Archivio per Aprile, 2009

Le bugie hanno le ruote piccole

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Personalmente comincio ad essere stufo di tutte queste bugie nel mondo dello sport, sono stanco di vedere tanti processi e poche imprese sportive. Non che consideri la Formula 1 uno sport, poiché si tratta semplicemente di uno grande, mastodontico show, che offre veramente poco spettacolo, tra le altre cose. Comunque sia, la McLaren è stata punita, anche se con la condizionale, per aver mentito sul sorpasso Hamilton-Trulli, ossia per aver cercato di far squalificare Jarno Trulli nel GP d’Australia facendo rallentare volutamente il pilota inglese e comportando così un sorpasso dell’italiano in regime di bandiere gialle e safety car. La pena consiste in una sospensione per 3 GP, sospensione che diverrà operativa qualora emergessero ulteriori prove contro il team di Woking, oppure qualora la McLaren violasse nuovamente l’articolo 151c del codice di regolamento sportivo. In pratica l’hanno fatta franca, anche se la figura di merda rimane, ed è mondiale.

Diverso il discorso per il ciclista 37enne Davide Rebellin. È di ieri la notizia del suo caso di positività al doping riscontrato alle Olimpiadi di Pechino, occasione in cui il nostro portacolori si classificò secondo, dunque medaglia d’argento. La positività emersa dai nuovi controlli incrociati sangue-urine sarebbe alla famigerata CERA, l’eritropoietina di ultima generazione. Sorprende certamente la tempistica della notizia, dato che le Olimpiadi sono state svolte nell’agosto del 2008 e la notizia è giunta a fine aprile 2009. Rebellin quest’anno ha già conquistato la Freccia Vallone e voleva puntare al mondiale. Si tratta di un fulmine a ciel sereno, che colpisce uno dei nostri migliori atleti in uno sport ormai martoriato dalla piaga del doping.

Ovviamente, per ora non si possono muovere accuse, e la moglie-procuratrice del ciclista si è già affrettata a smentire la notizia, sostenendo che suo marito era all’oscuro di tutto. Bisogna però tenere conto di alcuni fattori:

  • l’avanzata età di Rebellin, 37 anni, ormai alla fine della sua carriera; ciò potrebbe comportare una maggiore propensione al rischio ed all’azzardo verso pratiche dopanti;
  • l’anno scorso era tesserato presso la Gerolsteiner, squadra di Schumacher e Kohl, entrambi trovati positivi.

Questa notizia, dato che il ciclismo è uno degli sport che amo e che occasionalmente pratico, mi porta tanta amarezza dentro, perché mi fa capire come, nonostante vi siano tante parole, il mondo del ciclismo è ancora pervaso dal doping e, credo, che difficilmente riuscirà ad uscire da questo tunnel.

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Banche in arresto a causa dei derivati

il_banco_vince_sempre.jpgNotizia fresca fresca di oggi, alcuni gruppi bancari (Deutsche Bank, JP Morgan, Depfa Bank e UBS) sono sotto inchiesta per via della vicenda connessa alla sottoscrizione di contratti derivati presso il Comune di Milano, contratti stipulati non seguendo le procedure corrette e, probabilmente, pure in modo truffaldino. La storia del raggiro è la medesima che si è sentita in passato, ad esempio in riferimento alla puntata di Report intitolata “Il Banco vince sempre”, oppure dal caso da me riportato sui “Comuni inderivati“. La base di partenza è sempre un debito, un’esposizione finanzaria, su cui gravano dei rischi di interesse; a questo punto entra in scena la banca che propone contratti derivati per la copertura da tali rischi. Il punto focale è che tali operazioni dovrebbero essere a costo zero, ovvero, nel caso di contratto swap, un debito a tasso variabile viene sostituito da uno a tasso fisso. Ergo, si elimina il rischio interesse per l’indebitato, che passa all’altra controparte; il vantaggio per quest’ultima risiede nel possibile riduzione dei tassi di interesse, ottenendo quindi uno spread positivo. Ovviamente, rimane sempre aperta la seconda strada che porta ad un aggravio dell’indebitamento e, dunque, a spread negativi per la controparte.

