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Patrizia D’Addario segretario del PD, perché no?

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PD sono esattamente le iniziali di Patrizia D’Addario, la escort che con le sue intercettazioni pubblicate da l’Espresso, sta incrinando ulteriormente il fragile equilibrio che sostiene la credibilità del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ora, io sono tra quelli che sostiene che la sfera privata sia sacra ed inviolabile e non dovrebbe condizionare il giudizio pubblico di una persona, salvo rare eccezioni. Il punto, però, è che quando sei un politico, leader del maggior partito nazionale ed attuale capo di governo, devi necessariamente mantenere un rigore ed una trasparenza tale da non mettere a repentaglio l’onore e la reputazione dell’intero Paese, dipinto oramai all’estero come un paese di puttanieri in cui il popolo non è in grado di rovesciare il capo del proprio governo nemmeno di fronte a certi scandali. Se pensiamo che Bill Clinton, allora presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo più potente del mondo (sotto più punti di vista), rischio di essere cacciato a pedate per aver mentito sui rapporti sessuali con Monica Lewinsky; si trattava della sfera privata, certamente, ma tradire la propria moglie nella stanza ovale per un pompino di una stagista aveva certamente un impatto negativo su tutti gli Stati Uniti d’America, danno d’immagine che al caro Bill hanno fatto sudare costringendolo a scuse pubbliche in televisione.

Ora siamo sullo stesso piano, abbiamo a che fare con un capo di governo che tradisce la propria moglie nel privato, ma nel pubblico si mostra cattolico fervente, nonostante il divorzio alle spalle. L’elettorato di Berlusconi è composto anche da una cospicua fetta di democristiani, quindi non può fare buon viso a cattivo gioco senza pensare di pagarne le conseguenze. Vero è che in questo momento non sarebbe possibile sciogliere le camere ed andare verso nuove elezioni, perché la situazione congiunturale del Paese necessita della presenza e del lavoro di un governo, che sia abile e capace nel proporre provvedimenti in grado di ravvivare l’economia interna e ridurre i disagi delle popolazioni colpite dal sisma in Abruzzo. Però non ci può nascondere dietro un dito, caro Silvio…

In tutto questo, con il PD che non la finisce di aizzare i propri leader l’uno contro l’altro e collegandomi con l’inizio del post, proporrei la figura di Patrizia D’Addario come segretario del partito. E’ certamente in grado di tener testa al premier, credo sia anche in grado di tenerlo per le palle e soprattutto è stata l’unica a metterlo seriamente in difficoltà, cosa che Franceschini, Bersani & Co. non riescono assolutamente a fare. Chissà, avere una escort premier non sarebbe male… o forse non cambierebbe nulla dalla situazione attuale?

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La risurrezione dell’Udeur di Mastella

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(ANSA) – ROMA, 17 LUG – Si e’ aperto oggi a Roma il primo Consiglio nazionale dell’Udeur dopo ‘una morte che non e’ stata eterna’, presideuto da Mastella. Il segretario, eletto eurodeputato con il Pdl alle ultime Europee, ha annunciato la ‘rinascita dell’Udeur, una risurrezione politica, dopo un tentativo dissolutorio’. ‘Dobbiamo dimostrare -ha detto Mastella ai suoi- che siamo il terzo partito della coalizione di centrodestra, restiamo alleati seri e responsabili del Pdl, ma giocando il nostro ruolo’.

Questa notizia è il giusto coronamento per un adeguato venerdì 17. Il “gatto nero” Mastella, un felino dalle proporzioni abnormi, riprende a graffiare con il suo Udeur, figura politica di cui pochi, per non dire nessuno, sentiva la mancanza. Speriamo resti il più a lungo possibile in Europa e che non faccia danni da là…

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Un partito ridicolo può essere guidato da un comico

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Beppe Grillo non smette di far parlare di sè e dal suo blog personale lancia l’ennesima iniziativa/provocazione, ossia quella di candidarsi come segretario del PD alle prossime elezioni primarie. Sembrerebbe una presa per i fondelli, ma Beppe Grillo sembra intenzionato a portare avanti l’iniziativa, avendo preso la tessera del partito e volendosi fermamente mettere in competizione con Franceschini, Bersani e Marino. La politica è in fermento per capire se e come Grillo possa legittimamente candidarsi alla segreteria del Partito Democratico. Ad esempio, riporto da La Stampa:

La candidatura di Grillo si sta rivelando un terremoto, almeno sul piano mediatico, che ha mosso parecchio le acque anche in casa democratica. Agli altri concorrenti per il ruolo di segretario e ai big del partito l’ultimo show del comico non piace affatto. Il Partito democratico è «una cosa seria» e certamente non un «autobus dove uno salta sù per fare un giretto» lo gela Pierluigi Bersani. Quella di Beppe, dice, è «una proposta che testimonia che abbiamo allestito un partito che può essere ritenuto come un’occasione sulla quale saltar su per sviluppare la propria politica».

Sulla stessa linea anche Fassino, che appoggia Franceschini. «La boutade di Grillo la interpreto come una delle tante provocazioni di un uomo di spettacolo» dice l’ex segretario dei Ds. «Non c’è alcuna ragione per pensare che Grillo possa essere candidato alla segreteria del Pd – aggiunge Fassino – nessuno è preoccupato dalla candidatura di Grillo. Il partito è una cosa seria e ha delle regole. Grillo non è iscritto e non si riconosce nel Pd. Se Grillo vuol fare politica metta in piedi un partito e si presenti alle elezioni». Un’apertura a Grillo arriva invece da Ignazio Marino, il “terzo uomo” nella corsa alla leadership: «Seguendo le regole della democrazia, chiunque ha le carte e le firme lo può fare. Io non giudico le persone, se Grillo arriverà con una mozione strutturata e risposte concrete sui temi che preoccupano le persone che vivono nel Paese, non vedo perchè debba essere escluso». Mentre il candidato blogger Mario Adinolfi dà il benvenuto a Grillo e fa un appello «ai burocrati del Pd affinchè non ne impediscano la candidatura».

Non la pensa affatto così Giovanna Melandri: «A Grillo vorrei dire che il Pd non è un tram su cui si può salire all’occorrenza. Uno che ha sputato veleno sul partito fin dalla sua nascita non può candidarsi a guidarlo. Credo che prima dei colpi di scena, chi sceglie di impegnarsi in politica debba avere rispetto per migliaia di cittadini che, a diverso titolo, si sono impegnati per costruire il Pd e che, rispettandolo, ci credono veramente». Pieno appoggio invece da Antonio Di Pietro: «Vedo che molti nel Pd fanno a gara per irridere la candidatura di Grillo a segretario di quel partito, eppure il suo – dice il leader Idv – è l’unico programma esposto, molto più articolato delle idee che finora abbiamo sentito dagli altri candidati». Emma Bonino ripropone considerazioni che riporta alla querelle-Pannella, di due anni fa, quando era il leader Radicale a voler correre per il timone Pd. «Io ancora non ho capito bene – dice la vicepresidente del Senato – se le regole di questo Statuto del Pd, che ogni giorno di più risulta più pasticciato, consentono o no la candidatura di Beppe Grillo. Se lo consentono il dibattito deve essere politico, non esistono “vade retro Satana”. Grillo è abituato a lanciare anatemi e a fare monologhi, ma non è mai stato disponibile a dialoghi o confronti. Se poi parliamo del programma che Grillo ha enunciato io trovo che ci siano delle sciocchezze».

Partiamo dal presupposto che in Italia può diventare presidente del Consiglio anche chi è indagato, processato e condannato per reati penali, quindi non dovrebbero essere cavilli burocratici e di forma a bloccare la candidatura del comico genovese, a mio avviso. Vedo comunque le mummie del PD molto tese e preoccupate, segno che l’intervento di Grillo è stato un autentico fulmine a ciel sereno. Peccato che non si colga la palla al balzo per impostare una seria riflessione sulle motivazioni che portano Beppe Grillo a questo gesto, peccato che il PD non riconosca i propri sbagli e non faccia un sano esame di coscienza prima di fare primarie e congressi vari. Se vuole offrire una vera alternativa a Berlusconi il PD deve ripartire con persone nuove e, soprattutto, idee da 21esimo secolo. In caso contrario, non saranno certo delle escort e qualche foto rubata a segnare la caduta dell’impero berlusconiano.

