Chiudiamola col closing 

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Fra oggi e l’inizio della prossima settimana dovremmo sapere se la trattativa tra Fininvest e SES per la cessione del Milan può continuare (l’accordo era stato firmato ad inizio agosto 2016, mica l’altro ieri). Tutto (o quasi) lascia intendere che la trattativa proseguirà, perché Fininvest vuole disfarsi dell’asset Milan che rappresenta solo un buco nero per le casse della holding della famiglia Berlusconi, e SES (il consorzio di cinesi anonimi) ha già versato 200 milioni di caparre e non credo che vorrebbe buttarle via così facilmente.

Oggi si vocifera, ma sembra più una prese per i fondelli, della nuova data del closing fissata per il 14 aprile p.v., il Venerdì Santo. Immagino Berlusconi che celebrerà l’Ultima Cena da presidente del Milan e inorridisco… Prima di arrivare al closing, comunque, ci sono un paio di cosette da fare: innanzitutto, accettare le condizioni poste da Fininvest nella nuova bozza di accordo. Poi, versare un’ulteriore caparra da 100 milioni di euro, tanto per non perdere l’abitudine.

Inutile dire che il tifoso rossonero medio è rimasto esterrefatto da un rinvio in estremis che sembrava ormai impossibile. Fa ancora un rumore assordante il silenzio stesso di Fininvest che non ha rilasciato alcun comunicato ufficiale sulla vicenda, lasciando inevitabilmente a giornalisti e opinionisti le teorie più disparate.

Quello che stupisce e che dovrebbe stuzzicare l’interesse dei giornalisti che seguono la gestazione del closing del Milan è: ma dietro a sti fantomatici cinesi, dietro a Yonghong Li chi si nasconde? Ad esempio, io credo che Erick Thohir fosse una testa di ponte di Mr Suning, che ha fatto gestire la società al manager indonesiano perché sistemasse i conti e l’ha poi consegnata al magnate cinese ripulita, economicamente e finanziariamente più sana e solida. Allo stesso modo, immagino che possa esserci qualche pezzo grosso interessato al Milan, voglioso però di gestire una squadra più sana e solida, prima di poter investire capitali importanti. Le schermaglie attuali, tra SES e Fininvest, immagino possano dipendere dalla volontà del consorzio cinese di abbassare le pretese del venditore (se sei così favorevole e disponibile alla cessione, è evidente che il prezzo possa scendere). Ovviamente, la verità la conoscono solo i diretti interessati, noi comuni mortali possiamo solo puntare a tirare a indovinare, sulla base delle informazioni, spesso distorte, che ci arrivano. Rimane un po’ l’amaro in bocca per una grande e gloriosa società di calcio trattata come un rottame, sia da chi compra sia da chi vende.

Lo scopriremo solo Vivendi

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Ormai da mesi si parla delle trattative/beghe tra il colosso francese Vivendi e la “nostra” Mediaset, società sotto il controllo della famiglia Berlusconi tramite la holding Fininvest. La querelle nasce da questa primavera quando le due società sottoscrissero un accordo che prevedeva anche la cessione della pay tv del Biscione, Mediaset Premium, a Vivendi di Bolloré. Non nascondo che i termini dell’accordo, considerando la scarsa redditività della pay tv in perenne perdita, mi lasciarono alquanto sospetto. Sembrava, a tutti gli effetti, un modo escogitato da Bolloré per provare a mettere le mani su tutto il pacchetto Mediaset, cominciando dalla parte meno conveniente.

A quanto pare, effettivamente Vivendi voleva utilizzare Mediaset Premium come grimaldello per aprire la cassaforte Mediaset, ma con un utilizzo un po’ meno ortodosso di quanto previsto. La rinuncia all’acquisto di Premium e la successiva scalata ostile al titolo Mediaset in borsa, configura esattamente una fattispecie di abuso di mercato, in cui si diffondono notizie negative sul titolo per acquistarlo a mercato a prezzi più vantaggiosi. È probabile che Vivendi abbia sfruttato strumenti derivati per passare da circa il 3% al 20% di Mediaset in un paio di giorni, oltre ad avvalersi di qualche “prestanome” che nel corso dei giorni precedenti hanno comprato per conto di Vivendi.

