Archivio per finanza
12 Luglio 2009 a 5:32 pm
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Dopo aver ampiamente sviscerato il problema dell’allocazione di portafoglio degli individui e delle famiglie lungo il life cycle, considerando i fattori prevalenti della teoria economica, ossia la ricchezza, il reddito lavorativo, il fattore casa, l’avversione al rischio, la motivazione ereditaria, ecc., voglio ora ampliare la trattazione ponendo l’ipotesi che vi sia almeno un’altra variabile che possa dare una motivazione alle variazioni nella composizione del portafoglio investito degli individui lungo il ciclo di vita, ovvero il rischio salute.
Il collegamento fra queste due variabili, ossia rischio salute e composizione del portafoglio investito, non è certamente dei più palesi ed evidenti. Questo aspetto è attuale e di recente analisi da parte del mondo accademico, quindi non vi è ancora una teoria corposa in merito, ma vi sono già lavori ed evidenze empiriche su diversi dataset.
Una possibile giustificazione al fatto che le condizioni di salute possano incidere sull’allocazione di portafoglio può essere ottenuta considerando il legame tra salute e partecipazione al mercato del lavoro. Questo è il sentiero percorso da Barnay e Debrand (2006), i quali analizzano gli effetti della salute sulla partecipazione alla forza lavoro da parte dei lavoratori più anziani in Europa. Lavori simili sono stati svolti da Campolieti (2002) che, invece, analizza il mercato del lavoro del Canada, limitando la ricerca alla sola partecipazione maschile, e da Jiménez-Martín e altri (2005) che circoscrivono l’analisi alla sola Spagna.
Ponendo, invece, l’attenzione sull’allocazione di portafoglio, Christelis, Jappelli e Padula (2007) si chiedono se le abilità cognitive di un individuo, ad esempio l’abilità matematica, la fluidità verbale e la capacità mnemonica, abbiano un effetto sulle decisioni di investimento. Gli autori trovano che la propensione nell’investire in azioni è fortemente correlata con le capacità cognitive dell’individuo. Tuttavia, tale relazione non si verifica sulle attività finanziarie a minor rischio e più trasparenti dal punto di vista informativo, come obbligazioni e titoli di Stato, concludendo che il legame tra abilità cognitive e detenzione di azioni è guidato da vincoli informativi, piuttosto che dalle caratteristiche delle preferenze individuali o da tratti psicologici. A suffragare questo lavoro, si aggiunge anche la ricerca di Jürges (2007) che mostra come il fattore salute non incida sostanzialmente sulle decisioni di risparmio degli individui.
References:
Barnay T., Debrand T., 2006, Effects of Health on the Labour Force Participation of Older Persons in Europe, Questions d’éeconomie de la santé, n° 109, IRDES.
Campolieti M., 2002, Disability and the Labour Participation of Older man in Canada, «Labour Economics», pp. 405-432.
Christelis D., Jappelli T., Padula M., 2007, Cognitive Abilities and Portfolio Choice, CEPR discussion paper 5735.
Jimenez-Martin S., Labeaga J.M., Prieto C.V., 2005, A Sequential Model for Older Workers’ Labour Transitions after a Health Shock, Working Paper.
Jürges H., 2007, Does Ill Health Affect Savings Intentions?, Mannheim: MEA.
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10 Luglio 2009 a 3:03 pm
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Un’asta da dimenticare quella odierna per i titoli del Tesoro che hanno subito un forte decremento del loro rendimento. I Buoni Ordinari del Tesoro con scadenza a tre mesi sono stati collocati con un rendimento medio ponderato pari allo 0,492%, in caduta verticale rispetto allo 0,991% del collocamento precedente. Non è andata tanto meglio ai BOT con scadenza ad un anno, con un rendimento medio dello 0,859%, anche in questo caso in forte calo rispetto all’1,272% di un mese fa.
Per la scadenza trimestrale è stato richiesto un quantitativo più che doppio rispetto a quello offerto, visto che a fronte di una disponibilità di 4,5 miliardi di euro, sono pervenute domande di sottoscrizione per oltre 10,5 miliardi. Il BOT a un anno invece è stato offerto per 8 miliardi di euro e richiesto per quasi 12,7 miliardi.
