
Secondo Carlo Alberto Defanti, medico neurologo che la segue da anni, Eluana Englaro «potrebbe essere fuori pericolo». Suona tanto come una presa in giro per una persona che è in coma vegetativo da 16 anni, non trovate? Ho massimo rispetto per la vita e trovo che sia giusto che la medicina faccia il massimo per curare un paziente, ma in questo caso non vi è cura e si sta semplicemente posticipando nel tempo la morte di una persona. Non nascondo che, dopo la notizia dell’emorragia cerebrale della povera Eluana, avrei quasi preferito che ponesse naturalmente fine alla propria esistenza. Non credo che nessuna persona al mondo vorrebbe vivere in questo modo, prigioniera di un corpo morto, incapace di esprimersi e di esprimere emozioni.
La tristezza più grande me la dà il padre, Beppino Englaro, travolto da due dolori immensi e contrastanti: vedere la propria figlia soffrire da anni in un letto d’ospedale senza alcun cenno di miglioramento e dover addirittura combattere per vie legali per ottenere la possibilità di staccare la spina, per porre fine alla vita della figlia, alle sofferenze di Eluana e della famiglia stessa. Immagino che per un padre non sia facile vedere la propria figlia in questo stato. Non c’è cosa peggiore per un genitore che perdere un figlio, su questo non vi è dubbio. Ma il dolore della famiglia Englaro è dilatato nel tempo, è un dolore continuo e persistente, che non può nemmeno essere mitigato dal tempo trascorso, perché la figlia è sempre tecnicamente viva, attaccata ai macchinari.
Nonostante io sia d’accordo col padre di Eluana, trovo che sia sempre sbagliato che sia un giudice a dover decidere se una persona merita di poter continuare a vivere. Con quale serenità un giudice può decidere della sopravvivenza di un individuo? Si tratta di un campo in cui qualsiasi giudice è formalmente “incompetente”. La vita non deve essere materia giuridica, bisognerebbe piuttosto affidarsi al buonsenso, evitando un accanimento terapeutico che non giova ad Eluana Englaro e fa del male alla sua famiglia. Mi auguro che l’11 novembre la Corte di Cassazione prenda una decisione saggia in materia, senza creare ulteriori polemiche sulla vita di una persona.