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Silvio e la Mafia

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immagine da l’Espresso online

Pubblico ora l’articolo del giornalista Peter Gomez, pubblicato su L’Espresso online e sul blog Voglioscendere, blog di gruppo che condivide con Marco Travaglio e Pino Corrias. Nell’articolo si parla dei legami tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e i vertici della mafia, anche dopo la discesa in campo del Cavaliere.

Adesso c’è la prova documentale. Davvero, secondo la procura di Palermo, Silvio Berlusconi era in contatto con i vertici di Cosa Nostra anche dopo la sua “discesa in campo”, come era stato già stato raccontato da molti collaboratori di giustizia.

I corleonesi di Bernardo Provenzano, infatti, scrivevano al premier per minacciarlo, blandirlo, chiedere il suo appoggio e offrirgli il loro. Lo si può leggere, qui, nero su bianco, in questa lettera da tre giorni depositata a Palermo gli atti del processo d’appello per riciclaggio contro Massimo Ciancimino, uno dei figli di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002.

Una lettera che “L’Espresso” online pubblica in esclusiva. Si tratta della seconda parte di una missiva (quella iniziale sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita) in cui in corsivo sono state scritte le seguenti frasi: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.

Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica. Ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano. I primi esami hanno comunque già permesso di escludere che gli autori siano don Vito, o suo figlio Massimo, che dopo una condanna in primo grado a cinque anni e tre mesi, collabora con la magistratura.

Tanto che finora le sue parole hanno, tra l’altro, portato all’apertura di un’inchiesta per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento mafioso contro il senatore del Pdl Carlo Vizzini, i senatori dell’Udc Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola, e il deputato dell’Udc e segretario regionale del partito in Sicilia, Saverio Romano. Con i magistrati Massimo Ciancimino ha parlato a lungo della lettera, che lui ricorda di aver visto tra le carte del padre quando era ancora intera.

Ma tutte le sue dichiarazioni sono state secretate. Le poche indiscrezioni che trapelano da questa costola d’indagine, già in fase molto avanzata e nata dagli accertamenti sul patrimonio milionario lasciato da don Vito agli eredi, dicono comunque due cose. La prima: la procura ritiene di aver in mano elementi tali per attribuire il messaggio a dei mafiosi corleonesi vicinissimi a Bernardo Provenzano, il boss che per tutti gli anni Novanta ha continuato ad incontrarsi con Vito Ciancimino
Anche quando l’ex sindaco, dopo una condanna a 13 anni per mafia, si trovava detenuto ai domiciliari nel suo appartamento nel centro di Roma. La seconda: i magistrati sono convinti che la lettera dei corleonesi sia arrivata a destinazione. Il documento è stato trovato tra le carte personali di don Vito. A sequestrarlo erano stati, già nel 2005, i carabinieri: “Parte di Foglio A4 manoscritto, contenente richieste all’On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive”, si legge un verbale a uso tempo redatto da un capitano dell’Arma.
Incredibilmente però la lettera era rimasta per quattro anni nei cassetti della Procura e, all’epoca, non era mai stata contestata a Ciancimino junior nei vari interrogatori. L’unico accenno a Berlusconi che si trova in quei vecchi verbali riguarda infatti una domanda sulla copia di un assegno da 35 milioni di lire forse versato negli anni ‘70-’80 dall’allora giovane Cavaliere al leader della corrente degli andreottiani siciliani. Dell’assegno si parla a lungo in una telefonata intercettata tra Massimo e sua sorella Luciana il 6 marzo del 2004.
Venti giorni dopo si sarebbe tenuta a Palermo la manifestazione per celebrare i dieci anni di Forza Italia. Luciana dice al fratello di essere stata chiamata da Gianfranco (probabilmente Micciché, in quel periodo assiduo frequentatore dei Ciancimino) che l’aveva invitata alla riunione perché voleva presentarle Berlusconi.

