La terra dei voucher

L’Esecutivo ha deciso: per evitare il referendum popolare abrogativo sui voucher del 28 maggio, il governo ha deciso di prendere tutti in contropiede eliminandoli lui stesso, dopo un necessario periodo di transizione. Ok, perfetto, ma è decisione saggia? Beh, dipende. Innanzitutto va detto che l’obiettivo iniziale dei voucher era quello di contrastare il lavoro-nero, soprattutto in specifici settori economici e per meglio regolamentare il lavoro occasionale, saltuario. Di per sé l’idea non era male, ma come accade spesso “fatta la legge, trovato l’inganno”. I voucher, da strumento di tutela dei lavoratori è finito col diventare un’arma a favore di quelli che volevano sfruttare il lavoro-nero, correndo meno rischi. Come? Semplice: il datore di lavoro continua ad assumere e pagare in nero, in caso di bisogno (controllo, infortunio sul lavoro, ecc.) ecco che si giocava la carta del voucher e tutto tornava nella norma.

Il caso dei voucher, insomma, è l’emblema dello strumento sostanzialmente buono, ma il cui utilizzo viene snaturato per renderlo ciò che in origine si voleva evitare. Il punto, dunque, non è lo strumento, bensì è l’uso che se ne fa. In questo, dunque, non posso far altro che essere d’accordo con l’ex premier Romano Prodi (e non mi capita molto spesso) che, in un’intervista rilasciata al quotidiano Il Mattino, ha espresso dubbi e perplessità sulla loro abolizione. Va detto che i voucher furono introdotti proprio durante il governo Prodi nel 2008 e che, quindi, non può esprimere un’opinione completamente indipendente sulla vicenda. 

«Un’elementare saggezza avrebbe consigliato di mettersi attorno a un tavolo per cercare la soluzione concreta. Lo strumento resta certamente utile se condotto e regolato in linea con gli obiettivi che si proponeva quando fu introdotto. E sui quali, ricordo, vi era un accordo assai diffuso.»

Resta da capire una cosa, comunque: come l’attuale governo (o forse addirittura il prossimo) intenderà sostituire i voucher? Da un lato potrebbe essere uno stratagemma messo in atto solamente al fine di dribblare il referendum proposto dalla Cgil, magari semplicemente cambiando il nome ai voucher; dall’altro lato, l’eliminazione tout court dei voucher apre scenari preoccupanti per tutti quei lavori “minori” che, proprio grazie all’istituzione dei voucher, erano riusciti ad emergere dal lavoro-nero. Una possibile risposta, un articolo di oggi su LaVoce.info a firma di Pietro Ichino, sarebbe il rafforzamento del cosiddetto job on call (lavoro a chiamata). Essendo un senatore del Partito Democratico immagino che sarà la strada seguita dal governo.

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Sarri premio Nobel per l’Economia

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Maurizio Sarri è un grande allenatore, uno che si ha fatto tanta gavetta prima di arrivare su una panchina prestigiosa e importante come quella di Napoli. È tanto bravo come allenatore (i risultati e il gioco espresso dalle sue squadre sono lì a dimostrarlo) quanto scarso nella gestione della comunicazione, soprattutto quando non si parla di calcio.

Ricorderanno tutti gli insulti omofobi diretti all’allora allenatore dell’Inter Roberto Mancini, in cui quest’ultimo accusò Maurizio Sarri di averlo apostrofato come ‘frocio’ e ‘finocchio’ per aver chiesto spiegazioni al quarto uomo sull’entità del recupero della semifinale di Tim Cup (Napoli-Inter 0-2, per la cronaca). Se non ricordo male la vicenda finì sostanzialmente a tarallucci e vino, come accade spesso in Italia. Sarri, però, nel frattempo ha acceso una polemica più a largo spettro sul mondo del calcio e sulle differenze nelle capacità economiche fra le diverse squadre della serie A (in realtà la morale alla base è “il mio Napoli è più povero delle altre grandi squadre e questo non è giusto”).