Purtroppo, però, il gioco raramente funziona così. Spesso, infatti, il valore delle prestazioni in entrata e in uscita non è uguale, ma nel contratto ciò non viene specificato. In sostanza, se Tizio propone a Caio la sottoscrizione di un contratto derivato swap in cui la posizione di Caio, all’inizio, è negativa per 100, ecco che Caio sottoscriverà il contratto solo se Tizio gli darà anche i 100 per coprire la posizione scoperta, altrimenti no.
Alle banche è anche addebitato un raggiro inerente i doveri di correttezza posti dalla legge inglese «Fsa» che loro avevano voluto regolasse i contratti con il comune di Milano, spingendo quindi il Comune a rinunciare a tutta una serie di clausole e condizioni contrattuali a suo favore.

A mio avviso, comunque, al di là di comportamenti truffaldini e disonesti da parte di alcune banche, bisogna sottolineare la leggerezza con cui i nostri comuni d’Italia tendono a gestire il denaro pubblico. Il mondo della finanza è un mondo complesso e non facile da analizzare, soprattutto senza basi teoriche e tecniche valide. Esistono i raggiri bancari, ma anche l’inaccuratezza dei nostri rappresentanti comunali, sempre pronti a scaricare sui posteri i loro debiti, menefregandosene delle conseguenze. Il caso del comune di Milano è solo uno degli innumerevoli casi presenti sulla nostra penisola. Questo caso apre uno spiraglio a favore dei Comuni, ma spero che questo non limiti l’attenzione alle sole banche, ma si focalizzi anche sui comportamenti della nostra classe dirigente e, possibilmente, condanni i comportamenti più negativi.

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Porca influenza, ci mancava quella dei suini!

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Dopo il caso della mucca pazza, dopo la SARS e l’influenza aviaria, ecco arrivare dal mondo l’ennesima emergenza sanitaria, un rischio pandemia che, partendo dal Messico potrebbe rapidamente diffondersi in tutto il mondo. Si tratta dell’arcinota influenza suina, nota ahimé perché in Messico ha già portato ad un centinaio di morti, circa, con circa 150 casi accertati in tutto il mondo. In Italia, il primo caso sospetto si è registrato in Veneto, dove una donna di 31 anni è stata ricoverata nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Venezia, dopo che domenica sera aveva chiamato il 118 a causa di febbre alta dopo il ritorno da un viaggio in California.

Dopo la recessione economica mondiale, ecco arrivare un’altra mannaia globale sul mondo, quindi nel peggior momento possibile, specialmente per i Paesi più poveri e, quindi, meno attrezzati per affrontare la situazione sanitaria che potrebbe volgere al peggio. Per ora la situazione è preoccupante, ma resta comunque sotto controllo. E’ normale l’allarmismo iniziale, data la pericolosità del virus e la velocità con cui sembra diffondersi. Quello che mi suona strano, in questo caso specifico, è la diffusione del virus in regioni calde del pianeta, specialmente poi in questo periodo primaverile. Per quel poco che so di virus, ho sempre saputo che i virus hanno una buona resistenza alle basse temperature, mentre vengono debellati col caldo; infatti, il virus influenzale normalmente arriva in inverno, mentre nel resto dell’anno si possono verificare sindromi parainfluenzali. Dunque, come mai questo virus si sviluppa e si diffonde nella bella stagione, in special modo in un Paese notoriamente caldo qual è il Messico? Avrei piacere di avere una risposta a questa mia curiosità, ma credo servirebbe il parere di un vero esperto in materia.

Nel frattempo, segnalo come Israele si opponga alla definizione di «influenza suina», preferendo quella di influenza messicana. Autore della “protesta” è il viceministro titolare della delega alla Sanità, Yakov Litzman, ebreo ultraortodosso che non accetta l’appellativo impuro del suino su questa nuova malattia.
Infine, alcuni piccoli consigli sono i soliti:

  • limitare o evitare i viaggi, specialmente nelle zone maggiormente colpite dall’epidemia;
  • usare un fazzoletto per coprirsi bocca e naso durante colpi di tosse e starnuti;
  • lavarsi spesso le mani, con acqua e sapone.

Per ora non si può fare molto di più. Il ceppo virale è stato identificato, ma i tempi per un eventuale vaccino si aggirano attorno ai 6 mesi. Comunque, non si sa se i vaccini già presenti contro altri ceppi possano avere effetti anche contro questo nuovo virus.

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Il Disastro di Chernobyl

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Il 25 aprile 1986 era programmato lo spegnimento del reattore numero 4 per normali operazioni di manutenzione. Si approfittò della recente fermata per manutenzione del reattore per eseguire un test che – per ironia del destino – era considerato destinato a incrementare la sicurezza. Si trattava di valutare la capacità delle turbine di generare elettricità sufficiente per alimentare i sistemi di sicurezza anche in assenza di rete elettrica. In particolare l’energia prodotta dal momento inerziale delle turbine sarebbe servita ad alimentare le pompe dell’acqua refrigerante del reattore, nel caso fosse improvvisamente venuta a mancare l’alimentazione elettrica esterna. I reattori come quello di Černobyl avevano ciascuno due generatori diesel di emergenza a questo scopo, ma non erano attivabili istantaneamente. L’obiettivo del test era sfruttare il momento d’inerzia residuo nelle turbine ancora in rotazione, ma disconnesse dal reattore, per alimentare le pompe per il tempo necessario all’avvio dei generatori diesel. Il test era già stato condotto su un altro reattore (ma con tutti i sistemi di sicurezza attivi) ed aveva dato esito negativo, cioè l’energia elettrica prodotta dall’inerzia delle turbine era insufficiente ad alimentare le pompe. Erano state apportate quindi delle migliorie alle turbine, che richiedevano un nuovo test di verifica. La finalità ultima di questi test era forse quella di migliorare la resa energetica dei reattori. L’eventuale possibilità di alimentare le pompe con l’inerzia, infatti, avrebbe garantito un aumentato standard di sicurezza – avviare più rapidamente il sistema refrigerante – tale da consentire un utilizzo di pieno regime del reattore.

La potenza del reattore numero 4 doveva essere ridotta, dai normali 3200 MW termici a 1000 MW termici, per condurre il test in sicurezza. Tuttavia l’inizio del test fu ritardato di 9 ore a causa di un guasto sulla rete elettrica civile che comportò una richiesta di non ridurre immediatamente la fornitura di energia. Fissato un nuovo orario per il test (l’una di notte) gli operatori cominciarono a ridurre la potenza troppo rapidamente. Non vi era in sala controllo un ingegnere nucleare con piena competenza di tutte le caratteristiche specifiche di questo reattore. Le barre di controllo vennero introdotte troppo profondamente, causando conseguentemente un crollo della potenza oltre quanto ci si aspettasse, raggiungendo il livello bassissimo di soli 30 MW termici. Intervenne quindi un effetto di feedback dovuto alla produzione di xeno-135 nella fase di raffreddamento di reattore. Come conseguenza del calo, infatti, la concentrazione di xeno-135 aumentò ulteriormente (normalmente quest’assorbitore di neutroni è in concentrazione di equilibrio proporzionale alla potenza del nocciolo e tende invece ad aumentare in quantità nella prima fase di riduzione della potenza per poi decadere e scomparire).
Sebbene il calo di potenza fosse vicino al massimo ammesso dalle norme di sicurezza, si decise di non eseguire lo spegnimento completo, e di continuare l’esperimento. Con una manovra di correzione contraria alle procedure corrette, la sala controllo decise di far risalire nuovamente la potenza, per accelerare l’andamento dell’esperimento, riuscendo però a far risalire la potenza solo fino 200 MW termici. Le manovre di aumento di potenza avevano forse l’intento di contrastare l’eccesso di xeno-135 che assorbiva neutroni, ma per raggiungere lo scopo furono estratte quasi tutte le barre di controllo, incluse molte barre di controllo manuali, ben oltre i limiti delle norme di sicurezza che prevedono di lasciare almeno 30 barre di controllo inserite. Secondo la cronologia dell’esperimento ciò avvenne così: alle 01:05 del 26 aprile le pompe dell’acqua furono alimentate direttamente dalle turbine dei generatori, ma la quantità di acqua immessa superò i limiti di sicurezza. Il flusso di acqua aumentò, e poiché l’acqua assorbe neutroni, si ebbe un ulteriore blocco di potenza e così alle 01:19 si decise la rimozione anche delle barre di controllo manuali. Questa azione ebbe conseguenze catastrofiche. L’ultima azione aveva portato il reattore in una situazione molto instabile e pericolosa, all’insaputa degli operatori. L’instabilità del reattore non era riportata in alcun modo sui pannelli di controllo, nessuno degli operatori in sala controllo era conscio del pericolo. Essi infatti non conoscevano le proprietà dello xeno-135, che assorbendo i neutroni può nascondere la reale attività del nocciolo, ma il cui effetto viene meno rapidamente quando il gas decade.