(Trend Online)
Da questi dati è evidente che gli investitori siano ancora spaventati dalla crisi e si buttino su strumenti finanziari risk free, come appunto i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT) a 3 e 12 mesi. Nonostante da qualche mese i mercati abbiano tendenzialmente corretto la deriva ribassista e recuperato una parte delle perdite, gli investitori continuano ad essere diffidenti e preferiscono affidarsi ancora pesantemente a titoli di Stato, specialmente a breve scadenza (3 mesi). Chissà che questi rendimenti miseri possano scoraggiare almeno una parte degli investitori, invitandoli a correre qualche rischio in più e ritornare ad investire in maniera più normale ed equilibrata.
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5 Luglio 2009 a 10:56 am
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L’allocazione ottimale di portafoglio non è costante durante il corso della vita di un individuo. Fattori quali la casa, la ricchezza finanziaria e il reddito da lavoro percepito modificano sensibilmente le decisioni sulla composizione di portafoglio. In special modo, esistono due possibili approcci che prendono in considerazione l’effetto del reddito lavorativo sulle decisione di allocazione di portafoglio degli individui:
- il primo approccio vede gli investitori via via sempre meno aggressivi lungo il corso della vita. I giovani investitori sono più impazienti e cercano di compensare i minori profitti da lavoro con una maggiore propensione al rischio sui mercati finanziari, propensione che diminuisce all’aumentare del reddito da lavoro, fino alla pensione in cui l’aleatorietà di tale flusso si annulla;
- il secondo approccio, invece, vede la tolleranza al rischio degli investitori aumentare con l’età; i redditi da lavoro stocastici vengono compensati con una gestione finanziaria più sicura e stabile, puntando su attività meno rischiose e volatili. Lungo il corso della vita, poi, con l’aumentare della stabilità dei profitti da lavoro, l’investitore tende ad assere più risk lover sui mercati finanziari, assumendo posizioni sempre più aggressive su strumenti finanziari più rischiosi e remunerativi.
Data questa premessa, ecco che allora assume importanza l’età dell’investitore, poiché, come detto poc’anzi, a diverse fasce d’età corrispondono livelli di ricchezza e flussi di reddito differenti.
Tin (1998) svolge un’analisi a livello empirico sulla domanda di attività finanziarie degli individui proprietari di casa lungo il ciclo di vita, evidenziando il fatto che l’effetto del reddito da lavoro, ricchezza e variabili demografiche sulla domanda di attività finanziarie si differenzia a seconda dell’età dell’individuo. I giovani proprietari di casa sono più sensibili e reattivi alle variazioni dei prezzi delle attività finanziarie rispetto a proprietari di mezza età o anziani.
Cocco, Gomes e Maenhout (2005) risolvono un modello di life cycle sul consumo e sulle scelte di portafoglio di un individuo con una vita temporalmente finita e con un dato rischio di mortalità, con redditi da lavoro non negoziabili e vincoli sulle richieste di prestito e sulle vendite allo scoperto. L’individuo in esame può investire i propri risparmi solo in due attività: un’attività priva di rischio e un’attività rischiosa il cui rendimento può essere positivamente correlato con gli shocks sul reddito da lavoro. Quest’ultimo concetto viene particolarmente enfatizzato da Heaton e Lucas (2000) che sottolineano l’importanza dei proventi dell’imprenditore come determinante per le scelte di portafoglio; infatti, un’importante caratteristica dei redditi da proprietà è la correlazione positiva con i rendimenti sulle azioni.
È importante sottolineare che, per capire gli effetti del rischio delle fluttuazioni del reddito da lavoro sull’allocazione di portafoglio, bisogna considerare i flussi di reddito da lavoro come l’implicita detenzione di un’attività. Infatti, si mostra come i redditi da lavoro agiscano come un sostituto dell’attività risk free. Questo risultato dipende dalla correlazione tra il rischio di fluttuazioni nei proventi da lavoro e il rischio di mercato, nel modello di Cocco, Gomes e Maenhout (2005) stimata ad un valore molto basso e non significativo. Se tale correlazione stimata fosse risultata superiore e significativa, probabilmente non si sarebbe giunti a questo risultato.