Luciana: “Minchia, mi telefonò Gianfranco.. ah, ti conto questa? all’una meno venti mi arriva un messaggio?”
Massimo: “L’altra volta l’ho incontrato in aereo”
Luciana: “Eh… il 27 marzo, a Palermo… per i dieci anni di vittoria di Forza Italia, viene Silvio Berlusconi. È stata scelta Palermo perché è la sede più sicura… eh… previsione… In previsione saremo 15 mila…”
Massimo: “Ah”
Luciana “…eh allora io dissi minchia sbaglia, e ci scrivo stu messaggio: “rincoglionito, a chi lo dovevi mandare questo messaggio, sucunnu mia sbagliasti” …in dialetto, eh… eh (ride) e mi risponde: “suca” …eh (ride) …mezz’ora fa mi chiama e mi fa: “Minchia ma sei una merda” e allora ci dissi “perché sono una merda”.
Dice, hai potuto pensare che io ho sbagliato a mandare? io l’ho mandato a te siccome so che tu lo vuoi conoscere [Berlusconi, nda]? io ti sto dicendo che il 27 marzo ”
Massimo: “E digli che c’abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro…”
Luciana “(ride) Chi, il Berlusconi?
Massimo: “Si, ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà?”
Luciana: “Ma che cazzo dici”
Massimo : “Certo”
Luciana: “Del Berlusca?”
Massimo: “Si, di 35 milioni, se si può glielo diamo…”

Ma nella perquisizione a casa Ciancimino, la polizia giudiziaria l’assegno non lo trova. Interrogato il 3 marzo 2005, Ciancimino jr. conferma solo che gliene parlò suo padre, ma non dice dove sia finito: “Sì, me lo raccontò mio padre? Ma poi era una polemica tra me e mia sorella, perché io l’indomani invece sono andato alla manifestazione di Fassino”.
Adesso, invece, dopo la decisione di collaborare con i pm, sarebbe stato più preciso. Ma non basta. Perché Ingroia e Di Matteo, dopo aver scoperto per caso la lettera nell’archivio della procura, hanno anche acquisito agli atti della nuova indagine il cosiddetto rapporto Gran Oriente, redatto sulla base delle confidenze (spesso registrate) del boss mafioso Lugi Ilardo, all’allora colonnello dei carabinieri, Michele Riccio.
Ilardo è stato ucciso in circostanze misteriose alla vigilia dell’inizio della sua collaborazione ufficiale con la giustizia. Ma già nel febbraio del ‘94 aveveva confidato all’investigatore come Cosa Nostra, per le elezioni di marzo, avesse deciso di appoggiare il neonato movimento di Berlusconi. Un fatto di cui hanno poi parlato dozzine di pentiti e storicamente accertato in varie sentenze. Ilardo il 24 febbraio aveva spiegato a Riccio come qualche settimana prima “i palermitani” avessero indetto una “riunione ristretta” a Caltanissetta con alcuni capofamiglia del nisseno e del catanese.
Nell’incontro “era stato deciso che tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare ‘Forza Italia’. In seguito ogni famiglia avrebbe ricevuto le indicazioni del candidato su cui sarebbero dovuti confluire i voti di preferenza… (inoltre) i vertici ‘palermitani’ avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie “famiglie mafiose” nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici..”. Una delle ipotesi, ma non la sola, è che si tratti dell’ideatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
La procura di Palermo, sospetta dunque, che la lettera ritrovata nell’archivio di Ciancimino si inserisca all’interno di questa presunta trattativa. Nel ‘94, infatti, Berlusconi governò per soli sette mesi e anche le norme contenute all’interno del cosiddetto decreto salvaladri di luglio, approvato per consentire a molti dei protagonisti di tangentopoli di uscire di galera, che avrebbero in teoria potuto favorire i boss, alla fine non vennero immediatamente ratificate.
Da qui, è la pista seguita dagli investigatori, le apparenti minacce al Cavaliere (“il triste evento”), la richiesta della messa a disposizione di una rete televisiva e i successivi sviluppi politici che portarono all’approvazione di leggi certamente gradite anche alla mafia, ma spesso approvate con il consenso bipartisan del centro-sinistra.