Che cosa abbia realmente in mente Vivendi in pochi lo sanno, comunque. Quello che è certo è che hanno grandi disponibilità liquide da investire e che hanno un atteggiamento spregiudicato, sono disposti a tutto. La vicenda, riguardando Silvio Berlusconi, ha acceso gli animi politici e ha fatto parlare anche di difesa dell’italianità delle nostre aziende (in altri casi abbiamo lasciato che ci rapinassero tranquillamente, senza aprir bocca). Nella realtà, comunque, la scalata di Mediaset da parte di Vivendi dimostra ancora di più come la parabola discendente dell’ex Cavaliere sia ormai inesorabile, sia a livello politico sia a livello personale. La vicenda si va ad aggiungere alla cessione del Milan su cui non si perviene mai ad un definitivo closing. Dopo una vita costellata di successi, ora la vecchiaia per Berlusconi assume sempre più i connotati della disfatta.

Ridiamo, finché Draghi ce lo permette

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A tutt’oggi l’economia europea è drogata dal Quantitative Easing della BCE. Questo è lampante. Ma cosa accadrebbe se Mario Draghi (o il suo sostituto) interrompessero il programma di acquisto di titoli di Stato? Partiamo dal presupposto che il QE non può essere eterno, deve avere una fine (si spera quando l’economia reale fosse ripartita adeguatamente). Finora il Quantitative Easing ha sostanzialmente livellato le economie europee, non permettendo alla speculazione di approfittare dei gap che esistono fra di esse. Le differenze fra i Paesi sono rimaste, ma sono state narcotizzate, praticamente.

Stessa moneta ma economie molto eterogenee creano, di fatto, terreno fertile alla speculazione. Che viene spesso bollata come negativa, “perfida”, ma in realtà rappresenta il modo più evidente di rappresentare la voglia di guadagnare degli investitori, perché tutti investono per guadagnare, poco o tanto che sia. Draghi, finora, ha reso più difficile il lavoro degli speculatori, ma è solo questione di tempo. In Europa, specialmente dalla Germania, si sono elevate diverse voci preoccupate, sia per l’operato di Draghi, sia per la caduta del governo Renzi che veniva visto come “modernizzatore” del Paese.

Morale della favola: il tempo è un fattore che ci gioca contro, in tutti i sensi. La cronica lentezza della crescita economica italiana, il debito pubblico debordante e sempre crescente, una classe politica poco preparata e capace per affrontare le sfide del Paese, creano un mix letale, soprattutto se si considera che il tutto è condito da un Euro inadatto alla nostra economia, di fatto importato dall’Europa. Mi auguro che il futuro del Paese sia roseo, ma non ne sono così sicuro. Nel frattempo, comunque, io rido. Con Draghi.

Le dimissioni di Renzi, la reazione di Piazza Affari

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Dopo un avvio incerto in territorio negativo, Piazza Affari dimostra di voler guardare oltre all’esperienza del governo Renzi. Guardando al grafico, infatti, non si direbbe che nella notte è avvenuto un pesante scrollone politico in Italia, è come se il referendum non fosse avvenuto. Ovviamente, la giornata borsistica è ancora lunga, ma questo dimostra che parlare prima di possibili reazioni dei mercati è solamente fuffa.

Volendo proseguire, però, sul genere fuffa, mi voglio sbilanciare e dico che il vero scossone ai mercati arriverebbe nel caso (remoto) in cui il presidente Mattarella sciogliesse le Camere e mandasse il Paese a elezioni anticipate. Ecco che, allora, le paure populiste e anti-europeiste svanite sul voto austriaco, riapparirebbero immediatamente sull’Italia.

