speculatori internazionali, sempre alla ricerca di carcasse da spolpare per bene.

La decisione di S&P era nell’aria, decisamente attesa comunque. I recenti movimenti dello spread Bund-Bonos e il sorpasso del nostro BTP nei confronti dell’omologo titolo spagnolo avevano già lasciato intendere che qualche richiamino dovesse arrivare dalle agenzie di rating, quegli oracoli sacri il cui parere e giudizio sembra in grado di orientare le decisioni investimento. Ovviamente loro non hanno interessi diretti sui giudizi che emettono, nooooooo… Perché se così fosse, potrei immaginare che qualcuno cominciasse seriemente a tirare le orecchie alle varie Standard & Poor’s, Moodys e Fitch. Sarà un caso, infatti, ma il downgrade della Spagna poco prima dell’asta di titoli di Stato italiani è sembrato un duplice colpo basso per il duo italo-spagnolo. D’altronde si poteva anche aspettare questa sera, ma evidentemente gli analisti di S&P non erano a conoscenza dell’asta italiana (e quest’asta gli Italiani saprebbero benissimo dove ficcargliela).

La soluzione è semplice: ascoltare meno i giudizi di questi pseudo-analisti e più Pooh, perché i Pooh sono forti e ottimisti e, soprattutto, sono geneticamente eterni. Mi sento tanto Paolo Bitta in questo momento… ^^

Fitch ci declassa. Ora manca solo Moody’s

L’Italia nella mattinata di ieri fa di nuovo il pieno nell’asta di titoli di Stato con tassi in calo sotto il 2% e i mercati che mostrano sempre più fiducia nell’operato del governo Monti, ma ciò non basta ad evitare la scure di Fitch. In serata, l’agenzia di rating abbatte di due gradini il giudizio sui titoli di Stato italiani, portandolo ad A- da A+ con outlook negativo e seguendo dunque l’esempio di Standard & Poor’s. La mossa di Fitch però non preoccupa il premier Monti. “Fitch? Da parte mia una distaccata serenità”, ha commentato il presidente del consiglio, aggiungendo che l’agenzia “rileva cose non nuove e non condanna le attuali politiche” del governo. Ed in effetti l’agenzia riconosce che solo “il forte impegno” del governo Monti “sui conti pubblici e sulle riforme ha evitato un taglio più severo del rating”. Il downgrade dell’Italia riflette la situazione di un “livello elevato del debito pubblico e un basso tasso di crescita che hanno reso il Paese particolarmente vulnerabile”, spiega Fitch, sottolineando che a preoccupare è l’aumento dei costi di finanziamento “con l’ampliamento del divario tra tassi di interesse e crescita economica che comporta implicazioni negative sulla dinamica del debito pubblico”. Insieme all’Italia sono state declassate anche la Spagna (due gradini ad A da AA-), il Belgio (un gradino ad AA da AA+), la Slovenia (due gradini ad A da AA-) e Cipro (un gradino a BBB-, appena sopra il livello junk, da BBB). Anche per questi Paesi l’outlook è negativo. La giornata per l’Italia era tuttavia iniziata nel migliore dei modi. Nell’asta della mattinata infatti il Tesoro ha piazzato di nuovo il massimo ammontare di titoli che si era prefissato, 11 miliardi di Bot, e spuntando tassi decisamente più bassi rispetto ai mesi scorsi. Nel dettaglio, Via XX Settembre ha venduto otto miliardi di Bot semestrali offrendo un rendimento inferiore al 2% per la prima volta da giugno dell’anno scorso e pari all’1,969%, in forte calo dal 3,251% pagato per vendere gli stessi titoli nell’asta del 28 dicembre ed in picchiata dal rendimento record del 6,5% offerto a novembre, all’apice della crisi. La domanda è stata pari a 1,35 volte l’importo offerto contro 1,69 dell’ultima asta. Il Tesoro ha anche assegnato 3 miliardi di Bot flessibili a 331 giorni con un rendimento del 2,214% e richieste pari a 1,821 volte l’offerta. “L’asta è andata bene, si conferma una tendenza al ribasso dei rendimenti dei titoli di Stato e dunque un ritorno di fiducia verso l’Italia da parte dei mercati”, commentano gli operatori di Borsa. Il risultato del collocamento di oggi ha spinto ulteriormente al ribasso lo spread. La forbice tra il Btp a 10 anni e il bund tedesco si è ristretta in chiusura a 404 punti col rendimento in calo sotto la soglia del 6% al 5,90%. In flessione anche i tassi sui titoli a breve e medio termine. Il rendimento del btp a 2 anni è calato fino al 3,49%, toccando il livello più basso dal 2 settembre scorso, prima di attestarsi al 3,56% mentre quello del quinquennale è sceso al 4,77%. L’Italia ritornerà sui mercati lunedì con un’asta di btp a cinque e dieci anni e sarà questo il vero banco di prova per il nostro Paese, una prova che, qualora fosse superata brillantemente, dimostrerebbe per l’ennesima volta l’incapacità delle agenzie di rating di fornire giudizi puntuali ed affidabili sugli emittenti, specialmente quelli sovrani.