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Una strada per Bettino Craxi

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Bettino Craxi è stato un grande protagonista della storia politica d’Italia. Su questo non vi è dubbio, per i ruoli da lui ricoperti e per alcuni fatti di cronaca che ancora oggi si ricordano: ad esempio, la cosiddetta “Crisi di Sigonella” in cui l’allora presidente del Consiglio Craxi mostrò il pugno di ferro all’allora presidente americano Ronald Reagan, in merito al destino dei sequestratori dell’Achille Lauro. Purtroppo, però, il buon Bettino è ricordato anche per altri spiacevoli fatti, molto meno valorosi di quello di Sigonella. Per non fare una brodaglia di commenti sulla sua persona, mi limito ad elencare la sua fedina penale. Bettino Craxi è stato condannato (con sentenza passata in giudicato) a:

  • 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sat;
  • 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito, per le mazzette della metropolitana di Milano.

Per il resto dei processi ancora pendenti è stata pronunciata estinzione a causa del suo decesso. Ed inoltre, Bettino Craxi decise di osservare i processi dalla comoda spiaggia di Hammamet, per un esilio autoimpostosi che sapeva più che altro di fuga da una condanna certa (Silvio si è evoluto, lui non va in esilio, lui manda in esilio la Giustizia). Dunque, non parliamo certamente del miglior statista che la storia d’Italia abbia conosciuto, certamente non quello più limpido ed onesto. Fa riflettere, quindi, la volontà del sindaco di Roma Gianni Alemanno di intitolare al defunto Craxi una strada di Roma. Ma come, tra tutte le alte personalità di spicco che l’Italia ha saputo offrire al mondo intero, tu (caro Gianni) vai a beccare un corruttore/corrotto? Va detto che il primo ad avere la brillante idea fu Walter Veltroni, ma di lui non mi sorprendo, dopo averlo visto perdere un’elezione che poteva solo vincere direi che la sua affidabilità ed attendibilità è decisamente scadente. Sorprende come questa intesa bipartisan sull’intenzione di intitolare una strada a Bettino Craxi. Da italiano sono allibito, dopo tutti i danni commessi dovremmo pure intitolargli una strada? Dov’è il nesso? Quale sarebbe la motivazione del gesto?

Non sono un cittadino di Roma e, volendo guardare, non sono nessuno per contestare questa decisione, però personalmente da cittadino italiano mi sento offeso nel vedere tante attenzioni per una persona che ha legato il proprio nome a diversi reati di corruzione, finanziamento illecito, tangenti. Craxi ha dato il via alla nascita dell’egemonia mediatica di Silvio Berlusconi, permettendogli di ottenere 3 reti televisive in concessione e consegnandogli la propria eredità politica, l’eredità del partito socialista, defunto insieme a lui.

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Indovina chi viene a cena?

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L’Italia è un Paese che più di altri dovrebbe puntare alla trasparenza ed alla limpidezza dei rapporti tra vari organi di potere dello Stato. Questo perché l’Italia è un Paese anomalo, governato da una palese oligarchia (qualcuno potrebbe leggere “dittatura”) basata sul controllo dell’informazione soprattutto, ma anche sull’indirizzamento del potere giudiziario verso i fini della politica. Ergo, bisognerebbe evitare comportamenti o fatti che potrebbero semplicemente indurre a pensare che stia tramando qualcosa di losco tra i vari esponenti del potere dello Stato.
Evidente, quindi, il riferimento alla cena avvenuta tra due giudici della Corte costituzionale, Luigi Mazzella (promotore dell’evento) e Paolo Maria Napolitano, insieme al premier Silvio Berlusconi, il suo fido Guardasigilli Alfano, il sottosegretario Gianni Letta ed i presidenti delle commissioni Affari Costituzionali alla Camera e al Senato, Carlo Vizzini e Donato Bruno.