Questa reazione dei mercati è la dimostrazione che: a) si ritiene improbabile il voto anticipato; b) si crede che il nuovo governo proseguirà sostanzialmente sul solco tracciato dal governo Renzi; c) l’Italia conta veramente poco, per il momento.

Lapo Independent

Lapo_IndependentVabbè, il buon Lapo ci è ricascato. Ancora una volta il suo nome, e per riflesso quello di tutta la famiglia Agnelli, viene accostato ad un caso di sesso (con trans), droga e alcol. Fortunatamente, per lui, questa volta pare che non abbia rischiato la pelle come 11 anni fa, quando uno dei transessuali con cui si era appartato dovette chiamare un’ambulanza per il mix di oppio, cocaina ed eroina che aveva preso.

Non ha rischiato la vita, meno male, ma Lapo ora ha definitivamente perso la faccia. La storia di sesso, alcol e droga, unita al tentativo maldestro di finto sequestro con cui chiedeva alla famiglia 10.000 dollari, ora cancella drammaticamente la sua immagine pubblica; il buon Lapo rischia di finire in carcere (possibile detenzione da 2 fino a 10 anni) e, anche se dubito che il rampollo della casata Agnelli possa finire in gattabuia, perché si possono permettere sicuramente un pool di avvocati in grado di tirarlo fuori dai guai, resta il fatto che Lapo Elkann non è solo un “figlio di” (no, non voglio essere volgare), è anche a capo di una società quotata su Borsa Italiana, la Italia Independent Group [IIG].

Chissà, magari non c’entra nulla, ma l’andamento borsistico della sua creatura non è certamente dei migliori. Basta dare un’occhiata alla pagina dedicata su Borsa Italiana per capire che non sta andando come lui credeva. Ad oggi, la performance a 6 mesi del titolo -84,17%, a un anno -88,83%. Equita, nel mese di settembre, ha abbassato il target price da 14 € a 5 €, ma oggi il titolo prezza sotto i 3 euro (ora 2,896 €). Tra l’altro, si è da poco conclusa un’operazione di aumento di capitale in cui Lapo Elkann, tra l’altro, oltre ad esercitare in opzione la propria quota, ha dovuto sottoscrivere tutto l’inoptato (n° 269.932 azioni ad euro 3,40 ad azione). Ecco spiegato, forse, perché Lapo si trovava a corto di quattrini a Manhattan.

Ora, secondo voi, una azienda che fa dell’immagine il proprio tratto distintivo, come potrà reagire a questo danno d’immagine? Lapo Elkann, attualmente, detiene il 50,87% delle azioni IIG ed è presidente del Consiglio di Amministrazione; immagino che, probabilmente, dovrà farsi da parte per ovvie ragioni, ma basterà levarsi la poltrona da sotto il culo?

Italia Independent Group è a capo di un gruppo attivo nel mercato dell’eyewear, dei prodotti lifestyle – attraverso il proprio brand Italia Independent – e della comunicazione attraverso la propria agenzia Independent Ideas. Inoltre, grazie all’esperienza internazionale del management nello sviluppo prodotti e nella comunicazione, il Gruppo è coinvolto anche in iniziative imprenditoriali e commerciali nei settori della comunicazione, del design e dello stile che creino sinergie per sostenere la crescita, in Italia e all’estero, del marchio Italia Independent. A tal fine il Gruppo partecipa ad alcune iniziative imprenditoriali realizzate attraverso I-Spirit Vodka e Care Label.

Standard & Pooh

La più odiata agenzia di rating internazionale ha colpito ancora. Questa volta la vittima sacrificale è stata la Spagna, Paese declassato di 2 “notches” da A a BBB+. La Spagna, in sostanza, ripercorre la strada dell’Italia e si trova ad essere attualmente il fanalino di coda europeo e oggetto dell’interesse degli speculatori internazionali, sempre alla ricerca di carcasse da spolpare per bene.

