Tu chiamale, se vuoi, classi-ghetto

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Quando si parla di Istruzione non si può evitare di parlare di bambini e del loro diritto all’istruzione. Ma in un Paese che, inevitabilmente e fortunatamente, sta diventando multirazziale, il concetto di “diritto all’istruzione” può diventare difficile e complesso. Infatti, è giusto trattare tutti i bambini allo stesso modo? Non tutti si presentano alla scuola dell’obbligo allo stesso livello: c’è chi, magari, sa già leggere e scrivere qualcosa, mentre c’è chi non spiaccica nemmeno una parola di Italiano. Come conciliare le esigenze di tutti?

La prassi consolidata si è sempre basata sulla massima integrazione possibile. Classi miste, quindi, classi che dal punto di vista formale non presentavano alcun problema, ma che nella sostanza finivano (e finiscono tuttora) per rallentare chi è più avanti per attendere chi, inevitabilmente, ha bisogno di più tempo per colmare il gap iniziale. Ha fatto, quindi, scalpore la notizia di una scuola vicino Bologna in cui è stata creata una classe di soli studenti stranieri, con età compresa tra gli 11 e i 15 anni. La polemica è stata talmente forte ed accesa da arrivare perfino a parlare, appunto, di classi-ghetto. Ora, tralasciando volutamente riferimenti alla deportazione degli Ebrei della Seconda Guerra Mondiale (per evitare figuracce alla Silvio, principalmente), mi chiedo: “cosa ne penseranno i diretti interessati?”. In sostanza, è davvero così tanto penalizzante per questi studenti stranieri avere una classe ad hoc?

Ovviamente, io parto escludendo che alla base di questa decisione vi siano motivazioni razziali (e quindi razziste). In tal caso, infatti, nulla potrebbe giustificare una cosa simile, sarebbe un atto criminoso, di gravissima entità. Escludendo ciò, invece, se alla base vi sono esigenze di apprendimento differenti, non posso far altro che essere d’accordo con la decisione del preside della scuola. E la spiegazione è semplice: così facendo si concede il giusto tempo agli studenti stranieri, senza mettere loro fretta, implicando magari l’abbandono prematuro degli studi; dall’altro lato, gli studenti italiani non sono costretti ad aspettare chi è più indietro e necessita di più tempo.
Che poi non è un problema di razza o di nazionalità: io sono favorevole alla creazione di classi in base al “merito scolastico”. È giusto che chi è più bravo e dotato possa correre, chi invece è meno capace sia aspettato ed aiutato maggiormente. A voler mettere insieme tutto, a voler mediare il più possibile, si finisce per scontentare gli uni o gli altri (o, perché no, entrambi). L’integrazione va cercata anche a scuola, ma non a discapito del ruolo e del compito fondamentale della scuola stessa: insegnare.

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