Alle 01:23:04 si iniziò l’esperimento vero e proprio. Venne staccata l’alimentazione alle pompe dell’acqua, che continuarono a girare per inerzia. La turbina fu scollegata dal reattore; con il surriscaldamento dell’acqua, i tubi si riempirono di sacche di vapore. Il reattore RBMK ha un coefficiente di vuoto molto positivo e quindi la reazione crebbe rapidamente al ridursi della capacità di assorbimento di neutroni da parte dell’acqua di raffreddamento, diventando sempre meno stabile e sempre più pericoloso.

Alle 01:23:40 gli operatori azionarono il tasto AZ-5 (Rapid Emergency Defense 5) che esegue il cosiddetto “SCRAM”, cioè l’arresto di emergenza del reattore che inserisce tutte le barre di controllo incluse quelle manuali incautamente estratte in precedenza. Non è chiaro se l’azione fu eseguita come misura di emergenza, o semplicemente come normale procedura di spegnimento a conclusione dell’esperimento, giacché il reattore doveva essere spento comunque per la manutenzione programmata. Di solito l’operazione di “SCRAM” viene ordinata a seguito di un rapido ed inatteso aumento di potenza. D’altro canto, Anatoly Dyatlov, capo ingegnere dell’impianto di Černobyl’ al tempo dell’incidente scrisse:

  « Prima delle 01:23:40 il sistema di controllo centralizzato … non registrò alcun cambio dei parametri da poter giustificare lo “SCRAM”. La commissione … raccogliendo e analizzando una grande quantità di dati, come indicato nel rapporto, non ha determinato il motivo per cui fu ordinato lo “SCRAM”. Non c’era necessità di cercare il motivo. Il reattore veniva semplicemente spento al termine dell’esperimento.»
   

A causa della lenta velocità del meccanismo d’inserimento delle barre di controllo (che richiede 18-20 secondi per il completamento) e dell’estremità (estensori) in grafite delle barre, lo SCRAM causò un rapido aumento della reazione. Infatti, nei primi secondi le estremità in grafite delle barre rimpiazzarono nel reattore un uguale volume di acqua di raffreddamento. Ora, l’acqua refrigerante assorbe neutroni mentre la grafite funge da moderatore portando i neutroni alla velocità ottimale per la reazione. La conseguenza fu che all’inizio dell’inserzione delle barre la reazione venne accelerata improvvisamente producendo un aumento enorme di potenza nel reattore. L’improvviso aumento di temperatura deformò i canali delle barre di controllo che stavano scendendo, al punto che le barre si bloccarono a circa un terzo del loro cammino, e quindi non furono più in grado di arrestare una reazione in cui l’aumento di potenza diveniva incontrollato a causa del coefficiente di vuoto positivo.

Così, dopo soli sette secondi dall’inizio dell’inserzione delle barre – alle 01:23:47 – la potenza del reattore raggiunse i 30 GW termici, dieci volte la potenza normale. Le barre di combustibile iniziarono a fratturarsi bloccando le barre di controllo con la grafite all’interno, quindi il combustibile cominciò a fondere; inoltre alle alte temperature raggiunte l’acqua all’interno del reattore reagì chimicamente con lo zirconio, di cui sono in genere fatte le tubazioni degli impianti nucleari, dissociandosi e producendo grandi volumi di idrogeno gassoso.
La pressione del vapore e del gas aumentò fino a causare la rottura delle tubazioni e quindi il contatto fra vapore, grafite incandescente, idrogeno e aria. L’esplosione di vapore dall’interno del nocciolo risalì lungo i canali e la pressione generò un’enorme esplosione che fece saltare la copertura del recipiente ermetico del reattore: il disco di copertura pesante oltre 1000 tonnellate in acciaio e calcestruzzo fu proiettato in aria, con le tubazioni dell’impianto di raffreddamento e le barre di controllo, e ricadde verticalmente sull’apertura lasciando il reattore scoperto.
L’esplosione distrusse il solaio, fece crollare gran parte del tetto dell’edificio e danneggiò il tetto dell’adiacente locale turbine; i frammenti di grafite si sparsero nella sala principale e intorno all’edificio. Il nocciolo del reattore si trovò così scoperchiato e all’aperto, a contatto con l’atmosfera. Dall’esplosione si sollevò un’alta colonna di vapore ionizzato. Al contatto con l’ossigeno dell’aria, per le altissime temperature dei materiali del nocciolo, nel reattore divampò un violento incendio di grafite che coinvolse i materiali di copertura del tetto e altre sostanze chimiche presenti. Questo incendio contribuì in misura enorme alla diffusione di materiali radioattivi nell’atmosfera.

Per ridurre i costi, l’impianto era stato costruito con un contenimento parziale, che escludeva la sommità del reattore e questo ha consentito la dispersione dei contaminanti radioattivi nell’atmosfera. C’è però da riflettere sul fatto che l’esplosione dell’idrogeno sarebbe in ogni caso stata difficile da contenere, in quanto in genere anche i più massicci contenimenti secondari in calcestruzzo non resistono oltre le 2-3 atmosfere di pressione. L’incendio della grafite ormai esposta all’aria contribuì ulteriormente alla diffusione di materiale radioattivo nell’ambiente, anche se il movimento d’aria impedì al nocciolo di fondere.

Ci sono alcune controversie sulla sequenza degli eventi dopo le ore 01:22:30 a causa di incongruenze fra i testimoni oculari e le registrazioni. La versione comunemente accettata è quella descritta sopra. Secondo questa ricostruzione la prima esplosione avvenne intorno alle 01:23:44, sette secondi dopo il comando di SCRAM. Talvolta però è stato detto che l’esplosione avvenne prima o immediatamente dopo lo SCRAM (questa era la versione di lavoro della commissione sovietica di studio sull’incidente). La distinzione è importante poiché, se il reattore è esploso diversi secondi dopo lo SCRAM come risulta dall’ultima ricostruzione accertata, il disastro sarebbe da attribuirsi principalmente al progetto delle barre di controllo. Se l’esplosione fosse da anticipare allo SCRAM, la causa sarebbe da attribuire maggiormente alle azioni degli operatori.

A complicare la ricostruzione alle ore 01:23:47 fu registrato, nell’area di Černobyl’, un debole evento sismico di magnitudo 2,5. Inoltre il tasto di SCRAM fu premuto più di una volta, ma la persona che l’ha fatto materialmente è deceduta due settimane dopo l’incidente per l’esposizione prolungata alle radiazioni.

Nel gennaio 1993 la AIEA ha rivisto l’analisi dell’incidente attribuendo la causa principale al progetto del reattore e non agli operatori. Nel 1986 la stessa AIEA aveva indicato negli operatori la causa principale dell’incidente.

fonte: Wikipedia

… per non dimenticare gli errori del passato ad oltre 20 anni di distanza…

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Viva il 25 Aprile e Viva l’Italia

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«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

(Piero Calamandrei)

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L’Aquila non ha bisogno del G8

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Il premier Silvio Berlusconi, dopo la riunione del Consiglio dei ministri, ha annunciato che il prossimo G8 si svolgerà all’Aquila anziché alla Maddalena. Questo per mettere sotto i riflettori del mondo la città dell’Aquila, gravemente colpita dal terremoto ad inizio mese. Ma a cosa serve, realmente, portare la riunione degli 8 “grandi” della Terra in Abruzzo, e specialmente all’Aquila?

Ovviamente è molto positivo stanziare fondi (per circa 8,5 miliardi di euro) per le prime necessità (1,5 miliardi) e per la ricostruzione (7 miliardi), ma l’occasione del G8 non è certamente un evento che comporta l’arrivo di soldi nel luogo dedicato all’incontro, tutt’altro. Le immagini di Genova devastata dai black bloc nel luglio del 2001 sono ancora nitide nelle menti di molte persone e pure il nostro premier dovrebbe ricordarsi bene dell’accaduto e della pessima scelta della sede di Genova come luogo per l’incontro mondiale. La citta de L’Aquila ha bisogno di fondi, di atti concreti volti ad una ricostruzione rapida, senza dimenticare le tematiche connesse alle costruzioni anti-sismiche, veramente anti-sismiche, nonché la salvaguardia del patrimonio culturale ed ambientale di questa splendida città. Non servono decisioni eclatanti, eventi mediatici per far rinascere la città e i piccoli borghi limitrofi. Bisogna semplicemente rimboccarsi le maniche e darsi da fare, per far sì che la città rinasca più bella e solida di prima.

Forse Berlusconi e i suoi ministri pensano che i black bloc si fermeranno di fronte alle rovine di una città colpita dal sisma? Credo che il diritto di esprimere il proprio dissenso sia più che lecito e legittimo e vada ampiamente tutelato, ma si sa come tra molti che vogliono esprimere civilmente il proprio pensiero sono in agguato persone che vogliono semplicemente portare terrore, scompiglio e devastazione. E’ giusto rischiare sulla pelle degli abruzzesi? A Genova le Forze dell’Ordine colpirono tutti, tranne i reali responsabili dei danni e degli incidenti nella città: siamo sicuri che ora saranno pronti a fronteggiare una possibile situazione della medesima gravità? In questi momenti meglio fare un passo indietro, lasciar perdere gli spot elettorali e concentrare l’attenzione sulle vere opere d’aiuto, quelle fatte nel silenzio, lontane da microfoni e telecamere. Non vorrei che un altro sisma colpisse quelle terre già ampiamente martoriate.

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La serra fotovoltaica da record

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Nella giornata dedicata al pianeta Terra, l’Earth Day appunto, voglio celebrare un piccolo ma significativo risultato a favore della salute della Terra, ossia l’inaugurazione della serra fotovoltaica più grande d’Italia. Si trova a Esenta di Lonato, frazione di Lonato, in provincia di Brescia, e permetterà di risparmiare all’incirca 760 tonnellate di CO2 all’anno.

Con un costo di 5 milioni di euro (complessivi), copre un’area di 15000 metri quadrati e, grazie agli ottimi ed efficienti pannelli solari della Mitsubishi Electric di ultima generazione permette di produrre 1.100.000 kWh all’anno. La “bellezza” della struttura risiede nel fatto che i pannelli solari sostituiscono semplicemente le normali coperture della serra, non inficiando la qualità e l’utilizzo dei terreni sottostanti, perfettamente coltivabili. Questa soluzione rappresenta un ottimo connubio tra colture esigenti di sole e luce, e risparmio energetico e rispetto per l’ambiente. Si trovano impianti simili o di dimensioni ancora maggiori in Olanda, Paese estremamente famoso per le sue colture floreali. Comunque sia, se i Paesi del nord Europa fanno un ampio utilizzo dell’energia fotovoltaica, perché l’Italia non dovrebbe seguire tale esempio? Alle nostra latitudini la risorsa “sole” è decisamente più abbondante e aspetta solamente di essere sfruttata.