Sarri si è fatto paladino di questa crociata perché è l’allenatore del Napoli, squadra che ambisce a vincere lo scudetto, e perché vanta un passato da bancario, quindi lui di conti economici e finanziari se ne intende. La sua polemica, pur essendo corretta da un punto di vista formale, è sostanzialmente una cazzata faraonica. Ieri, ad esempio, al termine di Milan-Napoli (risultato 1-2) ha risposto piccatamente a Montella che, a sua volta, provocava Sarri per il fatto che lui ha in mano una squadra ben più “ricca”, grazie agli investimenti degli ultimi anni. Eh sì, perché la polemica sollevata da Sarri è chiaramente un boomerang che può ritorcersi contro di lui. Il fatturato delle società è, in primis, un merito delle rispettive dirigenze e, comunque, dipende da tanti fattori che, fisiologicamente, comportano delle differenze anche marcate tra i vari club. È assolutamente normale che la Juventus oggi fatturi più di chiunque altro in Italia ed è altrettanto normale che fatturi più del Napoli, basta pensare al bacino di utenza della Juve in confronto al Napoli.

Voglio ricordare a Sarri che il bilancio del Napoli è stato ampiamente agevolato dal fallimento del 2004. Ripartire da zero ha assicurato a Aurelio De Laurentis di poter costruire un bilancio più leggero, non gravato da “costi storici” (il Milan, che come ricorda Sarri fattura più del Napoli, ha certamente una struttura del costi più rigida e difficoltosa, soprattutto in un contesto di trasferimento del pacchetto di maggioranza e di governance).

Dunque, mi auguro che Sarri continui a lungo a fare l’allenatore, perché è bravo, uno dei migliori interpreti in Italia. Mi auguro, però, che riesca a tenere la bocca chiusa su argomenti che meno gli competono, perché rischia solo di fare brutte figure.

Donald Marchionne

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Sergio Marchionne è un vecchio lupo di mare (degli affari) e al salone dell’auto di Detroit il CEO di FCA ha superato se stesso, con un triplo salto mortale carpiato da fare invidia a Greg Louganis. Marchionne, da amico di Obama e suo fidato condottiero nella campagna ambientale molto cara all’ormai ex presidente degli States, è riuscito a passare immediatamente nelle grazie nel quasi insediato presidente USA Donald Trump. Come? Semplicemente dicendo quello che Trump voleva sentirsi dire, ovvero:

  1. investimenti pari a 1 miliardo di dollari per potenziare le fabbriche Jeep in Michigan e Ohio
  2. scetticismo sulle auto elettriche, per ragioni economiche.
  3. le fabbriche FCA in Messico potrebbero chiudere, qualora Trump imponesse pesanti dazi

C’è da dire che FCA aveva bisogno di questo cambio di rotta, perché la paura che il protezionismo di Trump potesse rappresentare un pericolo per l’ex azienda italiana era decisamente forte, troppo forte per non meritare qualche tentativo di riappacificazione col presidente neo eletto. Bisogna ammettere, comunque, che FCA in Borsa stava dimostrando di non temere troppo The Donald Effect, per così dire. Negli ultimi tre mesi il titolo è decollato a Piazza Affari con una crescita quasi spaventosa, dopo che il titolo, nonostante buoni, ottimi risultati nei conti economici e nei dati di vendita, sembrava non attrarre particolarmente gli investitori.

La reazione di Marchionne ai ringraziamenti di Donald Trump sono tutto un programma:

Che devo dire? Ringrazio Trump. Ma quell’investimento nelle due fabbriche Jeep è un atto dovuto per il paese. L’annuncio di ieri dell’investimento faceva parte di programmi stabiliti nel 2014. Specialmente la Wrangler, delle tante Jeep, si farà sempre in America e non altrove perché è un’auto dalle caratteristiche tipicamente americane. Non si può spostarla. Solo che la capacità produttiva delle nostre fabbriche era limitata: pensate che nel 2009 ne facevamo 60mila, e lo scorso anno siamo arrivati a costruirne 260mila. E le fabbriche che avevamo non bastavano più. Bisognava potenziare ed è quello che abbiamo fatto decidendo quell’investimento”

Perso il duo Renzi-Obama, suggellato il nuovo patto con Donald Trump, ora mi aspetto il cambio di nome in Sergej Marchionne diventando amico di Vladimir Putin. In nome delle stock option, questo e altro!

Ridiamo, finché Draghi ce lo permette

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A tutt’oggi l’economia europea è drogata dal Quantitative Easing della BCE. Questo è lampante. Ma cosa accadrebbe se Mario Draghi (o il suo sostituto) interrompessero il programma di acquisto di titoli di Stato? Partiamo dal presupposto che il QE non può essere eterno, deve avere una fine (si spera quando l’economia reale fosse ripartita adeguatamente). Finora il Quantitative Easing ha sostanzialmente livellato le economie europee, non permettendo alla speculazione di approfittare dei gap che esistono fra di esse. Le differenze fra i Paesi sono rimaste, ma sono state narcotizzate, praticamente.