Oggi, il leader dell’Italia dei Valori ha lanciato un’interrogazione parlamentare proprio su questo tema, chiedendo le dimissioni del ministro Angelino Alfano e dei due giudici costituzionali. Il ministro Elio Vito ha risposto che tale cena c’è stata, ma si è trattato di una cena tra amici di lunga data, una cena informale e di carattere privato, che non avrebbe nulla a che vedere con le accuse/illazioni mosse da una parte dell’opposizione, specialmente da Di Pietro. E cosa dice Di Pietro? Beh, dato che la Consulta sarà chiamata a discutere della costituzionalità del cosiddetto lodo Alfano (la discussione inizierà il 6 ottobre), la cena avvenuta tra questi personaggi suona alquanto strana e preoccupante, poiché potrebbe essere stata occasione per discutere e, perché no, corrompere i giudici in questione per evitare al premier la spiacevole sentenza di incostituzionalità della leggina fatta su misura per lui. Difatti, il premier è già avvezzo alla corruzione giudiziaria, dato che in assenza del caro lodo sarebbe stato condannato, in primo grado, nel famoso processo Mills. Certo, la corruzione di due giudizi costituzionali sarebbe veramente un bel salto di qualità, qualcosa di veramente strabiliante persino per il buon Silvio.

Ovviamente queste sono solo illazioni, non si hanno prove a sostegno. Ma il punto è che non dovrebbe mai accadere nulla di simile in un Paese democratico. Perché tutto funzioni bene c’è bisogno che i vari poteri siano fra di loro indipendenti, in grado di svolgere una reciproca attività di controllo, per far sì che lo Stato possa funzionare bene e offrire garanzie di trasparenza e legalità. So che parlare di “legalità” in un Paese in cui il presidente del Consiglio è una delle persone più inquisite suona veramente male, ma io sogno sempre che qualcosa possa cambiare, nel tempo… lo sogno e lo spero sempre.

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Elezioni provincia di Milano, vince Podestà di misura

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Il presidente della provincia uscente Filippo Penati non riesce a completare la rimonta tra il primo e il secondo turno di elezioni, dovendosi arrendere al candidato del Popolo della Libertà Guido Podestà, neo presidente della provincia di Milano. Filippo Penati si ferma al 49,78% contro il 50,21% del rivale Podestà. Per come era andata al primo turno sembrava dovesse essere una vittoria a mani basse per il candidato del centro-destra, ma così non è stato. Il forte astensionismo, probabilmente l’astensionismo di una fetta dell’elettorato della Lega Nord e la grande capacità di Penati di catturare su di sè l’elettorato di sinistra ha permesso a quest’ultimo di mettere i brividi a Podestà che, fino all’ultimo, non ha potuto cantar vittoria.

Non si può, comunque, non riflettere sul calo di consenso del Popolo della Libertà e di tutto il centrodestra in generale, uscito rinvigorito dalle elezioni del 6 e 7 giugno scorso ma che ora sconta un calo generalizzato, non solo su Milano e provincia, ma anche in tutta l’Italia. Il Partito Democratico ha avuto un ottimo colpo di coda ed è riuscito a non perdere completamente la faccia dopo la debacle del primo turno. Non è detto, comunque, che sul voto non abbiano influito i recenti scandali che coinvolgono ed hanno coinvolto il premier Silvio Berlusconi. Da possibili relazioni con minorenni a rapporti con escort, passando per le foto dei festini di Villa Certosa. Voglio pensare che l’elettorato moderato e cattolico del centro-destra abbia preferito astenersi, indignato e schifato dalle voci provenienti da Roma, Napoli e Bari, riguardanti il presidente del Consiglio.

Cambiando argomento, ora voglio vedere come procederanno i lavori per il futuro Expo2015, dato che Governo, Regione, Provincia e Comune ora parlano la stessa lingua e non dovrebbero mettersi i bastoni fra le ruote. Ovviamente questo non significa che i lavori saranno fatti bene, sia chiaro. Anzi, temo che sarà il solito tsunami di cemento che pioverà su Milano e comuni limitrofi… purtroppo.