La decisione di S&P era nell’aria, decisamente attesa comunque. I recenti movimenti dello spread Bund-Bonos e il sorpasso del nostro BTP nei confronti dell’omologo titolo spagnolo avevano già lasciato intendere che qualche richiamino dovesse arrivare dalle agenzie di rating, quegli oracoli sacri il cui parere e giudizio sembra in grado di orientare le decisioni investimento. Ovviamente loro non hanno interessi diretti sui giudizi che emettono, nooooooo… Perché se così fosse, potrei immaginare che qualcuno cominciasse seriemente a tirare le orecchie alle varie Standard & Poor’s, Moodys e Fitch. Sarà un caso, infatti, ma il downgrade della Spagna poco prima dell’asta di titoli di Stato italiani è sembrato un duplice colpo basso per il duo italo-spagnolo. D’altronde si poteva anche aspettare questa sera, ma evidentemente gli analisti di S&P non erano a conoscenza dell’asta italiana (e quest’asta gli Italiani saprebbero benissimo dove ficcargliela).

La soluzione è semplice: ascoltare meno i giudizi di questi pseudo-analisti e più Pooh, perché i Pooh sono forti e ottimisti e, soprattutto, sono geneticamente eterni. Mi sento tanto Paolo Bitta in questo momento… ^^

Fitch ci declassa. Ora manca solo Moody’s

L’Italia nella mattinata di ieri fa di nuovo il pieno nell’asta di titoli di Stato con tassi in calo sotto il 2% e i mercati che mostrano sempre più fiducia nell’operato del governo Monti, ma ciò non basta ad evitare la scure di Fitch. In serata, l’agenzia di rating abbatte di due gradini il giudizio sui titoli di Stato italiani, portandolo ad A- da A+ con outlook negativo e seguendo dunque l’esempio di Standard & Poor’s. La mossa di Fitch però non preoccupa il premier Monti. “Fitch? Da parte mia una distaccata serenità”, ha commentato il presidente del consiglio, aggiungendo che l’agenzia “rileva cose non nuove e non condanna le attuali politiche” del governo. Ed in effetti l’agenzia riconosce che solo “il forte impegno” del governo Monti “sui conti pubblici e sulle riforme ha evitato un taglio più severo del rating”. Il downgrade dell’Italia riflette la situazione di un “livello elevato del debito pubblico e un basso tasso di crescita che hanno reso il Paese particolarmente vulnerabile”, spiega Fitch, sottolineando che a preoccupare è l’aumento dei costi di finanziamento “con l’ampliamento del divario tra tassi di interesse e crescita economica che comporta implicazioni negative sulla dinamica del debito pubblico”. Insieme all’Italia sono state declassate anche la Spagna (due gradini ad A da AA-), il Belgio (un gradino ad AA da AA+), la Slovenia (due gradini ad A da AA-) e Cipro (un gradino a BBB-, appena sopra il livello junk, da BBB). Anche per questi Paesi l’outlook è negativo. La giornata per l’Italia era tuttavia iniziata nel migliore dei modi. Nell’asta della mattinata infatti il Tesoro ha piazzato di nuovo il massimo ammontare di titoli che si era prefissato, 11 miliardi di Bot, e spuntando tassi decisamente più bassi rispetto ai mesi scorsi. Nel dettaglio, Via XX Settembre ha venduto otto miliardi di Bot semestrali offrendo un rendimento inferiore al 2% per la prima volta da giugno dell’anno scorso e pari all’1,969%, in forte calo dal 3,251% pagato per vendere gli stessi titoli nell’asta del 28 dicembre ed in picchiata dal rendimento record del 6,5% offerto a novembre, all’apice della crisi. La domanda è stata pari a 1,35 volte l’importo offerto contro 1,69 dell’ultima asta. Il Tesoro ha anche assegnato 3 miliardi di Bot flessibili a 331 giorni con un rendimento del 2,214% e richieste pari a 1,821 volte l’offerta. “L’asta è andata bene, si conferma una tendenza al ribasso dei rendimenti dei titoli di Stato e dunque un ritorno di fiducia verso l’Italia da parte dei mercati”, commentano gli operatori di Borsa. Il risultato del collocamento di oggi ha spinto ulteriormente al ribasso lo spread. La forbice tra il Btp a 10 anni e il bund tedesco si è ristretta in chiusura a 404 punti col rendimento in calo sotto la soglia del 6% al 5,90%. In flessione anche i tassi sui titoli a breve e medio termine. Il rendimento del btp a 2 anni è calato fino al 3,49%, toccando il livello più basso dal 2 settembre scorso, prima di attestarsi al 3,56% mentre quello del quinquennale è sceso al 4,77%. L’Italia ritornerà sui mercati lunedì con un’asta di btp a cinque e dieci anni e sarà questo il vero banco di prova per il nostro Paese, una prova che, qualora fosse superata brillantemente, dimostrerebbe per l’ennesima volta l’incapacità delle agenzie di rating di fornire giudizi puntuali ed affidabili sugli emittenti, specialmente quelli sovrani.