Stessa moneta ma economie molto eterogenee creano, di fatto, terreno fertile alla speculazione. Che viene spesso bollata come negativa, “perfida”, ma in realtà rappresenta il modo più evidente di rappresentare la voglia di guadagnare degli investitori, perché tutti investono per guadagnare, poco o tanto che sia. Draghi, finora, ha reso più difficile il lavoro degli speculatori, ma è solo questione di tempo. In Europa, specialmente dalla Germania, si sono elevate diverse voci preoccupate, sia per l’operato di Draghi, sia per la caduta del governo Renzi che veniva visto come “modernizzatore” del Paese.

Morale della favola: il tempo è un fattore che ci gioca contro, in tutti i sensi. La cronica lentezza della crescita economica italiana, il debito pubblico debordante e sempre crescente, una classe politica poco preparata e capace per affrontare le sfide del Paese, creano un mix letale, soprattutto se si considera che il tutto è condito da un Euro inadatto alla nostra economia, di fatto importato dall’Europa. Mi auguro che il futuro del Paese sia roseo, ma non ne sono così sicuro. Nel frattempo, comunque, io rido. Con Draghi.

Draghi e il sotto utilizzo dei giovani

Il governatore della BCE Mario Draghi è probabilmente uno dei pochi che sta facendo il possibile e l’impossibile per salvare l’Europa e l’Euro. Effettivamente sulla moneta unica ha qualche interesse, ma rispetto ad un potere politico decisamente inadatto e incapace a trovare la via d’uscita, il governatore Draghi ha sicuramente svolto una funzione attiva nel processo che sta cercando di portare il Vecchio Continente al di fuori delle sabbie mobili della crisi.

Oggi, però, Draghi ha toccato il tasto dell’occupazione in Italia, specialmente dell’occupazione giovanile. È evidente, infatti, come un Paese che non consenta ai propri giovani di lavorare sia un Paese che non scommette sul proprio futuro. Draghi ha commentato: «Il sotto utilizzo dei giovani riduce la crescita ed è uno spreco che non possiamo permetterci». Questa frase sembra tratta dal Vangelo del buon economista e non credo possa essere criticata. Il punto e/o problema è che si indica il sintomo, ma si cerca di nascondere la causa. La causa vera, infatti, è una politica del lavoro che in Italia ha portato ad una situazione di empasse totale, per cui un giovane su 3 non lavora e quelli che lavorano sono in maggioranza bloccati nel limbo della precarietà, fatta di contratti a tempo determinato, a progetto, Partite Iva…
Ed infatti, ecco che Mario Draghi aggiunge:

«Non si può accettare l’idea che un’intera generazione di giovani debba considerare di essere nata in anni sbagliati e debba subire come fatto ineluttabile il suo stato di precarietà occupazionale». Nella Ue, tra il 2007 e il 2011, il tasso di disoccupazione è aumentato di 5,8 punti percentuali nella classe di età 15-24, di 3,5 punti nella classe 25-34 e di 1,8 punti nella classe 35-64»

Io da precario mi sento nato in un momento sbagliato, caro Draghi. La crisi non l’ho creata io (ci mancherebbe pure questo…) e nemmeno la mia generazione. Ma il danno maggiore viene inevitabilmente scaricato su di noi, non sui veri responsabili. Insomma, è bello dire che non è una giusta situazione, ma questo non basta a risollevare il morale e a rilanciare l’economia. Hai già fatto tanto, caro Draghi, ma c’è sempre quel filo che lega BCE e Germania che non mi garba tantissimo. Talvolta quel filo diventa un guinzaglio e questo contribuisce e, soprattutto, ha contribuito a portare la situazione fino a questo punto. Perché, sarà un caso, in un contesto europeo in piena crisi, recessione e aumento della disoccupazione, la Germania sperimenta crescita economica, bassa disoccupazione (anche giovanile) con i salari più alti a livello europeo.

Dunque, caro governatore della BCE, aiuti l’Europa per aiutare i giovani, oppure viceversa. L’importante è che qualcosa si muova, perché altrimenti la crisi greca sarà una sciocchezza rispetto a quello a cui andremo incontro.

