Gentili signore e signori, buongiorno

Sono trascorsi già 10 anni dalla scomparsa di Adriano De Zan, volto e soprattutto voce del ciclismo, voce che ha saputo anche appassionare gli Italiani con le sue epiche telecronache di, all’incirca, 50 anni di ciclismo su strada. Il titolo del post è, per chi non lo sapesse, la frase introduttiva che apriva le sue cronache, una specie di “slogan” che lo contraddistingueva chiaramente. Non me ne vogliano gli attuali telecronisti Rai per il ciclismo, ma le telecronache di De Zan erano assolutamente uno spettacolo nello spettacolo, riusciva a catalizzare l’attenzione degli ascoltatori e trasmettere loro la passione e la gioia per questo sport. Adesso il ciclismo è fatto più di ragionieri ed ingegneri; ai suoi tempi, invece, il ciclismo era arte ed improvvisazione, bisognava improvvisare in gara e spesso si improvvisava anche in radiocronaca, perché le fonti di informazione non erano efficienti come lo sono adesso.

Adriano De Zan era una persona che amava il ciclismo e amava il proprio lavoro. Si sentiva la felicità nella sua voce, le emozioni erano chiare e nitide nelle sue parole. Ricordo particolarmente bene la sua grinta nel raccontare gli scatti e le imprese del grande Marco Pantani, ma anche la sua tristezza profonda, la sua voce rotta dal pianto nel commentare l’incidente e la morte di Fabio Casartelli, promessa del ciclismo italiano e medaglia olimpica a Barcellona 1992, morto sulle strade del Tour de France lungo la discesa del Colle di Portet-d’Aspet.

Con la sua scomparsa il ciclismo ha perso un autentico fuoriclasse, uno che dal ciclismo ha ricevuto tanto, ma che ha soprattutto dato, al ciclismo e a tutti gli appassionati. Mi auguro che anche lassù tu possa commentare a modo tuo le gare del tuo amatissimo ciclismo.

«Una volta Adorni mandò in fuga appositamente Baffi, Bruni e Pettinati. E in un campionato italiano di Acitrezza, c’era un traguardo di Ficarazzi, e facevano sempre vincere Cazzolato.» [Adriano De Zan]

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