Un approccio alternativo è proposto da Malkiel (2007), il quale dà inizio alla propria teoria sostenendo che la quota d’investimento rischioso azionario (
) di un investitore dovrebbe decrescere con l’età; più precisamente la condizione si dovrebbe tradurre in una semplice regola deterministica del tipo
dell’investimento totale. Malkiel crea poi dei portafogli ottimi bilanciati per individui di diverse età, in cui comunque si mantiene l’idea che la componente azionaria rischiosa deve decrescere nel corso della vita. Questo approccio, pur avendo delle conferme a livello empirico, mal si presta all’analisi teorica, perché non prende in considerazione una serie di fattori, quali l’avversione al rischio, la ricchezza e il reddito lavorativo dell’investitore, nonché ogni altra caratteristica individuale specifica dell’investitore stesso.
References
Cocco, Gomes, Maenhout (2005), Consumption and Portfolio Choice over the Life Cycle, «Review of Financial Studies», vol. 18(2), pp. 491-533.
Malkiel (2007), A Random Walk Down Wall Street: Including a Life-Cycle Guide to Personal Investing (9th ed.), Norton, New York.
Tin (1998), Household Demand for Financial Assets: A Life Cycle Analysis, «Review of Economics and Finance», vol. 38, pp. 875-897.
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16 Giugno 2009 a 2:42 pm
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«Che cos’è un derivato?» È una domanda che, dato i miei studi finanziari, mi viene spesso posta e, quindi, sento la necessità di dedicare un post per chiarire meglio la questione. Dunque, si definisce derivato come:
un qualsiasi titolo il cui prezzo (valore) dipende dal prezzo (valore) di uno o più altri titoli (sottostanti).
La definizione è molto semplice, ma il risultato finale non è sempre così semplice. Esistono derivati “banali”, cosiddetti plain vanilla, ma esistono anche mostri brutali che sono di difficile manipolazione e valutazione.
Per quanto riguarda la valutazione di questi titoli, bisogna distinguere in tre diversi metodi di prezzatura:
- Portafoglio replicante: mediante questo metodo, si combinano i titoli sul mercato in modo tale da replicare perfettamente i flussi di cassa generati dal titolo derivato stesso e, dunque, il valore del portafoglio replicante deve essere uguale al valore del titolo derivato, per garantire l’assenza di opportunità di arbitraggio.
- Equazione alle derivate parziali: dato che il valore del titolo derivato dipende dal prezzo dei titoli che seguono processi di Itô, anche il prezzo del titolo derivato deve necessariamente seguire un processo di Itô, oltre al fatto che, sotto la probabilità di martingala equivalente, tutti i titoli sul mercato devono avere un rendimento pari al tasso privo di rischio. Dunque, l’uguaglianza tra il termine di drift del processo del prezzo del titolo derivato e il rendimento risk-free assume la forma di un’equazione alle derivate parziali.
- Martingala equivalente: come per ogni titolo finanziario, si può applicare il “teorema fondamentale della finanza”, ovvero determinando il valore del titolo derivato come valore attuale, sotto la probabilità di martingala equivalente, dei flussi di cassa futuri generati dal derivato scontati al tasso privo di rischio.
Bisogna precisare che i tre metodi di pricing sono equivalenti solo nel caso in cui il mercato è completo. Ed un mercato si definisce completo quando possono essere replicati tutti i titoli di cui si conoscano i flussi di cassa in ogni stato del mondo (e “stato del mondo” non ha una connotazione geografica, bensì rappresenta ogni scenario possibile per i vari titoli).
Dunque, non è difficile spiegare che cosa sia generalmente un titolo derivato, ma è estremamente più difficile capire e valutare un titolo derivato, prezzarlo e capire quali possano essere le sue funzioni e i suoi possibili utilizzi, sia a fini speculativi sia a fini assicurativi.
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14 Giugno 2009 a 6:10 pm
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Le scelte di portafoglio, in questo contesto, sono definite «miopi», poiché gli investitori ignorano cosa potrebbe accadere nei periodi immediatamente successivi. Si assume, infine, che gli investitori abbiano una ricchezza finanziaria, ma non un reddito da lavoro.
Sono disponibili due attività per un investitore al tempo
: una priva di rischio con rendimento dal periodo
al periodo
pari a
, e l’altra rischiosa. Questa attività rischiosa ha un rendimento dal periodo
al periodo
pari a
con media condizionale pari a
e varianza condizionale uguale a
.