Il debito pubblico italiano continua a crescere

Il popolo italiano è chiamato a grandi sacrifici, ma i risultati stentano a farsi vedere. Se dal lato spread siamo tutti contenti, con il differenziale di rendimento fra decennale tedesco e BTP a 10 anni si attesta ormai stabilmente in area 290 punti base, dal lato del debito pubblico le notizie non sono ancora positive, tutt’altro. Secondo i dati contenuti nel Supplemento al Bollettino Statistico “Finanza Pubblica, fabbisogno e debito” della Banca d’Italia, a gennaio il debito pubblicoè aumentato di 37,9 miliardi rispetto al mese precedente, portandosi a 1935,8 miliardi di euro. Quindi, le stangate fiscali che tutti noi, chi più chi meno, debbono sopportare per far fronte all’attuale momento di crisi si rivelano assai poco utili (almeno direttamente) per abbattere il fardello che grava pesantemente sulla nostra economia, anche quella reale.

Sicuramente questo dipende anche dal fatto che gli effetti diretti si potranno vedere nel medio/lungo termine, ma la cosa veramente preoccupante è che per il momento stiamo pagando gli aiuti alla Grecia (tramite il fondo salva Stati, tramite lo swap del debito greco), in attesa degli shock provenienti dalla penisola iberica (il Portogallo già sta tremando e la Spagna non se la passa bene). Dunque, si incrementa la pressione fiscale per aumentare i finanziamenti all’Efsf, forse nella speranza che, quando ne avremo bisogno, il fondo sarà ancora in grado di aiutarci. Personalmente credo che il fondo Salva-Stati sia un fondo Salva-cadaveri, ma mi auguro di sbagliarmi, ovviamente.

Non mi stancherò mai di dire che un punto fondamentale per portare fuori il Paese dalla speculazione finanziaria è abbattere il debito pubblico. Bisogna dare l’impressione che siamo in grado di abbassare lo stock del debito e che vogliamo procedere alla sua riduzione nei prossimi anni. Se il debito continua a crescere, quale senso possono avere questi sacrifici? Qualcuno mi sa rispondere?

La manovra sulle pensioni

Metodo contributivo per tutti a partire dal 1° gennaio 2012 e abolizione delle pensioni di anzianità basate sul sistema delle quote. Indicizzazione all’inflazione solo per le pensioni minime nel 2012 e nel 2013 e obiettivo pensionamento a 67 anni nel 2022. Questi i punti cardini della riforma del sistema pensionistico italiano presentata ieri sera dal presidente del consiglio Mario Monti. Il pacchetto, assemblato insieme al ministro del Welfare Elsa Fornero, dovrebbe portare nell’immediato sui 3-3,5 miliardi di risparmi.

Metodo contributivo
Dal 1° gennaio 2012 sarà applicato a tutti il sistema contributivo pro rata. Questo decreterà la fine del calcolo della pensione basato sugli ultimi stipendi. L’applicazione del retributivo continuerà per coloro i quali il calcolo della pensione attraverso il contributivo risulterà più favorevole.

Vecchiaia
La pensione, a partire dall’anno prossimo, arriverà al compimento dei 66 anni di età per gli uomini e a 62 per le donne. Per quest’ultime, appartenenti al settore privato, è previsto un adeguamento progressivo ai 66 anni maschili nel 2018. Per le donne impiegate nel settore pubblico l’età pensionabile aumenterà a 66 anni nel 2012 mentre le lavoratrici autonome passano a 63 anni e mezzo dall’anno prossimo e a 66 anni e mezzo nel 2018. I lavoratori autonomi invece potranno andare in pensione a 66 anni e mezzo. Obiettivo sarà quello di giungere al 2022 a un’età pensionabile per tutti non inferiore ai 67 anni.

Anzianità vs anticipata
La riforma abolisce le pensioni di anzianità, ossia quelle previste attraverso il calcolo delle quote legate alla somma dell’età anagrafica con quella contributiva. D’ora in poi il termine anzianità sarà sostituito da anticipata: le porte della pensione dal 2012 si potranno aprire in anticipo solo con la maturazione di 42 anni e un mese di contributi per gli uomini e 41 e un mese per le donne. Per gli autonomi serviranno non meno di 41 anni e mezzo di contributi per le donne e per gli uomini 42 e mezzo. L’uscita anticipata “piena” è prevista solo per coloro cha abbiano compiuto almeno 62 anni di età. In caso contrario, anche con la maturazione dei 42 anni di contributi, scatterà una penalizzazione del 3% per ogni anno di età prima dei 62 anni.

Via la finestra e fascia flessibile
Addio al sistema delle finestre mobili per la decorrenza della pensione, fissato a 12 mesi per i dipendenti e 18 per gli autonomi. Adesso il periodo sarà assorbito nei requisiti di vecchiaia: quindi il momento in cui si maturano i requisiti sarà anche quello di pensionamento. Inserita anche una cosiddetta fascia flessibile che invoglierà i lavoratori a posticipare il più possibile il pensionamento. Per le donne il periodo andrà dai 63 ai 70 anni mentre per gli uomini sarà tra i 66 e i 70 anni.

Rivalutazioni
La riforma prevede il blocco delle pensioni rispetto all’inflazione sia per il 2012 sia per il 2013. Rimarranno totalmente fuori dal provvedimento le pensioni minime, ossia quelle fino a 467,42 euro, e parzialmente quelle comprese tra questa soglia e i 935 euro.

Contributo di solidarietà
Colpite anche le fasce più alte e coloro che godono di trattamenti privilegiati. Per tutti coloro che usufruiscono di fondi speciali Inps dal 1° gennaio 2012 scatterà un contributo di solidarietà variabile tra lo 0,3 e l’1%, a seconda degli anni di contribuzione.

Borsa Italiana

La ristrutturazione del debito Seat Pagine Gialle

La Società è lieta di annunciare che, in data odierna, ha raggiunto un accordo commerciale sui termini principali di una ristrutturazione consensuale dell’indebitamento finanziario della Società (la “Ristrutturazione Consensuale”) con:

  • un comitato di titolari delle obbligazioni emesse da Lighthouse International Company SA – per un controvalore complessivo pari ad € 1,3 miliardi con tasso all’8% (le “Obbligazioni Lighthouse“) – il quale detiene più del 50% del valore nominale delle Obbligazioni Lighthouse (il “Comitato Bondholders“); e
  • la maggioranza del comitato di coordinamento costituito dal finanziatore senior della Società e da alcune altre parti interessate (il “Comitato Senior“).

Il citato accordo rappresenta un evidente progresso compiuto nel processo di ristrutturazione, ma rimane soggetto a, inter alia, l’approvazione del Consiglio di Amministrazione della Società, l’approvazione dei comitati crediti con riguardo a taluni dei citati stakeholders, la sottoscrizione della documentazione contrattuale e il consenso di alcuni altri stakeholders, inclusi a titolo esemplificativo e non esaustivo altri titolari di Obbligazioni Lighthouse e altre parti interessate. La Società sta al momento operando congiuntamente con il Comitato Bondholders e con alcuni creditori senior per sollecitare i consensi richiesti.

Inoltre, come indicato nel Term Sheet, il consenso delle Parti alla Ristrutturazione Consensuale è condizionato alla circostanza che la cedola al 31 ottobre 2011 relativa alle Obbligazioni Lighthouse (la “Cedola“) sia finanziata entro il 30 novembre 2011.
La Società ha richiesto che tutte le parti rilevanti sottoscrivano un accordo di lock-up al fine di documentare l’accordo commerciale alla Ristrutturazione Consensuale. Tale accordo di lock-up contiene le disposizioni usuali per operazioni di ristrutturazione di questa natura, e prevede inter alia:
a) una conferma da ciascun stakeholder consenziente che lo stesso aderisce ai termini della Ristrutturazione Consensuale e che supporterà la, e voterà in favore della, “Ristrutturazione Consensuale”;
b) un impegno da parte degli stakeholders consenzienti a negoziare in buona fede e a concordare le modalità di implementazione e la documentazione della “Ristrutturazione Consensuale”;
c) un impegno comportante per ciascun stakeholder consenziente il divieto di vendere la sua partecipazione, a meno che lo stesso procuri che l’acquirente aderisca all’accordo di lock-up;
d) alcune altre usuali rappresentazioni e impegni tra le parti; e
e) che l’accordo di lock-up si risolva il 31 marzo 2012 (fatte salve alcune proroghe automatiche e determinate ipotesi di risoluzione anticipata).

Come in precedenza indicato, il consenso delle parti alla Ristrutturazione Consensuale è condizionato al finanziamento della Cedola entro il 30 novembre 2011. Affinché ciò sia possibile, è necessario che il finanziatore senior e alcune altre parti interessate, unitamente ai titolari di almeno il 75% delle Obbligazioni Lighthouse, abbiano sottoscritto l’accordo di lock-up con la Società entro il 28 novembre 2011. Si tratta di una tempistica estremamente impegnativa e la Società non è al momento in grado di esprimersi in merito al fatto se i creditori senior e i titolari delle Obbligazioni Lighthouse possano essere in grado di soddisfare in tempo questa condizione.

