
Intervista all’economista Jim Rogers
Propongo ora un estratto da un articolo del Sole 24 Ore online, per dare un’idea della situazione dell’economia europea e, in special modo, della situazione italiana.
L’Italia si distingue per tre punti:
1. Con una crescita nulla nel 2008 e nel 2009, seguita da una ripresa di 0,6 punti percentuali nel 2010, è tra i Paesi con le prospettive peggiori per l’economia reale. Nella media dell’Area Euro, i tassi di crescita previsti sono, rispettivamente, 1.2, 0.1 e 0.9.
2. Contemporaneamente, le previsioni sull’inflazione vedono l’Italia tra i Paesi in cui il rallentamento della dinamica dei prezzi sarà più accentuato. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è atteso passare dal +3,6 per cento del 2008, al 2% del 2009, al 2,1 del 2010. Nella media dell’Area Euro, i tassi di inflazione previsti sono, rispettivamente, 3,5, 2,2 e 2,1.
3. A spiegare il rallentamento del PIL e dei prezzi concorre soprattutto la dinamica della domanda aggregata, tra le più flebili dell’Area Euro e dell’UE-27: dal -0,3% del 2008 è prevista passare allo 0 del 2009, e poi al +0,9 del 2010. Nella media dell’Area Euro, la domanda aggregata continuerà a crescere nei prossimi anni di, rispettivamente, 1.7, 0.3 e 1,5%.
Dopo un anno (dalla fine del 2007 ad oggi) in cui l’economia ha mostrato segni di stagflazione, con prezzi montanti e PIL in rallentamento, adesso per l’Italia sembra configurarsi una situazione di recessione “classica-keynesiana”: PIL fermo e prezzi che rallentano, che si innestano su un quadro in cui la disoccupazione è strutturalmente elevata e la capacità di spesa delle famiglie ridotta al minimo.
Anche se non sono da trascurare – e questa è forse la parte più debole delle previsioni della Commissione – rischi di una ripresa inflazionistica connessa sia alle incertezze che ancora rimangono sul prezzo del greggio (la riduzione del prezzo del barile si stabilizzerà?), sia soprattutto agli effetti, che ancora non si sono del tutto dispiegati, della svolta espansiva di politica monetaria/creditizia a livello mondiale resa necessaria per mantenere liquide le economie.
Quanto l’espansione monetaria/creditizia sfocerà in inflazione e quanto riuscirà a funzionare da leva per il rilancio delle economie reali, questo dipende dalle caratteristiche strutturali delle singole economie e dalle scelte che nell’immediato saranno compiute sul fronte della politica economica reale.
Comunque vada, che la recessione si manifesti congiunta a dinamica deflattiva o inflattiva, lo scenario si prospetta molto difficile. Anche qualora i prezzi cominciassero a ridursi, non è detto che questo riuscirebbe a ravvivare il circuito di domanda e produzione. L’incertezza potrebbe pesare a lungo sulle scelte di investimento e produzione; mentre l’effetto dei saldi liquidi reali (il cosiddetto “effetto Pigou“), che in fase di recessione con caduta dei prezzi tende a riattivare la domanda tramite la rivalutazione del potere di acquisto delle scorte liquide, potrebbe essere debole o addirittura avere impatti negativi in una economia in cui molte famiglie hanno il problema dell’”ultima settimana del mese” o sono indebitate.
Un paese come l’Italia, in cui al problema dei conti pubblici si è affiancato negli ultimi anni, sempre più forte, quello della insufficienza dei redditi e dell’impoverimento (il recente rapporto dell’OCSE, “Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries“, ne porta chiara testimonianza), non può aspettare.
di Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno




