Il silenzio delle innocenti (auto elettriche)

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Tra i tanti pregi dell’auto elettrica che la fa apprezzare da molti automobilisti è la silenziosità delle automobili, poiché il motore elettrico, a differenza di quello endotermico, praticamente non produce rumore; di fatto l’unico rumore che si sente è quello del rotolamento delle ruote sull’asfalto.

A quanto pare, però, tutto questo silenzio ha dato fastidio a qualcuno. Ad esempio, la NHTSA (National Highway Traffic Safety Administration), ovvero la motorizzazione USA già dalla fine del 2016 aveva deciso che dal 1° settembre 2019 tutte le auto elettriche e ibride avrebbero dovuto emettere un suono riconoscibile e facilmente individuabile al di sotto di una certa velocità, per consentire ai pedoni di individuare più facilmente le auto. Questa modifica rappresenterà un grande aiuto per tutti i pedoni (e ciclisti), specialmente per le persone non vedenti che, come è ovvio che sia, potrebbero avere grosse difficoltà ad individuare le automobili elettriche in arrivo. Una ricerca ha mostrato che i pedoni hanno il 40% in più di rischio in più di essere investiti da un’auto elettrica o ibrida rispetto a un’auto a benzina o diesel. Inoltre, il 93% delle persone non vedenti o ipovedenti ha detto di aver avuto problemi con le auto elettriche/ibride.

Questa novità normativa è previsto che venga introdotta anche in Unione Europea tramite un’apposita direttiva. È previsto che questo dispositivo di sicurezza non potrà essere disattivato dal guidatore, ma si attiverà automaticamente all’avviamento dell’auto. Questo per prevenire la tragedia che avvenne in Giappone, quando un guidatore disattivò il congegno finendo con l’uccidere una persona cieca e il suo cane guida.

Comunque, già diversi modelli di auto elettrica e ibrida si sono adeguati alla nuova normativa. Resta il peccato per il gusto del puro silenzio delle auto elettriche che, ahimè, risulta essere troppo pericoloso… alla faccia dell’inquinamento acustico.

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Senza colonnine elettriche la mobilità elettrica farà poca strada

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fonte: https://www.ideegreen.it

Qualche settimana fa mi sono imbattuto (non casualmente, era mia intenzione vederlo) in un servizio della trasmissione Report che, con il titolo emblematico di “Diamoci una scossa” poneva l’accento anche sulla situazione della mobilità elettrica in Italia. L’esperimento condotto dai 2 inviati di Report era banale: viaggiare con un’auto elettrica da Milano a Roma, valutando tempi e strutture adatte alla E-mobility. Il risultato? Alquanto impietoso. Premesso che i giornalisti hanno scelto un’auto elettrica decisamente più adatta al trasporto urbano, il servizio ha dimostrato come sia praticamente impossibile viaggiare in elettrico nella rete autostradale italiana; infatti, le colonnine elettriche sono praticamente assenti in autostrada e, quindi, per ricaricare le batterie è necessario uscire dall’autostrada, cercare la colonnina, sperare che sia funzionante e libera (soprattutto sul “funzionante” bisogna porre l’attenzione) e poi ripartire, rientrando in autostrada e proseguendo il viaggio.

Al di là delle evidenze emerse dall’esperimento condotto, quello che emerge chiaramente è lo scarso interesse e le scarsa attenzione pubblica sul tema della E-mobility. Non si investe in colonnine elettriche perché ci sono poche auto elettriche in Italia. Ma nessuno comprerà mai un’auto elettrica se la situazione delle infrastrutture rimarrà quella attuale.
Per rimediare alla situazione, Enel l’anno scorso ha annunciato l’installazione di 180 colonnine elettriche fast charge all’interno della rete autostradale italiana entro il 2018. Un piccolo passo, forse, verso l’abbandono dei combustibili fossili a favore dell’elettrico, possibilmente da fonti rinnovabili.

Sul tema delle colonnine elettriche, inoltre, voglio citare un articolo a firma del giornalista Fabio Gemelli che ha fatto il punto della situazione, confrontando la situazione dell’Italia nello scenario europeo. Da tale articolo si evince che la situazione italiana è critica, ma non tragica: l’Italia è quinta in Europa per numero di colonnine di ricarica e tale numero risulta essere abbastanza congruente con il numero di veicoli elettrici in circolazione. Il vero problema, semmai, è che i veicoli elettrici sono autentiche mosche bianche. L’Italia è 26esima in Europa nel rapporto “numero di abitanti per punto di ricarica”, a dimostrazione che è il concetto di auto elettrica a non aver ancora preso piede nel Belpaese, probabilmente per i costi ancora elevati dell’elettrico.

Infine, approfitto per segnalare il sito “Go Electric Stations” (o tramite app “Nextcharge”) il quale mostra le colonnine elettriche di ricarica vicine ad un indirizzo indicato, nonché informazioni aggiuntive quali il costo, il tipo di ricarica supportata, i commenti/opinioni/segnalazioni degli utenti, ecc.

The lionfish doesn’t sleep tonight

Abbiamo un nuovo ospite nei nostri mari. È stato avvistato all’interno della Riserva Naturale Orientata Oasi Faunistica di Vendicari, infatti, il cosiddetto ‘pesce scorpione‘ (o ‘pesce leone’ o ‘Scorpena volante’), all’anagrafe Pterois volitans, un pesce d’acqua salata altamente infestante e impattante sulla biodiversità degli ambienti acquatici marini. Oltre ad essere pericoloso per le specie marine, il veleno del pesce scorpione può essere letale anche per l’uomo. Ad incrementarne la pericolosità c’è anche il fatto che il veleno della Scorpena volante rimane attivo anche dopo 24-48 ore dalla morte del pesce. Quindi, la colorazione molto appariscente può essere molto attrattiva, anche verso organismi che sono morti; bisogna però prestare moltissima attenzione agli aculei che rimangono velenosi.

Il lionfish è un pesce tropicale originario del Mar Rosso, Oceano Indiano e Oceano Pacifico. Nel tempo, volontariamente o involontariamente, è stato introdotto in Florida e ha invaso i Caraibi. Dall’anno scorso le prime segnalazioni della presenza nel Mar Mediterraneo, ora è stato segnalato anche in Italia.

Considerata la potenziale invasività e pericolosità della specie, chiunque abbia catturato o avvistato un pesce scorpione è invitato a fare una foto e segnalare l’osservazione all’indirizzo emai: alien@isprambiente.it
È disponibile anche un gruppo Facebook chiamato ‘Oddfish’ sul quale condividere osservazioni di specie esotiche con utenti del mare e ricercatori.

Giornata mondiale dell’Acqua

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Oggi, 22 marzo, si celebra la Giornata mondiale dell’Acqua (World Water Day), una giornata votata alla sensibilizzazione sui temi legati all’acqua e sui problemi legati alla salute dell’acqua stessa, perché dalla salute dell’acqua dipende anche la nostra salute. Ovviamente la situazione è preoccupante, estremamente preoccupante. Secondo i dati pubblicati dal World Water Council, 923 milioni di persone attualmente non hanno accesso a fonti di acqua potabile sicura; ergo, quasi un settimo della popolazione mondiale non riesce ad approvvigionarsi a fonti di acqua sicura e potabile, dovendo necessariamente rischiare di utilizzare fonti non sicure. L’area mondiale complessivamente più rischiosa risulta essere l’Asia: infatti, del miliardo di persone precedentemente menzionato, 554 milioni sono asiatici, 319 milioni di abitanti dell’Africa Sub-Sahariana e 50 milioni di sudamericani. Considerando i singoli Stati, il risultato peggiore è quello della Papua Nuova Guinea, in cui solo il 40% della popolazione ha accesso ad acqua pulita. Seguono la Guinea Equatoriale (48%), l’Angola (49%), il Ciad e il Mozambico (51%), la Repubblica Democratica del Congo e il Madagascar (52%) e l’Afghanistan (55%).