Gli Eurobond affossano le Borse europee

E’ notizia di oggi che l’Unione Europea intende accellerare sul fronte Eurobond. La parolina che fa venire l’orticaria alla Merkel sembra essere nei prossimi programmi dell’UE per attenuare la crisi dei debiti sovrani, specialmente quelli periferici. In quest’ottica Giulio Tremonti fu a dir poco lungimirante nel vedere nell’emissione di titoli di debito da parte di un ente sovranazionale europeo era l’unica strada possibile per superare l’empasse politica e finanziaria.

La notizia, però, sembra non essere stata prese bene dalle Borse europee. I mercati hanno aperto tutti negativi per poi virare ulteriormente verso un ulteriore peggioramento. Tutto questo, però, potrebbe essere compatibile con l’annuncio degli eurobond: infatti, se le Borse dovessere salire, che senso avrebbe ricorrere allo strumento dei bond europei? Tutto ciò, dunque, potrebbe essere la risposta indiretta dei mercati verso l’attuazione di questa soluzione, la quale garantirebbe certamente maggiore stabilità ai mercati finanziari del Vecchio Continente.

Non bisogna comunque dimenticare che da oggi si fanno decisamente più insistenti le voci di downgrade della Francia da parte dell’agenzia Moody’s. “La persistenza di elevati costi di raccolta per la Francia amplificherebbe le sfide di bilancio, con implicazioni negative sul credito” scrive Alexander Kockerbeck nell’outlook settimanale datato oggi. Dopo la caduta della tripla A statunitense, ecco affacciarsi lo spettro della caduta di un’altra “grande”, una defezione già ampiamente annunciata dopo la crescita esponenziale degli spread d’oltralpe. Chissà come sta vivendo questa situazione il buon Nicolas… Spero solo che, finalmente, ai sacrifici dei cosiddetti Paesi periferici corrispondano aperture da parte dei Paesi centrali, apparentemente più forti, ma solo nell’apparenza, mi pare…

Ora tocca allo spread della Francia

Da mesi non si fa altro che parlare dell’arcinoto spread fra i tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani e i titoli di Stato tedeschi. Il famoso spread Btp-Bund ha toccato picchi impressionanti nella giornata di ieri ed oggi sembra essersi attestato in area 500 punti base, un’area preoccupante ma non terrificante, per dirla rapidamente.

Il punto è che le ultime vicende della politica italiana, con le dimissioni post-datate di Silvio Berlusconi e la probabilissima nomina di Mario Monti a premier di un governo di unità nazionale, potrebbero affievolire la speculazione e la tensione sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, consentendo quindi agli spread di tornare verso valori più tranquilli (300bp potrebbe essere un target importante da raggiungere). Il fatto è che i problemi dell’Italia hanno in qualche modo nascosto i problemi finanziari di un altro Paese, uno che fa sovente la voce grossa e vuole comandare insieme alla Germania: la Francia, appunto.

Forse non tutti sanno che ad inizio anno lo spread (decennale) Francia-Germania era attorno ai 30-40 punti base. Oggi, invece, supera i 160 punti. E’ un incremento elevato, oltre 4 volte maggiore ed è il segnale che la prossima vittima delle tensioni sul debito e sui conti pubblici potrebbe essere proprio la Francia di Nicolas Sarkozy, il presidente che ha fatto più volte la morale all’Italia. Perché nessuno si preoccupa della crescente tensione sul debito francese? Direi che in questi mesi la situazione critica dell’Italia ha fatto quasi comodo al duo Sarkozy-Merkel, ma ora le notizie potrebbero venire a galla e se si cominciasse a parlarne un po’ questo accrescerebbe ulteriormente la tensione e, quindi, gli spread con l’amica Germania.

Certo, non è che a noi faccia comodo una Francia sotto attacco speculativo, questo è chiaro. O meglio, magari ci fa comodo sul fronte debito pubblico, ma su tutto il resto (Euro compreso) ho forti dubbi. Però più guardo la matrice degli spread di Bloomberg e più mi chiedo come la Francia possa continuare a fingere di essere un Paese solido e forte e sfruttare questa forza per finanziarsi sul mercato a tassi agevolati e competitivi. La speculazione è una ruota che gira e può darsi che ora tocchi a loro…