Oltre all’aspetto ambientale, comunque, c’è anche un discorso economico da fare. L’energia prodotta dall’impianto può essere utilizzata, oppure ceduta alla rete elettrica qualora non serva. Ergo, oltre a salvaguardare l’ambiente si possono ottenere benefici anche per il proprio portafoglio, e in questi tempi di crisi mondiale direi che la voce del portafoglio è una voce da tenere in seria considerazione.

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Si o no? E quando?

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Ultimamente non si fa altro che parlare di quando inserire il referendum, se accorparlo all’Election Day del 7 giugno, oppure fissarlo in un altra data, oppure addirittura rimandarlo all’anno successivo. Per ora pare che si vada verso il 21 giugno, data prevista per i ballottaggi delle amministrative. Ma è solo un’ipotesi, poiché secondo il premier Berlusconi il ministro Maroni sta effettuando colloqui con le opposizioni per decidere sul da farsi.
La cosa che sorprende, comunque, è di come si parli poco nulla dei contenuti del referendum stesso. Cioè, la gente segue le peripezie politiche sulla scelta della data da dedicare al referendum, ma non conosce minimamente i contenuti del quesito referendario, il che è paradossale e, per certi versi, allucinante. Tra l’altro, il termine ultimo per la votazione di un referendum sarebbe il 15 giugno, quindi mi stupisce che si stia arrivando ad una convergenza sulla data del 21. Immagino che sarà necessario un decreto straordinario o una legge che modifichi tale termine, ma temo che la scelta del 21 giugno sia finalizzata appunto a rendere impossibile tale votazione, bloccando eventualmente la legge correttiva in Parlamento.

Quel poco che so del referendum elettorale è che un punto sicuramente riguarderà l’assegnazione del premio di maggioranza, non più alla coalizione bensì al partito maggioritario. Di altro non ho sentito nulla e gradirei che la tv pubblica, pagata da fondi pubblici, garantisse qualità e trasparenza d’informazione su un argomento così importante per i cittadini italiani. Comunque vada, credo che nessuna legge elettorale sia valida e democratica se non prevede la preferenza. Anche se tale sistema è più costoso, garantisce certamente un rapporto diretto tra eletto ed elettori, permettendo ai cittadini di portare i propri candidati scelti al Parlamento, italiano o europeo che sia. Proporzionale, maggioritario, sbarramenti vari e quant’altro non hanno alcun valore se privi della naturale scelta del popolo, scelta che ad oggi è bypassata dalle decisioni delle segreterie di partito.
Dunque, per concludere, inutile discutere su date e costi referendari. Sono sempre soldi e tempo buttati, a mio avviso, perché la sostanza non cambia e il popolo è sempre espropriato della propria sovranità.

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Oh Cavallino, Cavallino ritorna!

cavallino.gifMentre la Fiat galoppa bene in Borsa e sembra conquistare l’America di Obama e la Chrysler, il “Cavallino rampante” della Ferrari è sempre meno rampante e sempre più zoppicante. Anche a Shanghai, nel Gran Premio della Cina, la scuderia di Maranello è uscita con le ossa rotta. Massa non ha terminato la gara, mentre Raikkonen, arrivato al traguardo, è stato autore di una gara incolore, figlia di una sua crisi personale come pilota che aggrava ulteriormente la situazione di crisi all’interno del team Ferrari. In Cina hanno provato a lasciar perdere l’idea del Kers (il sistema per il recupero dell’energia cinetica in frenata) perché si temeva per la sua fragilità ed inaffidabilità mostrata durante i precedenti Gran premi. Ma il risultato non è cambiato, perché Massa ha vissuto l’ennesima domenica da incubo, con l’auto che non ne vuole proprio sapere di arrivare alla fine della gara, nemmeno a spinta.

