Riccò e le autoemotrasfusioni nel ciclismo

Credo di poter affermare con una buona probabilità di certezza che la carriera da ciclista di Riccardo Riccò sia ormai giunta al termine. Dopo una condanna per doping, condanna meritatamente conquistata dal ciclista romagnolo, eccolo di nuovo protagonista dei media sportivi, nuovamente non per meriti sportivi. Riccò è finito all’ospedale con un grave blocco renale, probabilmente causato da un’incauta autoemotrasfusione sanguigna, mediante l’iniezione del suo stesso sangue conservato nel frigorifero per una ventina di giorni. Ora se ciò fosse confermato sarebbe la riprova che a Riccò le rotelle hanno cominciato a girare all’inverso, perché se è assurdo doparsi quando si è comunque seguiti da un medico sportivo, è da folli pensare al fai-da-te, perché così facendo si rischia solamente di mettere a repentaglio la propria salute, come infatti è successo puntualmente a Riccardo Riccò.

Riccardo Riccò è certamente un atleta che ha mostrato delle doti particolari e speciali nel ciclismo, sembrava dover essere l’erede di Marco Pantani, l’unico in grado di infiammare gli animi dei tifosi della bicicletta come solo il Pirata sapeva fare. Ma Riccardo ha mostrato una fragilità mentale ancora maggiore rispetto al grande Marco. Le pressioni sono state troppo forti e il bisogno di vincere e di essere sulla cresta dell’onda l’ha spinto ad affidarsi alle pratiche dopanti per riuscire ad emergere. E’ triste, molto triste per tutto il movimento del ciclismo vedere notizie simili, notizie che allontanano il pubblico dalle due ruote, da uno sport nobile che vive in simbiosi col doping, una convivenza forzosa che non si riesce ad evitare.
Io credo che Riccò non sarà l’ultimo ciclista trovato positivo al doping. Sono abbastanza sicuro che, più o meno, tutti i ciclisti facciano ricorso ad aiutini farmacologici per mantenere prestazioni elevate. Il punto è che chi esagera finisce con l’essere beccato, perché il sistema dei controlli è veramente efficace e capillare, in grado di scovare buona parte delle pratiche dopanti ora utilizzate.

Una piccola precisazione sulla famiglia di Riccardo Riccò. Il ciclista in questione sarà stato un pirla a rischiare la pelle, ma anche la sua famiglia non è stata da meno, poiché non si può credere che genitori e, soprattutto, la moglie non sapesse nulla e fosse all’oscuro delle autotrasfusioni del marito ciclista. La responsabilità del gesto, che comunque ancora non è stato accertato, sarebbero da suddividere fra più soggetti, non semplicemente il protagonista princiale, Riccardo Riccò. Si tratta di un concorso di colpe, il festival dell’idiozia.

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