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PM pone sigilli ad audiocassette D’Addario

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Gli scandali attorno alla figura del premier Silvio Berlusconi sembrano non avere mai fine. Anche dopo la fine delle elezioni europee, con la calma attorno alla vicenda Noemi Letizia, ecco ora spuntare una donna, Patrizia D’Addario, che potrebbe ulteriormente inguaiare il povero Silvio, sempre più preso dalle proprie vicende personali piuttosto che pensare ai reali problemi del Paese. Patrizia D’Addario è un’appariscente ragazza di Bari, candidata nella lista “La Puglia prima di tutto“, collegata al Pdl per le elezioni comunali del capoluogo. Questa volta non si tratta di un’adolescente che sogna di fare la ballerina nelle reti Mediaset, bensì una ragazza molto più navigata, che non esita a raccontare al Corriere della Sera una storia dai contorni imbarazzanti che per il Pdl è la “scossa” di cui aveva parlato giorni fa Massimo D’Alema (che invece minaccia querele) e che comunque ha l’effetto immediato di alzare di nuovo la temperatura dello scontro politico. Tutto nasce da un’inchiesta condotta dalla procura di Bari: un imprenditore sospettato di corruzione, Giampaolo Tarantini, sarebbe stato “pizzicato” a parlare di serate con ragazze a casa di Berlusconi. Una di queste ragazze, Patrizia, in una dettagliata intervista al Corsera giura di essere stata pagata per partecipare a una festa con il premier a Palazzo Grazioli e di essere tornata una seconda volta nella residenza di Berlusconi la sera dell’elezione di Barack Obama. La sua è una storia di soldi («per muovermi avrebbero dovuto pagarmi e ci siamo accordati per duemila euro»), di serate con altre ragazze e il premier che cantava e raccontava barzellette, di richieste di favori a Berlusconi («gli ho parlato subito di un residence che volevo costruire sul terreno della mia famiglia»).

Durante l’audizione della donna davanti al pm, Patrizia D’Addario ha consegnato delle audiocassette contenenti le registrazioni relative agli incontri avuti con il presidente Berlusconi presso Palazzo Grazioli. Ora il PM Giuseppe Scelsi ha posto i sigilli a tali audiocassette per evitare fughe di notizie. Ovviamente, al di là delle polemiche politiche nate dalla vicenda, si attende con ansia di poter leggere le trascrizioni dell’audio delle cassette, in modo da poter far luce su questo ennesimo scandalo che minaccia ulteriormente l’immagine e la credibilità dell’Italia.

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La paura del premio di maggioranza

Come immagino sappiate, i quesiti 1 e 2 del referendum del 21 giugno hanno in oggetto l’assegnazione del premio di maggioranza, rispettivamente alla Camera ed al Senato. Sostanzialmente, la cosiddetta legge Porcellum proposta dal leghista Calderoli prevede, alle elezioni politiche, l’assegnazione del premio di maggioranza alla coalizione vincente. L’idea dei promotori del referendum è quello di modificare questa norma, assegnando perciò tale premio non più alla coalizione, bensì al singolo partito vincente, al partito che ha ottenuto il maggior numero di voti. L’idea, quindi, non è assurda, ma è atta a correggere un’anomalia (una delle tante, per la verità) dell’attuale legge elettorale.

La verità sulla diversa visione tra i vari partiti dipende dalla grandezza dei partiti politici stessi: quelli grandi (PD e PdL) sono assolutamente favorevoli, perché sono partiti che, oggettivamente, possono puntare a candidarsi come primo partito alle elezioni. Sono aspramente contrari, invece, partiti minori, come UDC, Lega Nord, partitini di Sinistra e di Destra. Dal loro punto di vista, infatti, il Sì al referendum significherebbe perdere ulteriormente peso politico e seggi parlamentari, una perdita che non è accettabile. I primi due quesiti referendari, dunque, sono quesiti che tendono a favorire un sistema bipartitico, anche se non credo che si arriverà ad un tale sistema, non basta certamente un premio di maggioranza per condurre l’Italia verso un sistema bipartitico. L’unica eccezione è rappresentata dall’Italia dei Valori (IdV), partito minore rispetto a PD e PdL ma comunque favorevole al referendum. Ciò significa che questi referendum, tanto criticati, probabilmente non risolvono il problema della legge elettorale porcata, ma qualcosa possono migliorare.

