Il ruolo della politica monetaria (Milton Friedman)

Vi è ampio accordo sui più importanti obiettivi della politica economica: occupazione elevata, prezzi stabili, sviluppo rapido. Si è meno d’accordo sulla loro mutua compatibilità e, tra coloro che li ritengono incompatibili, sui modi in cui essi possono e dovrebbero essere sostituiti tra di loro. L’accordo è poi minimo sul ruolo che i vari strumenti della politica economica possono e dovrebbero giocare per il raggiungimento dei singoli obiettivi.
Lo scopo che qui mi propongo è di analizzare il ruolo di uno di tali strumenti: la politica monetaria. Quale può essere il suo apporto? E come dovrebbe essere condotta per dare i migliori contributi? I pareri in proposito hanno oscillato non poco. Il primo naturale entusiasmo suscitato dalla creazione del Federal Reserve System indusse molti osservatori ad attribuire la relativa stabilità degli anni Venti alla capacità del Sistema stesso di essere – in termini moderni – un ottimo sintonizzatore. Era ampiamente diffusa la convinzione che si fosse entrati in una nuova era, nella quale le fluttuazioni cicliche erano state superate grazie al progresso della tecnologia monetaria. Questa opinione era condivisa da economisti e profani sebbene vi fossero, naturalmente, voci in disaccordo. La Grande Crisi provocò la scomparsa di questo ingenuo orientamento e le opinioni passarono all’altro estremo. La politica monetaria era una corda: si poteva tirarla per fermare l’inflazione, ma non spingerla per arrestare la recessione. Si può portare un cavallo ad un abbeveratoio, ma non si può costringerlo a bere. Questa tesi, espressa per aforisma, fu presto sostituita dalla rigorosa e complessa analisi di Keynes.

Keynes offrì contemporaneamente una spiegazione della presunta incapacità della politica monetaria ad arrestare la depressione ed una alternativa alla politica monetaria per contrastare la depressione, e la sua offerta venne avidamente accettata. Se la preferenza per la liquidità è assoluta o quasi – e Keynes riteneva che lo fosse in periodi di forte disoccupazione – il tasso di interesse non può essere abbassato attraverso misure monetarie. Se il consumo e l’investimento sono scarsamente influenzati dal tasso di interesse la sua riduzione, anche se potesse essere attuata, apporterebbe scarsi vantaggi. La politica monetaria è così doppiamente condannata. La recessione posta in essere, secondo le opinioni predette, da un crollo negli investimenti, o dalla scarsa convenienza a realizzarli, o, ancora, dall’ostinazione a risparmiare, non avrebbe potuto venire arrestata, si osservata, attraverso manovre monetarie. Ma esisteva una possibile alternativa, costituita dalla politica fiscale: la spesa pubblica avrebbe sopperito all’insufficienza degli investimenti privati. Una riduzione nelle imposte avrebbe scoraggiato la tendenza troppo accanita a risparmiare.
Il vasto consenso ottenuto da tali concezioni presso gli economisti generò per circa un ventennio il convincimento che la politica monetaria fosse stata messa fuori causa dal progresso della scienza economica. La moneta non aveva importanza, aveva solo la funzione secondaria di mantenere basso il tasso di interesse, così da contenere i pagamenti degli interessi nel bilancio governativo, di contribuire alla “eutanasia dei rentiers”, e, magari, di stimolare l’investimento di quel tanto sufficiente ad aiutare la spesa pubblica a mantenere la domanda aggregata ad un livello elevato.
Tali concezioni fecero adottare quasi ovunque, dopo la guerra, politiche monetarie volte a mantenere la moneta a buon mercato. Esse subirono perciò una forte scossa quando, in un paese dopo l’altro, si verificò il fallimento delle politiche predette, quando le banche furono costrette, una dopo l’altra, a rinunciare alla pretesa di mantenere indefinitamente “il” tasso di interesse ad un livello basso. Negli Stati Uniti la condanna pubblica si ebbe col Federal Reserve Treasury Accord del 1951, anche se la politica di sostegno dei prezzi dei titoli venne ufficialmente abbandonata solo nel 1953. All’ordine del giorno non venne posta la tanto discussa depressione postbellica, ma l’inflazione stimolata appunto dalle politiche della moneta a buon mercato: e il risultato fu un ritorno della fiducia nell’efficacia della politica monetaria.

Fra gli economisti questo risveglio fu fortemente incoraggiato dagli sviluppi teorici iniziati da Haberler, ma formulati da Pigou, che mettevano in evidenza un fenomeno – e cioè i mutamenti nella ricchezza – per cui le variazioni nella quantità reale di moneta possono influenzare la domanda aggregata anche senza alterare il tasso di interesse. Questi sviluppi teorici non intaccarono le argomentazioni keynesiane contro l’efficacia delle manovre monetarie ortodosse quando la preferenza per la liquidità è assoluta, dal momento che, in tale circostanza, le normali operazioni monetarie comportarono solo la sostituzione della moneta alle altre attività, senza però mutare la ricchezza totale. Essi tuttavia dimostrarono come variazioni nella quantità di moneta prodotte in altri modi potessero influenzare, anche in tali circostanze, la spesa totale. E, ciò che è più importante, essi intaccarono la proposizione chiave della teoria keynesiana, secondo cui potrebbe non esistere una posizione di equilibrio di piena occupazione persino in un mondo di prezzi flessibili. Di conseguenza, la disoccupazione doveva venir nuovamente spiegata per mezzo della rigidità o delle imperfezioni, e non come il risultato naturale di un processo di mercato pienamente operante.

Il ritorno alla fiducia nella politica monetaria fu inoltre incoraggiato da una rivalutazione del ruolo giocato dalla moneta dal 1929 al 1933. Come quasi tutti gli economisti del suo tempo, Keynes riteneva che negli Stati Uniti la Grande Crisi avesse avuto luogo nonostante le aggressive politiche espansionistiche messe in atto dalle autorità monetarie; riteneva, cioè, che le autorità monetarie avessero fatto del loro meglio, ma che questo non fosse bastato. Studi recenti hanno dimostrato esattamente il contrario: le autorità monetarie statunitensi avevano seguito politiche fortemente deflazionistiche. Negli Stati Uniti la quantità di moneta si contrasse di un terzo durante la crisi, e non perché mancasse la volontà di prendere a prestito – non perché il cavallo non volesse bere – ma perché il Federal Reserve System impose o permise una brusca riduzione della base monetaria, venendo così meno alla responsabilità assegnatagli dal Federal Reserve Act di fornire liquidità al sistema bancario. La Grande Crisi costituisce la tragica testimonianza del potere della politica monetaria e non già, come ritenevano Keynes e molti suoi contemporanei, la prova della sua impotenza.
Negli Stati Uniti il ritorno alla fiducia nella politica monetaria fu anche rafforzato dalla crescente sfiducia nella politica fiscale, sfiducia riferita non tanto alla sua capacità potenziale di impiegarla in tal senso. Le spese reagivano debolmente, e dopo lunghi intervalli di tempo, ai tentativi di adattarle al corso dell’attività economica, e si doveva così puntare sulle imposte. Ma, a questo punto, entravano in campo i fattori politici ad ostacolare ad oltranza un pronto adeguamento alla presunta necessità, così com’è stato dimostrato alcuni mesi dopo che io avevo scritto il primo abbozzo del presente saggio. […]

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2 thoughts on “Il ruolo della politica monetaria (Milton Friedman)

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