L’investitore pone una quota pari ad
del proprio portafoglio finanziario nell’attività rischiosa. Dunque, il rendimento del portafoglio è pari a:

in cui il rendimento medio del portafoglio è pari a

mentre la varianza del rendimento di portafoglio è

Nell’approccio in media-varianza proposto da Markowitz (1952) l’investitore desidera ottenere un alto livello di rendimento con un basso livello di varianza. L’investitore massimizza una combinazione lineare di media e varianza, con peso positivo sulla media e peso negativo sulla varianza, ossia:

Sostituendo nella media e nella varianza del rendimento di portafoglio e sottraendo il rendimento dell’attività risk free (sottrazione che non modifica il problema di massimizzazione), può essere riscritto come:

La soluzione per questo problema di massimizzazione è:

La quota di portafoglio investita nell’attività rischiosa risulta essere pari al rapporto tra l’eccesso di rendimento atteso e il prodotto tra la varianza condizionale e il parametro k, parametro che rappresenta l’avversione alla varianza. Considerando l’indice di Sharpe 1
, la soluzione poc’anzi ottenuta può essere riscritta come:

L’eccesso medio di rendimento sul portafoglio è pari a
e la varianza di portafoglio è
, così il rapporto tra media e varianza è pari a 1/k. La deviazione standard del portafoglio è
e, dunque, l’indice di Sharpe del portafoglio è
.
Questo post è stato il pretesto per utilizzare una funzione di WordPress di cui ignoravo l’esistenza, ossia scrivere direttamente le funzioni matematiche in codice
. Al di là di qualche limite della funzionalità, legato al ridotto numero di packages, direi che si tratta di un’ottima scoperta per me e spero che possa tornare utile anche ad altri questa mia osservazione.
1 L’indice di Sharpe (o reward-to-variability ratio) rappresenta l’extrarendimento (rispetto a quello dell’attività priva di rischio) per ogni unità di scarto quadratico medio.
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4 Giugno 2009 a 8:04 pm
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Recentemente, durante la trasmissione “Chi vuol essere milionario” passa la pubblicità di una nuova polizza assicurativa, prodotta dal gruppo assicurativo Arfin e chiamata polizza 100eLode. In sostanza, a fronte di una premio unico di 550 euro, l’assicurazione è disponibile a coprire le spese universitarie dello studente (fino ad un massimo di 120000 euro), a patto che:
- la polizza deve essere sottoscritta entro e non oltre il nono anno di età dell’Assicurato;
- lo studente assicurato abbia conseguito la Maturità con un punteggio pari a 100 e lode;
- lo studente assicurato superi il SAT (Scholastic Aptitude Test) o un altro esame equipollente indicato dalla Compagnia asssicurativa.
Dunque, pagando una cifra abbastanza abbordabile è possibile coprire le eventuali spese future del figlio, ovviamente a condizione che sia stato molto bravo (100 e lode) e che passi un test SAT. Ma che cos’è il SAT? Si tratta di un test in lingua inglese, volto a comprendere le competenze cognitive dell’individuo, sia a misurare le sue conoscenze su diverse materie. È comunque un test in lingua inglese, della durata di svariate ore (4-5 ore all’incirca) e il costo per sostenere questo test è a carico vostro, non della compagnia assicurativa. Dovrebbe costare all’incirca 60 – 70 dollari, ma su questo punto non posso essere completamente certo. Fatto sta che solamente quelli che supereranno il test nei primi due quartili (il primo 50%) avrà accesso al “finanziamento” della Arfin, altrimenti nisba.
Ma perché un genitore dovrebbe assicurare la carriera universitaria del proprio figlio? Da quale rischio ci si copre? In un Paese (e devo ammettere che ogni tanto l’Italia non lo è) gli studenti meritevoli hanno già accesso a borse di studio, a maggior ragione se sussistono anche gravi condizioni economiche che potrebbero pregiudicare il proseguimento degli studi dello studente. Perché, quindi, assicurarsi contro questo “rischio”? Se uno è “figlio di papà” non ha problemi e non si pone il problema. Dunque, questa polizza assicurativa è destinata solamente alle famiglie di ceto medio-basso, dotate di ricchezza e reddito futuro che non garantisce la possibilità di pagare le rette universitarie. Si tratta di una scommessa, praticamente. Si puntano 500 euro per vincere un jackpot per l’università del figlio: a mio parere, meglio tenersi in tasca i soldi ed investirli oculatamente per garantire al proprio figlio una buona dote finanziaria per l’accesso all’università. Queste polizze puzzano sempre di truffa, meglio starne alla larga.