La gara, inoltre, ha mostrato come non sia semplicemente il super diffusore della “banda del buco” il gap della Ferrari. La Red Bull, senza questo magico diffusore, ha ottenuto primo e secondo posto, con Vettel davanti a Webber. Non c’è bisogno di dire che, il giovane pilota tedesco della Red Bull ha dimostrato ancora quale sia il suo valore e il suo potenziale, e immagino che nei prossimi anni potrà essere uno dei piloti più ambiti dal circus della F1. Per vincere bastano ottimi piloti e un’ottima vettura. E uno dei segreti della Red Bull è certamente l’ingegnere aerodinamico Adrian Newey, celeberrimo ingegnere che ha fatto, in passato, le fortune di Williams e McLaren. La Ferrari non ha né il diffusore targato Brawn-Williams-Toyota, né Adrian Newey. La Ferrari è un team lento ai cambiamenti, adatto al vecchio regolamento che limitava fortemente le scelte degli ingegneri e comportava una sostanziale cristallizzazione delle forze in competizione nella moderna Formula Uno. Non credo che potranno rimediare agli errori dell’inverno, anche perché i test possibili sono pressoché nulli ed il gap da recuperare sembra francamente insormontabile. Molto meglio cominciare a pensare all’ottica 2010, anno in cui si potrà forse dar vita ad una monoposto efficace e solida, possibilmente guidata da piloti in grado di portarla ai vertici: ergo, giusto dare fiducia a Felipe Massa, mentre la posizione di Kimi Raikkonen andrebbe certamente ridiscussa alla luce dei suoi deludenti risultati.

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Armstrong rischia una squalifica

Armstrong.jpgPARIGI - Lance Armstrong ha violato il regolamento antidoping e quindi rischia delle sanzioni. Lo ha comunicato ufficialmente l’Agenzia antidoping francese, in relazione a quanto accaduto il 17 marzo scorso, quando il ciclista statunitense, tornato in questa stagione alle competizioni dopo oltre 3 anni di stop, è stato sottoposto a un controllo a sorpresa.

I test su capelli, urine e sangue hanno dato esito negativo, tuttavia, secondo l’Afld il corridore americano della Astana non ha rispettato l’obbligo di rimanere sotto diretta e costante osservazione dell’addetto ai controlli. In particolare, quando l’ispettore antidoping ha raggiunto la residenza francese dell’atleta, a Saint-Jean-Cap-Ferrat, ha dovuto attendere circa 20 minuti prima di poter procedere. Armstrong ha affermato di aver trascorso quel tempo sotto la doccia, contemporaneamente Johan Bruyneel, direttore sportivo del team spagnolo, avrebbe effettuato una serie di telefonate alle alte sfere dell’ambiente ciclistico per verificare la legittimità del controllo.

Regolamenti alla mano, nonostante l’esito negativo dei controlli, può dunque adottare sanzioni nei confronti del texano la Afld, che sulla vicenda ha consultato anche l’Unione ciclistica internazionale. Armstrong, che sta recuperando dalla frattura alla clavicola riportata due settimane fa in Spagna, dall’inizio dell’anno è stato sottoposto già a 24 controlli a sorpresa. Il vincitore di sette edizioni del Tour de France sta cercando di ritrovare la condizione per correre al Giro d’Italia, al via il 9 maggio, a cui in carriera non ha mai preso parte. Il programma agonistico del 37enne prevede anche la partecipazione al Tour 2009.

fonte: Repubblica – Sport

Le regole antidoping applicate al ciclismo sono sempre estremamente dure e severe. Oltre ai normali controlli di rito, infatti, sono previsti controlli a sorpresa lontano dalle corse, controlli a cui gli atleti sono costretti a sottoporsi, in ogni circostanza. Il ciclista americano dell’Astana, però, ha perso tempo prima di effettuare tali controlli e ciò, ovviamente, risulta essere sospetto. Personalmente non credo che si possano cancellare le tracce di doping in 20 minuti, ma resta il dubbio su un grandissimo atleta che, rinato dalle ceneri della malattia, ha sempre vissuto con l’alone del doping attorno alle proprie vittorie. Comunque vada a finire, Lance Armstrong rischia di non poter partecipare al Giro d’Italia ed essere protagonista al Tour de France a causa dell’infortunio rimediato alla clavicola. Non infierirei troppo su un ciclista 37enne con una clavicola rotta, soprattutto se si tratta di cavilli. Ovviamente, metterei il ciclista sotto stretto controllo, un controllo speciale data la situazione di dubbio che è venuta a crearsi.

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