Tutti i Paesi membri dell’Assemblea Generale dell’Onu sono chiamati a promuovere iniziative sul territorio che abbiano lo scopo di sensibilizzare la popolazione mondiale sull’importanza dell’acqua; il tema scelto quest’anno dall’Onu per il WWD riguarda le acque reflue e di scarico, intese come risorse e non emblema di spreco. Il recupero dell’acqua è fondamentale, perché con gli attuali stili di vita e con la popolazione mondiale attuale (in prospettiva, crescente) non possiamo permetterci di continuare a sprecare acqua in questo modo. A tal proposito, l’Unicef ha lanciato un grido di allarme: circa 600 milioni di bambini (1 su 4), entro il 2040 vivranno in aree con risorse idriche estremamente limitate. Stando al rapporto “Thirsting for a Future: Water and Children in a Changing Climate“, al momento 36 nazioni stanno affrontando un livello elevato di stress idrico. Fattori quali l’aumento delle temperature medie, l’innalzamento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento della frequenza di inondazioni e siccità, influenzano la qualità e la disponibilità di acqua, sia nel presente ma anche in ottica futura.

L’Italia, tramite il ministero dell’Ambiente, ha lanciato il progetto Acquamadre, ovvero un nuovo brand riconosciuto a livello mondiale nel quale canalizzare le iniziative mirate a diffondere una nuova cultura dell’acqua. Al centro del progetto ci saranno i fiumi come sorgente di vita e di identità culturale, ma anche veicolo di pace, dialogo e sviluppo delle comunità.

«I fiumi sono al centro della sfida climatica, ambientale e di sviluppo economico globale. C’è dunque un filo conduttore che lega il Po e il Mississippi, il Reno e il Fiume Azzurro con i più piccoli corsi d’acqua italiani» ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti.

Energia solare: la più conveniente

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Secondo proiezioni, fonte Bloomberg, l’energia solare è destinata a diventare più economica rispetto al carbone e, in generale, in 10 anni potrebbe essere la fonte energetica più conveniente in assoluto. Il trend dura ormai da diversi anni, la diffusione del solare, la riduzione dei costi grazie a progressi tecnologici hanno già condotto ad una decisa riduzione dei costi dell’energia solare (dal 2009 i prezzi del solare sono scesi del 62%).

Come ha scritto Bloomberg, ci sono Paesi come Cile e gli Emirati Arabi che hanno generato energia elettrica dal Sole a meno di 3 centesimi a kilowattora, ovvero la metà del costo medio globale delle centrali a carbone. Il calo dei prezzi «sta diventando normale nella maggior parte dei mercati» ha dichiarato Adnan Amin, Direttore Generale dell’International Renewable Energy Agency, un gruppo intergovernativo di Abu Dhabi. «Ogni volta che raddoppia la capacità di produzione, si riduce il prezzo del 20%». Anche le previsioni dell’U.S. Energy Department’s National Renewable Energy Lab mostrano che in futuro prossimo, in quasi tutto il mondo, il solare sarà più conveniente del carbone: secondo gli esperti, i costi attuali di circa 1,20 dollari watt, scenderanno ad 1 dollaro entro il 2020.

Ovviamente, la velocità del trend discendente del prezzo dell’energia solare non sarà omogenea fra tutti i Paesi. In generale, maggiori sono le disponibilità di giacimenti di carbone e più lento sarà il trend. Paesi come Cina e India, probabilmente, ci metteranno più tempo per rendere il solare più conveniente del carbone. La Cina, il più grande mercato dell’energia solare, vedrà i costi della tecnologia scendere al di sotto di quelli del carbone entro il 2030, secondo il New Energy Finance.

Caldo invernale

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Non so se dipenda dal surriscaldamento globale del pianeta, ma il 27 dicembre di Milano sembra essere simile al 27 dicembre di Rio de Janeiro o di Sydney. Oggi si sfiorano i 20° e non credo che questa temperatura possa definirsi normale per la stagione. Incredibilmente, comunque, questo fenomeno passerà sottotraccia, verrà considerata come iattura per quelli che affollano le piste da sci, inevitabilmente compromesse dalle scarse precipitazioni e dalle temperature sopra la media, e un’ottima occasione di svago per coloro che hanno deciso di rimanere a casa nel periodo natalizio (al mare se la godono come dei pascià, immagino).