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16 Maggio 2009 a 7:08 am
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Nel mondo finanziario, per poter misurare il rischio è prima opportuno soffermarsi su cosa sia, letteralmente, il rischio. Con “rischio” si intende la possibilità prevedibile di subire un danno, un evento negativo, una perdita, come conseguenza del proprio comportamento o di difficoltà oggettive. Trattando il mondo finanziario, si tratta del rischio prevedibile di incorrere in perdite, dovute a propri errori oppure ad elementi esterni oggettivi.
Per poter misurare il rischio, comunque, è basilare definire quali siano le condizioni sotto cui una generica misura può essere definita valida o, per meglio dire, coerente. A tal proposito, giunge utile far riferimento al lavoro di Artzner, Delbaen, Eber e Heath (1999) «Coherent Measure of Risk», in cui gli autori individuano i 4 assiomi (in realtà sarebbero 5, ma uno è quasi irrilevante) per definire una buona misura di rischio. Si tratta di:
- Assioma di Invarianza transizionale: questo assioma garantisce che, aggiungendo una componente certa (titolo privo di rischio) ad una componente aleatoria, l’indice di rischiosità si riduce esattamente della proporzione di ricchezza investita nel titolo risk free.
- Assioma di Subadditività: tale assioma richiede che l’indice di rischiosità riferito ad un portafoglio non sia mai più elevato della somma degli indici calcolati sui singoli titoli che compongono il portafoglio stesso. In pratica, tale assioma appoggia l’idea per cui la diversificazione di portafoglio debba ridurre il rischio del portafoglio.
- Assioma di Omogeneità positiva: aumentando l’investimento in un titolo, anche l’indice di rischiosità deve aumentare; difatti, essendo maggiore la ricchezza investita deve essere necessariamente superiore anche il rischio connesso all’investimento. In particolare, si richiede che il rischio aumenti tanto quanto è aumentato l’investimento.
- Assioma di Monotonicità: se il titolo A ha rendimenti sempre maggiori rispetto al titolo B, allora questo assioma richiede che investire nel titolo A sia migliore che investire nel titolo B. Questo assiome si traduce banalmente nel fatto che, qualora esistessero opportunità di arbitraggio sui mercati finanziari, ecco che la misura di rischio deve aiutarmi a sfruttarle.
Dunque, una misura di rischio che rispetti tutte questi assiomi si definisce misura di rischio coerente. Purtroppo, mentre nel mondo accademico si parla già da un decennio di misure di rischio coerenti, i protagonisti degli ambienti finanziari sono ancora abbastanza sordi di fronte a questi elementi e, come potrò discuterne più in là nel tempo, continuano ad utilizzare misure di rischio non coerenti, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
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28 Aprile 2009 a 1:58 pm
· Archiviato in finanza ·Contrassegnato da tag banche, Comune, derivati, derivatives, Deutsche Bank, Milano, rischio, rischio interesse, swap, UBS
Notizia fresca fresca di oggi, alcuni gruppi bancari (Deutsche Bank, JP Morgan, Depfa Bank e UBS) sono sotto inchiesta per via della vicenda connessa alla sottoscrizione di contratti derivati presso il Comune di Milano, contratti stipulati non seguendo le procedure corrette e, probabilmente, pure in modo truffaldino. La storia del raggiro è la medesima che si è sentita in passato, ad esempio in riferimento alla puntata di Report intitolata “Il Banco vince sempre”, oppure dal caso da me riportato sui “Comuni inderivati“. La base di partenza è sempre un debito, un’esposizione finanzaria, su cui gravano dei rischi di interesse; a questo punto entra in scena la banca che propone contratti derivati per la copertura da tali rischi. Il punto focale è che tali operazioni dovrebbero essere a costo zero, ovvero, nel caso di contratto swap, un debito a tasso variabile viene sostituito da uno a tasso fisso. Ergo, si elimina il rischio interesse per l’indebitato, che passa all’altra controparte; il vantaggio per quest’ultima risiede nel possibile riduzione dei tassi di interesse, ottenendo quindi uno spread positivo. Ovviamente, rimane sempre aperta la seconda strada che porta ad un aggravio dell’indebitamento e, dunque, a spread negativi per la controparte.