Gli Eurobond affossano le Borse europee

E’ notizia di oggi che l’Unione Europea intende accellerare sul fronte Eurobond. La parolina che fa venire l’orticaria alla Merkel sembra essere nei prossimi programmi dell’UE per attenuare la crisi dei debiti sovrani, specialmente quelli periferici. In quest’ottica Giulio Tremonti fu a dir poco lungimirante nel vedere nell’emissione di titoli di debito da parte di un ente sovranazionale europeo era l’unica strada possibile per superare l’empasse politica e finanziaria.

La notizia, però, sembra non essere stata prese bene dalle Borse europee. I mercati hanno aperto tutti negativi per poi virare ulteriormente verso un ulteriore peggioramento. Tutto questo, però, potrebbe essere compatibile con l’annuncio degli eurobond: infatti, se le Borse dovessere salire, che senso avrebbe ricorrere allo strumento dei bond europei? Tutto ciò, dunque, potrebbe essere la risposta indiretta dei mercati verso l’attuazione di questa soluzione, la quale garantirebbe certamente maggiore stabilità ai mercati finanziari del Vecchio Continente.

Non bisogna comunque dimenticare che da oggi si fanno decisamente più insistenti le voci di downgrade della Francia da parte dell’agenzia Moody’s. “La persistenza di elevati costi di raccolta per la Francia amplificherebbe le sfide di bilancio, con implicazioni negative sul credito” scrive Alexander Kockerbeck nell’outlook settimanale datato oggi. Dopo la caduta della tripla A statunitense, ecco affacciarsi lo spettro della caduta di un’altra “grande”, una defezione già ampiamente annunciata dopo la crescita esponenziale degli spread d’oltralpe. Chissà come sta vivendo questa situazione il buon Nicolas… Spero solo che, finalmente, ai sacrifici dei cosiddetti Paesi periferici corrispondano aperture da parte dei Paesi centrali, apparentemente più forti, ma solo nell’apparenza, mi pare…

Ora tocca allo spread della Francia

Da mesi non si fa altro che parlare dell’arcinoto spread fra i tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani e i titoli di Stato tedeschi. Il famoso spread Btp-Bund ha toccato picchi impressionanti nella giornata di ieri ed oggi sembra essersi attestato in area 500 punti base, un’area preoccupante ma non terrificante, per dirla rapidamente.

Il punto è che le ultime vicende della politica italiana, con le dimissioni post-datate di Silvio Berlusconi e la probabilissima nomina di Mario Monti a premier di un governo di unità nazionale, potrebbero affievolire la speculazione e la tensione sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, consentendo quindi agli spread di tornare verso valori più tranquilli (300bp potrebbe essere un target importante da raggiungere). Il fatto è che i problemi dell’Italia hanno in qualche modo nascosto i problemi finanziari di un altro Paese, uno che fa sovente la voce grossa e vuole comandare insieme alla Germania: la Francia, appunto.