La situazione è destinata a cambiare già da domani, con la discesa delle temperature. Il punto, però, rimane: come facciamo a farci scivolare di dosso tutti i segnali che ci manda il pianeta? È come se avessimo un incendio in casa e continuassimo a vivere normale, anzi, è come se dicessimo “comodo avere un incendio in casa, risparmiamo sul riscaldamento”. Come ha riportato Greenpeace,  l’accordo di Parigi (ratificato da 197 Paesi) è entrato in vigore il 4 novembre scorso, ma è di fatto privo di utilità, perché anche qualora venisse rispettato da tutti non porterebbe agli obiettivi prefissati. Ok, sono d’accordo, ma lo scaricabarile sui governi mi sembra sempre che deresponsabilizzi i singoli individui; se la consapevolezza del problema non attecchisce sugli individui, come si può pretendere che i governanti prendano in seria considerazione le tematiche relative ai cambiamenti climatici, al riscaldamento globale, ecc.?

La verità è che siamo spaventati da catastrofi più immediate e violente (come i terremoti o, perché no, dall’impatto di un asteroide), mentre il lento ma inesorabile incedere verso un pianeta invivibile ci lascia pressoché indifferenti. Lo spirito di sopravvivenza non riguarda la specie, ma il singolo individuo. Ognuno pensa per sé o, come mi verrebbe da dire in maniera più appropriata:

I miei problemi sono di tutti e i problemi degli altri non mi riguardano

L’aumento globale delle temperature è cosa certa e risaputa dai più, ma sono in pochi a capirne gli effetti devastanti sul nostro ecosistema. Ci preoccupiamo per la settimana bianca rovinata, oppure per un’estate piovosa che ci rovina le ferie al mare, ma non vediamo ciò che accade al di fuori del nostro orizzonte. Ad esempio, qualcuno è a conoscenza del fatto che a causa del riscaldamento globale si riduce la disponibilità di acqua dolce? E se l’equazione “acqua = vita” rimane valida (non considerando, per un momento, il problema dell’inquinamento delle acque), cosa accade ad un ecosistema in cui diminuisce l’acqua? Possibile che siamo così miopi?

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto,
l’ultimo fiume avvelenato,
l’ultimo pesce pescato,
l’ultimo animale libero ucciso.

Vi accorgerete…

che non si può mangiare il denaro.

(Proverbio Sioux)

Luci di Natale

Luci_NataleStanno già spuntando come funghi, ma dopo l’8 dicembre sarà sicuramente un boom. Si tratta delle luci natalizie che, come ogni anno, illuminano le nostre case e gli alberi di Natale. Ok, ma quanto consumano queste luci? Secondo Greenpeace, l’energia elettrica consumata in tutto il mondo per l’illuminazione natalizia basterebbe a coprire il fabbisogno energetico di una città di 1 milione di abitanti nell’ora di punta. Solo in Italia, si stima che andremmo a consumare ben 2 Miliardi e 565 Milioni di Watt, ovvero 2,56 Giga Watt, per illuminare le nostre abitazioni, senza tener conto delle luci di Natale che i comuni utilizzano nelle strade, nei mercatini di Natale, negli edifici pubblici, ecc. ecc.

Sinceramente, sono rimasto colpito da queste cifre, sono numeri impressionanti. Certamente è possibile fare qualcosa per ovviare al problema; non si tratta di tenere spente le luci, bensì di sceglierle con coscienza, dando importanza ai consumi piuttosto che al mero prezzo. Per questo, l’unica soluzione valida è investire in luci a led di buona qualità, spendendo qualche euro in più, ma a fin di bene. Tra l’altro le luci a led hanno una durata nettamente superiore a quelle ad incandescenza, per cui il maggior costo iniziale, oltre ad un risparmio in bolletta e ad una miglior salute del nostro pianeta, si traduce in un minor “turnover” delle luci stesse, anno dopo anno.

Poi, se si vuole proprio esagerare, si possono seguire questi accorgimenti:

  • Utilizzare luci a led dotate di pannelli solari. In questo modo, con l’energia immagazzinata durante le ore diurne può essere utilizzata per far funzionare le luci nelle ore notturne.
  • Collegare le luci ad un timer, in modo da evitare che le luci vadano a vuoto, senza che siano visibili

Le segrete vasche di laminazione

Vasche di laminazione a Senago

E a quanto pare le vasche di laminazione sul fiume Seveso si faranno e si faranno nel comune di Senago (dove il Seveso nemmeno passa, vabbè…). Ne avevo parlato qualche tempo fa, parecchio tempo fa, e, nella disamina conclusiva avevo detto:

Ma cosa ne pensano i senaghesi? E soprattutto cosa ne pensano gli abitanti nella zona di via De Gasperi? Sarebbe bello chiedere un piccolo parere anche a loro o al massimo dar loro la giusta informazione in merito a quest’opera che potrebbe comportare grossi disagi, per non parlare dei problemi ambientali e di salute.