Comunque vada a finire, voglio sottolineare che un sistema elettorale simile a quello che si otterrebbe con la vittoria dei Sì è già presente in Italia, ossia nei comuni, precisamente nei comuni sotto i 15000 abitanti. Con le dovute proporzioni, ovviamente, anche in questo caso la lista che ottiene la maggioranza relativa dei voti ha poi la stragrande maggioranza assoluta dei consiglieri comunali. Eppure in questo caso non si parla di scandalo, almeno non mi pare. Anche col 30-35% spesso si riesce ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio, e questo determina stabilità di governo, necessità di presentare meno liste possibili ed accorpare gli intenti.

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Ddl Intercettazioni, lo scempio efferato secondo Di Pietro

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Riporto il testo dell’intervento dell’on. Antonio Di Pietro in merito al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, pubblicato sul suo blog personale:

Oggi si è consumato lo scempio più efferato nella storia della Repubblica. In un colpo solo, con il disegno di legge approvato pochi minuti fa alla Camera, si sono spazzate via l’obbligatorietà dell’azione penale ed il diritto ad essere informati.
Non sarà più possibile utilizzare le intercettazioni per combattere la criminalità. Con questa legge, che impedisce le rilevazioni telefoniche ed ambientali, la magistratura ha perso occhi ed orecchie. Mentre la stampa non potrà più pubblicarle.
Per avallare la votazione, sono state strumentalizzate e distorte nel significato persino le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che, almeno ora dovrebbe indignarsi, non avendo raccolto l’appello per fermare questa scellerata votazione.
Il governo Berlusconi IV legittima nelle istituzioni l’esistenza della malavita organizzata, del malaffare, della corruzione e legifera per sdoganare l’immoralità, la distruzione dell’etica, la corruzione economica e sociale dello Stato, favorendo l’ingresso della criminalità e dei suoi metodi affaristici nel tessuto sociale ed economico del Paese.
Una partita a due, tra governo e malviventi, con una sola porta, la corruzione, e senza arbitri, la magistratura ed i cittadini: una platea di spettatori inermi.
Questo governo non è costituzionale perchè umilia la Costituzione. Questa maggioranza è golpista, perché non si è insediata negli scranni capitolini per risolvere i problemi dell’Italia ma per spartirsi una torta di potere.
Il Parlamento, la Costituzione e le sue regole sembrano impotenti dinnanzi a un tumore che si è insinuato nello Stato in modo subdolo ed invisibile.
Servono le piazze, i cittadini, la disubbidienza civile, l’Europa e l’unione di tutte le forze sociali che non si riconoscono in questa brutta pagina della storia.
Le leggi si devono rispettare finchè a scriverle non sono i delinquenti.

L’opinione espressa da Di Pietro è dura, durissima, però credo sostanzialmente condivisibile. Siamo in un momento di grave crisi economica, il Paese ha bisogno di provvedimenti seri ed urgenti per uscirne, quindi perché sprecare tempo utile per approvare una legge che limiti notevolmente l’utilizzo dello strumento delle intercettazioni telefoniche nelle inchieste penali? Qual è la ratio di questa legge? La privacy degli onesti cittadini non è minimamente sfiorata dalle intercettazioni dei magistrati; solo coloro che hanno qualcosa da nascondere o che temono di essere scoperti hanno fretta di approvare questo provvedimento, una specie di copertura da rischi futuri.

Personalmente, sono molto contrario a questo provvedimento, l’avevo già detto in passato e ne sono ancora più convinto ora. Non è mettendo il bavaglio alla stampa e legando le mani ai magistrati che si combatte la criminalità, questo è poco ma sicuro. Questo provvedimento legislativo può avere effetti disastrosi sulla Giustizia italiana, già compromessa dalla lentezza dei processi e da leggi ad personam che ne limitano pesantemente le capacità e le funzioni. Una politica corrotta e formata da parlamentari condannati non può permettersi di modificare l’operato della Giustizia, è una cosa indegna!

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