Fukushima: anatomia di un disastro

Il mondo intero vive col fiato sospeso le vicende riguardanti il Giappone e le conseguenze dei danni riportati dalla centrale nucleare di Fukushima. Le notizie parziali e frammentarie che arrivano dal Sol Levante lasciano tutti nella paura e nel panico per quanto potrebbe accadere al reattore numero 2 della centrale e del pericolo fusione delle barre di uranio e della nube radioattiva che già si sta propagando.

Voglio riportare qui di seguito una ottima ricostruzione degli eventi che hanno portato al disastro fornita dall’Espresso in un articolo di Giovanni Spataro.

Al momento del sisma, lo scorso 11 marzo, nell’area del Giappone colpita con più intensità dal terremoto erano in funzione 11 reattori nucleari, distribuiti su quattro siti differenti. Tutti erano dotati di sistemi di sicurezza antisismici, entrati regolarmente in funzione subito dopo il terremoto. Come spiega Andrea Borio, direttore del Laboratorio Energia Nucleare Applicata all’Università di Pavia: «Appena il sistema antisismico ha rilevato la scossa, tra le barre di uranio del nocciolo sono state inserite, in modo automatico, tutte le barre di controllo, ossia barre composte da materiali che interrompono la reazione di fissione all’interno dei noccioli dei vari impianti».

A questo punto, il problema da affrontare era lo smaltimento del calore residuo generato dal decadimento dei numerosi isotopi radioattivi prodotti dalla fissione. «In condizioni normali – specifica Borio – i sistemi di raffreddamento sono alimentati dalla rete elettrica». In questi sistemi, l’acqua circola all’interno del nocciolo, assorbe il calore prodotto dalla reazione di fissione, esce dal nocciolo, è raffreddata da uno scambiatore di calore e ritorna nel nocciolo, dove assorbe altro calore. Grazie a questo ciclo, la temperatura rimane sotto controllo e a valori normali per la gestione dell’impianto in sicurezza. «Il sistema di raffreddamento, però, nei reattori uno, due e tre di Fukushima Daiichi si è interrotto perché si è interrotta la fornitura di corrente elettrica di rete, probabilmente a causa di danni provocati dal terremoto.»

In questo caso, è prevista l’entrata in funzione di motori diesel di emergenza, che però secondo alcune notizie avrebbero funzionato solo per un’ora circa dal distacco dalla rete elettrica avvenuto subito dopo il sisma, solo sessanta minuti prima di venire travolti e messi fuori gioco dallo tsunami. «Sembra che questi motori fossero stati collocati a sei metri sopra il livello del mare, mentre l’onda del maremoto sarebbe arrivata a 7-8 metri di altezza», rivela Borio. Irresponsabilità? In realtà è molto probabile che i progettisti dell’impianto, entrato in funzione oltre quarant’anni fa, abbiano considerato i registri storici dei terremoti e i dati geologici per poi concludere che sei metri di altezza avrebbero messo al sicuro i motori di emergenza. Ma anche in questo caso ancora non si è arrivati a una conclusione certa e definitiva.

Senza circolazione, l’acqua all’interno dei noccioli dei tre reattori di Fukushima Daiichi ha iniziato a surriscaldarsi, a causa del calore prodotto dal decadimento radioattivo, e a evaporare, lasciando probabilmente scoperta una parte delle barre di combustibile di uranio. La produzione massiccia di vapore ha fatto aumentare sempre più la pressione all’interno delle tre centrali, il rischio era un’esplosione, un po’ come accade in pentole a pressione con valvola di sicurezza otturata. «Quindi è stato deciso di far sfogare parte del vapore, debolmente radioattivo, nell’ambiente, in modo da riportare la pressione a livello normale», spiega Borio. A questo punto, grazie al ripristino del funzionamento dei generatori di emergenza e all’impiego di altri generatori si è ricominciato a pompare acqua nei noccioli, che nel frattempo si erano surriscaldati.

A temperature elevate, il contatto tra acqua e le guaine che rivestono il combustibile produce due gas: ossigeno e idrogeno. Nei reattori numero uno e numero tre, l’estrema volatilità dell’idrogeno ha permesso a questo gas di diffondersi fino a raggiungere l’intercapedine tra la struttura in cemento armato, il cosiddetto contenitore primario, e il tetto dell’edificio reattore. Probabilmente una scintilla ha fatto esplodere l’idrogeno, abbattendo il tetto, come hanno mostrato le immagini che hanno fatto il giro del mondo. Tuttavia, la sezioni più importanti dei reattori uno e tre sono rimaste integre: le barre di combustibile sono confinate all’interno dei recipienti in acciaio (dello spessore di circa 20 centimetri), a loro volta protetti dal contenitore primario. E la temperatura sarebbe sotto controllo, grazie alla continua immissione di acqua di mare.

E qui si verifica un altro problema inatteso, che però riguarda il reattore numero due, quello che ha tenuto con il fiato sospeso il Giappone, e non solo. Durante le prime fasi dell’emergenza, il reattore numero due sembrava il meno problematico dei tre di Fukushima Daiichi. Il raffreddamento con motori che avevano sostituito quelli distrutti dallo tsunami funzionava in modo abbastanza efficace, poi però gli eventi che hanno riguardato il reattore numero tre hanno cambiato lo scenario in modo radicale. «L’esplosione del reattore tre avrebbe compromesso la funzionalità del sistema di raffreddamento del reattore due, che ha iniziato a surriscaldarsi di nuovo». Anche in questo caso l’acqua ha iniziato a bollire ed evaporare, e la diminuzione del livello del refrigerante avrebbe causato la parziale fusione di barre di combustibile. E anche in questo caso, una volta riportata la pressione a valori accettabili, i tecnici hanno ricominciato a pompare acqua nel nocciolo, che ha portato alla formazione di idrogeno. «Ma a differenza dei reattori uno e tre, l’idrogeno prodotto nel reattore due non si è diffuso nello spazio tra cemento armato e parete esterna. Sembrerebbe che il gas si sia diffuso fino a vasche collegate con la struttura di cemento dove poi è esploso», spiega Borio. (l’Espresso)

Fortunatamente sembra che siamo ancora lontani dall’ipotesi di una nuova Chernobyl, ma le conseguenze per le persone potrebbero essere comunque molto gravi e durature nel tempo. Sinceramente sono un po’ preoccupato perché continuano ad arrivare notizie preoccupanti ed il problema principale sembra essere di non facile soluzione.

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2 thoughts on “Fukushima: anatomia di un disastro

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