Purtroppo, però, il gioco raramente funziona così. Spesso, infatti, il valore delle prestazioni in entrata e in uscita non è uguale, ma nel contratto ciò non viene specificato. In sostanza, se Tizio propone a Caio la sottoscrizione di un contratto derivato swap in cui la posizione di Caio, all’inizio, è negativa per 100, ecco che Caio sottoscriverà il contratto solo se Tizio gli darà anche i 100 per coprire la posizione scoperta, altrimenti no.
Alle banche è anche addebitato un raggiro inerente i doveri di correttezza posti dalla legge inglese «Fsa» che loro avevano voluto regolasse i contratti con il comune di Milano, spingendo quindi il Comune a rinunciare a tutta una serie di clausole e condizioni contrattuali a suo favore.
A mio avviso, comunque, al di là di comportamenti truffaldini e disonesti da parte di alcune banche, bisogna sottolineare la leggerezza con cui i nostri comuni d’Italia tendono a gestire il denaro pubblico. Il mondo della finanza è un mondo complesso e non facile da analizzare, soprattutto senza basi teoriche e tecniche valide. Esistono i raggiri bancari, ma anche l’inaccuratezza dei nostri rappresentanti comunali, sempre pronti a scaricare sui posteri i loro debiti, menefregandosene delle conseguenze. Il caso del comune di Milano è solo uno degli innumerevoli casi presenti sulla nostra penisola. Questo caso apre uno spiraglio a favore dei Comuni, ma spero che questo non limiti l’attenzione alle sole banche, ma si focalizzi anche sui comportamenti della nostra classe dirigente e, possibilmente, condanni i comportamenti più negativi.
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4 Aprile 2009 a 10:25 am
· Archiviato in finanza ·Contrassegnato da tag BancoPosta, bond, derivati, interessi, obbligazioni, opzioni, opzioni digitali, Poste, prodotti strutturati, rischio, rischio interesse, risk, tasso fisso, tasso variabile

Le Poste italiane magari non saranno celeri a consegnare i pacchi, ma a rifilarli sono veramente rapidissimi! In questi giorni sto seguendo la collocazione (la seconda) delle obbligazioni Tasso Fisso Plus BancoPosta, ovvero obbligazioni strutturate su 6 anni caratterizzate da:
- tasso di interesse fisso annuo lordo pari al 3,60%, ossia 3,15% al netto;
- eventuale “cedola premio” pari al 9,25% ottenibile al sesto anno qualora tre indici azionari globali non facciano registrare una perdita di valore superiore al 30%, rispetto alla quotazione registrata ad inizio quotazione.
Per non investitori tali obbligazioni sono apparentemente sicure e valide, perché la cedola al 3,60% sembra essere buona e, soprattutto, la cosiddetta cedola premio può essere veramente un bel colpo finanziario, qualora però si verifichi la condizione sottostante. Tutto ciò, però, è proprio “apparente”. Infatti, esistono almeno un paio di rischi sottesi a questo investimento. Il primo è certamente connesso al rischio interesse. Infatti, con l’ulteriore taglio del costo del denaro operato dalla BCE, le aspettative sui tassi di interesse sul medio-lungo termine sono ovviamente rialziste, poiché le dinamiche sui tassi sono di tipo mean-reverting ed anche perché con la ripresa economica sarà necessario alzare i tassi per frenare le eventuali e possibili fiammate inflazionistiche. Il rischio di tasso d’interesse non è assolutamente percepito dalla stragrande maggioranza degli investitori italiani. In questo momento, dunque, non sarebbe proprio il caso di investire in prodotti finanziari a tasso fisso ed a lunga scadenza. Se proprio non si vuole abbandonare il tasso fisso, molto meglio rivolgere l’attenzione verso BOT a breve scadenza, ad esempio. La cosa migliore da fare, comunque, sarebbe costruire portafoglio finanziari costituiti da CCT (titoli di Stato poliennali e a tasso variabile) per coprirsi dal rischio interesse e, casomai, tentare la sorte sul mercato azionario, dato che la ripresa vi sarà e, almeno sui mercati finanziari, potrebbe pure essere abbastanza ravvicinata.