Ed ecco infatti la risposta del “Collegio di Vigilanza dell’Accordo per la salvaguardia e la riqualificazione dei corsi d’acqua dell’area metropolitana milanese” (Regione, Provincia e comune di Milano) è stata chiara: non hanno informato delle loro decisione, di indire una riunione, nemmeno il comune di Senago, diretto interessato dell’opera; ora si potrebbe anche pensare che il comune, facendo la parte dello “gnorri” stia cercando di crearsi un alibi difensivo, dato che nella lotta istituzionale contro Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano ne uscirebbe probabilmente sconfitto. Escludendo però questa ipotesi, bisogna dire che i metodi utilizzati nella vicenda sono francamente discutibili. E l’Amministrazione senaghese, in questo caso, è molto chiara: «il Comune di Senago non sa nulla dell’indizione di questa riunione e ne viene a conoscenza a giochi fatti, quando viene pubblicato il comunicato stampa congiunto di Regione, Provincia e Comune di Milano. Se l’esser piccoli, rapportandoci agli altri soggetti istituzionali, è la natura del nostro Ente, l’accettiamo; quello che non possiamo accettare è l’essere ignorati da altre, seppur “più importanti” Istituzioni».

Il Comune prova anche a spiegare, per l’ennesima volta, che il “NO” non è un no a prescindere, per partito preso. Quello che viene messo in dubbio, oltre alla scelta di Senago come sede dell’opera (contro atti votati all’unanimità da vari Consigli comunali nel corso degli anni), è rappresentato anche dalla validità dell’opera che, senza altri interventi importanti, risulterebbe pressoché inutile a risolvere il problema delle piene del Seveso, mantenendo inalterati i disagi per gli abitanti di Milano (zona Niguarda). E se non fossimo in Italia, direi che tutto questo non ha senso…

Per approfondimenti:
Canale scolmatore e vasche di laminazione a Senago

Venezia: energia dalle onde

Il moto ondoso come fonte di energia elettrica pulita e rinnovabile per alimentare gli edifici e gli impianti di Venezia. Questo il rivoluzionario progetto presentato a Mestre, in contemporanea ad Ecomondo, la fiera internazionale sulla sostenibilità energetica e ambientale che si è conclusa sabato scorso a Rimini.

La sperimentazione, avviata di recente dal Comune e con la partnership dell’Agenzia veneziana per l’energia (Agire), consente di assorbire energia elettrica dalle onde, sfruttando quelle più ampie del mare e quelle più piccole, ma frequenti, del fragile sistema lagunare.

Tre i sistemi di conversione illustrati dal comune veneziano, costituiti da un galleggiante e da un generatore che sfrutta il “principio di Archimede”. Il primo prototipo, “Giant”, è come un ”fungo” capace di immagazzinare e produrre 12mila Kwh l’anno. Il secondo, “Wem”, non ancora in fase di sperimentazione, sarà invece capace di produrre ben 35mila Kwh all’anno. Tradotto in termini di efficienza la quantità di energia necessaria per alimentare un asilo nido.

Ai due ”superproduttori”, tuttavia, si aggiunge anche un ”mini” Giant, già operativo lungo il canale della Giudecca, che oltre a sfruttare il moto ondoso assorbe le onde di rimbalzo sulle rive. Un ingegnoso meccanismo capace, una volta a regime, di diventare un micro serbatoio di energia ad uso domestico.

”Crediamo molto in questo nuovo sistema, per ora unico al mondo e mai sperimentato prima per produrre energia pulita seguendo e sfruttando la grande vocazione e opportunità del territorio veneziano, ovvero il mare – ha dichiarato l’assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin -.  Da sempre i veneziani hanno avuto la capacità di adattarsi al mare e adattare il mare alle proprie esigenze. Oggi noi lo facciamo portando avanti politiche per il risparmio energetico e la sostenibilità ambientale”.

Augusto Rubei su Greenbiz.it