Forse non tutti sanno che ad inizio anno lo spread (decennale) Francia-Germania era attorno ai 30-40 punti base. Oggi, invece, supera i 160 punti. E’ un incremento elevato, oltre 4 volte maggiore ed è il segnale che la prossima vittima delle tensioni sul debito e sui conti pubblici potrebbe essere proprio la Francia di Nicolas Sarkozy, il presidente che ha fatto più volte la morale all’Italia. Perché nessuno si preoccupa della crescente tensione sul debito francese? Direi che in questi mesi la situazione critica dell’Italia ha fatto quasi comodo al duo Sarkozy-Merkel, ma ora le notizie potrebbero venire a galla e se si cominciasse a parlarne un po’ questo accrescerebbe ulteriormente la tensione e, quindi, gli spread con l’amica Germania.

Certo, non è che a noi faccia comodo una Francia sotto attacco speculativo, questo è chiaro. O meglio, magari ci fa comodo sul fronte debito pubblico, ma su tutto il resto (Euro compreso) ho forti dubbi. Però più guardo la matrice degli spread di Bloomberg e più mi chiedo come la Francia possa continuare a fingere di essere un Paese solido e forte e sfruttare questa forza per finanziarsi sul mercato a tassi agevolati e competitivi. La speculazione è una ruota che gira e può darsi che ora tocchi a loro…

Il fabbisogno di capitale delle banche italiane

La Banca d’Italia ieri ha diffuso un comunicato con il quale fa chiarezza sulle cifre riguardanti gli aumenti di capitale richiesti agli istituti di credito italiani per rientrare nei parametri di stabilità finanziaria previsti.

Per quanto riguarda le misure per rafforzare la posizione patrimoniale delle banche, è richiesta, laddove necessario, la costituzione di un buffer di capitale temporaneo per far fronte al rischio sovrano date le attuali condizioni di mercato. Inoltre, la costituzione di buffer dovrà essere tale da portare, entro la fine di giugno 2012, il Core Tier 1 ratio (definito dal rapporto tra il capitale di qualità più elevata e le attività ponderate per il rischio) al 9%. La costituzione di tali buffer consentirà alle banche di resistere a una serie di shock mantenendo un’adeguata posizione patrimoniale.

Il fabbisogno effettivo di capitale per coprire il buffer sarà comunicato dall’EBA in novembre sulla base dei dati definitivi riferiti al 30 settembre del 2011. Alle banche sarà allora richiesto di inviare entro la fine del 2011 alle rispettive Autorità di Vigilanza nazionali piani con precise indicazioni sulle azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo di capitale. Tali piani dovranno essere approvati dalle Autorità di Vigilanza nazionali e discussi con l’EBA. Gli obiettivi dovranno essere conseguiti evitando un deleveraging eccessivo, al fine di contenere l’eventuale impatto negativo sull’economia reale. Per raggiungere l’obiettivo, ci si attende che le banche limitino la distribuzione di dividendi e di bonus.

Per l’Italia, l’esercizio dell’EBA è stato condotto sui primi cinque gruppi bancari (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e Unione di Banche Italiane): sulla base dei dati contabili riferiti a giugno 2011, ma tenendo conto delle variazioni di valore delle esposizioni verso gli emittenti sovrani registrate fino a settembre di quest’anno, per raggiungere un Core Tier 1 ratio del 9% sarebbero necessari complessivamente 14.771 milioni di euro. Questa quantificazione è basata su stime preliminari e va considerata soltanto indicativa del fabbisogno di capitale.

Le esigenze patrimoniali dovranno essere coperte da capitale della migliore qualità. Sarà anche possibile utilizzare strumenti di contingent capital (strumenti di debito convertibili in azioni) di nuova emissione sottoscritti da privati, se coerenti con i criteri severi e omogenei che saranno stabiliti dall’EBA.

Il Comunicato di Bankitalia