L’altro fattore di rischio è minore, oserei dire marginale, ma è importante da sottolineare. Nella premessa ho specificato che l’obbligazione “Tasso Fisso Plus” di BancoPosta è un’obbligazione strutturata. Significa, quindi, che non si tratta di un’obbligazione pura. Molti investitori non si rendono conto che si tratta di un prodotto strutturato, perché non è semplice da notare. L’obbligazione in esame è la somma tra un’obbligazione pura a tasso fisso (3,60%) e un’opzione digitale con scadenza nel 6 anno, riguardante appunto la cedola premio (9,25%). Sarebbe sempre meglio scrivere e spiegare bene ai sottoscrittori che stanno sottoscrivendo un prodotto strutturato e che, oltre ad un’obbligazione pura, essi stanno sottoscrivendo anche un derivato, nella fattispecie un’opzione digitale sul 9,25%. L’opzione digitale vale 1 se si verifica la condizione sottostante, altrimenti vale 0. Bisogna però tenere conto anche in questo caso delle variazione sui tassi di interesse e, quindi, del relativo fattore di sconto da applicare a questa cedola premio. Molti investitori non hanno le capacità finanziarie per tener conto dei fattori sconto, per non parlare del pricing dell’opzione digitale e, dunque, del prodotto finanziario nel suo complesso. Molti stanno facendo un prestito molto conveniente a Poste Italiane che, sentitamente, ringrazierà i suoi piccoli risparmiatori…
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26 Marzo 2009 a 10:10 pm
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Rompo il silenzio di questi ultimi mesi per riassumere brevemente il mio lavoro di tesi, lavoro che mi ha appunto tenuto lontano dal blog. Come si può capire dal titolo del post, il mio lavoro di tesi ha preso in esame le possibili relazioni tra rischio salute e l’allocazione di portafoglio; date le caratteristiche del rischio salute, ho preso in esame il ruolo di tale tipologia di rischio sulle scelte di investimento degli ultracinquantenni, considerando un campione su base europea fornito dal progetto SHARE (Survey of Health, Aging and Retirement in Europe).
La relazione tra “Health risk” e “Portfolio Allocation” non è certamente delle più chiare ed evidenti. Si suppone che, con l’avanzare dell’età e, quindi, del rischio salute, gli investitori tendano a ridurre i rischi secondari e diversificabili, tra cui appunto il rischio finanziario, per coprire il rischio salute che diviene via via sempre più rilevante. L’analisi è ha preso in considerazione sia fattori soggettivi (percezione della propria salute) sia fattori oggettivi (abilità cognitive, numero di ADL, livello di depressione, e risultati in un paio di test fisici). Inoltre, l’analisi ha posto l’accento sia sulla probabilità di detenzione dei vari asset (abitazione di proprietà, conto corrente, bond ed azioni) sia sulla quota di ricchezza allocata tra le varie asset class.
L’analisi ha messo in evidenza che le abilità cognitive (capacità di calcolo, memoria e abilità nella lettura) e la percezione soggettiva della propria salute hanno un effetto significativo sia sulla probabilità di detenzione sia sulla quota di ricchezza investita nei vari asset. In special modo, soggetti maggiormente dotati dal punto di vista cognitivo e con una percezione migliore della propria salute tendono ad avere una probabilità maggiore di investire sia in obbligazioni che in azioni, oltre ad investire una quota di ricchezza maggiore in tali attività. Viceversa, individui con scarse funzioni cognitive e che mostrano una percezione peggiore della propria salute hanno una propensione maggiore ad investire nella casa di proprietà e meno nelle attività finanziarie rischiose.
Per quanto concerne i fattori oggettivi, essi risultano talvolta in contrasto con quanto previsto dalla percezione soggettiva della salute. In pratica, l’analisi econometrica svolta ha evidenziato che per certe attività il peggioramento delle condizioni della salute produce un effetto positivo sulla propensione di investire nel comparto obbligazionario ed azionario, risultato che potrebbe comunque dipendere dalla distorsione nella distribuzione della percezione soggettiva della salute nel campione, dato che il Nord Europa ha una percezione mediamente migliore rispetto all’Europa mediterranea.
Comunque sia, questo è un argomento di recente analisi e sarà sempre più importante, considerando soprattutto le dinamiche demografiche in Europa che porteranno sempre più ad un progressivo invecchiamento della popolazione.
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