Bossi e le cimici leghiste

Umberto Bossi è un ministro che “minimizza”; lui scopre che qualcuno gli ha piazzato una cimice nell’ufficio ministeriale e lui non se ne preoccupa, ci scherza quasi su, tanto per sdrammatizzare l’accaduto, perché in un Paese libero è normale che sia liberamente possibile posizionare una radiospia nell’ufficio di un ministero, controllando i discorsi di un ministro, leader anche dell’unica forza esterna che appoggia il governo, capo di un partito politico in rapida ascesa e che continua a raccogliere consensi nel settentrione, la Lega Nord. Personalmente, avrei avviato indagini a tappeto per scoprire l’autore di questo spionaggio ministeriale; il senatùr, invece, non si scompone e, una volta bonificato l’ufficio, riprende serenamente la vita di sempre, la più normale quotidianità.

Ma chi potrebbe avere interesse nel controllare le trame di Bossi? Non credo che Bossi, soprattutto conciato com’è, faccia grandi discorsi tra le mura del suo studio, non so cosa possa dire di tanto interessante. Uno dei pochi motivi che mi sovviene è il fatto che qualcuno possa sentire l’esigenza di controllare le mosse degli altri politici, magari perché malfidente rispetto alla faccia pubblica che essi mostrano ogni giorno ai media e alla stampa. Ma chi potrebbe rispondere a questo identikit? Or ora non mi viene in mente nessuno, avete qualche indicazione di un politico del governo, tradito da un fido alleato e ossessionato dal potere e da una serie smisurata di fobie?

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo processuale sul caso delle cimici trovate nell’ufficio e nella abitazione del leader della Lega Umberto Bossi. Il fascicolo, contro ignoti, è stato aperto d’ufficio dal procuratore Giovanni Ferrara sulla base delle dichiarazioni fatte da Bossi a Ponte di Legno circa la scoperta, due mesi fa, di cimici nel suo ufficio presso il ministero delle Riforme e nella sua casa romana. I reati ipotizzati sono quelli previsti dagli articoli 617 e 617 bis del codice penale: ossia ”cognizione, interruzione o impedimento illecito di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”, il primo, e ”installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”, il secondo.

Comunque, il buon Umberto rischia pure di beccarsi un’accusa di omessa denuncia, assieme all’amico-collega Roberto Maroni, ministro dell’Interno, in ossequio al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Io non sono un penalista e poco m’importa delle complicazioni giuridiche che possono nascere dalle esternazioni alcoliche del Senatùr, sono più preoccupato da cittadino del fatto che un ministro della Repubblica italiana possa essere così facilmente reso sotto controllo. Wikileaks è sembrato un fenomeno dannosissimo per la democrazia mondiale, ma preferisco di gran lunga uno sputtanamento così palese come quello del sito di Assange, piuttosto che non sapere chi sta controllando, il Grande Fratello che sta dietro tutto ciò.

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